domenica, Ottobre 17

‘Meglio ISIS che il Governo’ Storie di sfollati iracheni dal campo di Khazir, nel Kurdistan. Il dramma e la speranza di un di popolo in fuga

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Erbil
(Kurdistan) Iraq – Le ultime 50 famiglie sono arrivate nel campo di Khazir (governatorato di Erbil) nella notte fra mercoledì e giovedì, dopo che i miliziani dell’ISIS avevano attaccato alcuni  piccoli villaggi vicino a Mosul. Ancora gente in fuga. Gente spaventata. Arrabbiata. Stanca. Soprattutto gente. Loro, gli iracheni, non soltanto un arido numero, ma una faccia, una speranza o la tristezza negli occhi. Mille domande. Tante storie che s’intrecciano rendendo concreta la parola ‘popolo’.

Il sole brucia, non c’è una traccia d’ombra nel campo, però i bambini sorridono ancora, inconsapevoli, gridando: “sura, sura, una fotografia!” quando mi vedono. Ra’ed, Yusef, Tariq, in scala dagli otto ai sette anni, sono diventati amici qui, dopo l’arrivo della prima grande ondata degli sfollati di Mosul, quando il 10 giugno scorso, la seconda città irachena è caduta nelle mani del gruppo estremista dell’ISIS.  Confessano ridendo che “si sta bene, non devono fare i compiti, solo giocare” e corrono via saltando fra la polvere e le pozze di fango.
I genitori di Ra’ed,  accampati sotto una tenda ai bordi del campo, invece, protestano: “Anche qui c’è discriminazione. Non siamo tutti uguali, proprio come sotto il governo di Al- Malik”. “ I primi arrivati, ricevono più cibo e più acqua”, aggiunge Te’aa, la nonna, tutta vestita di nero, “e hanno i bagni vicini.  Sotto questa tenda siamo in 12, due famiglie con 7 bambini” e fa segno verso il più piccolo, tre mesi appena.

Hadar, il padre di Ra’ed, racconta che sono scappati dalla periferia di Mosul dopo l’attacco: “Abbiamo lasciato tutto in cambio della vita. Non avevamo paura solo dei gruppi armati ma anche delle rappresaglie del Governo. La povera gente è sempre intrappolata, presa fra due fuochi, durante i conflitti.  Così ho deciso in fretta. Ho riunito la famiglia, ci siamo stipati in un taxi grazie all’autista che ha chiesto un prezzo più basso di quello regolare, e siamo venuti in Kurdistan”.  Della fuga, ricorda il caos, le grida, l’accalcarsi dei vicini che scappavano a piedi, qualcuno con una valigia sulle spalle, qualcuno a mani vuote. Un esodo.

Nel campo di Khazir, vivono ora  circa 2.000 persone. Non si conosce il numero preciso perché non sono state registrate. L’UNHCR -l’agenzia Onu per i rifugiati-, infatti, “ha mandato le tende, ma non è presente. D’altra parte, sono sfollati interni, non rifugiati”  precisa Claudio, responsabile per l’NRC (Norwegian Refugee Council)  l’organizzazione che provvede al rifornimento dell’acqua. “La maggior parte sono contadini”, racconta ancora Claudio “dopo il 10 giugno, sono arrivati con le pecore, le capre. Molti hanno pensato di mettere in salvo prima i bambini, quindi si vedevano automobili e taxi con il guidatore e una marea di piccoli senza i genitori. Dopo il primo flusso, la situazione sembrava stabilizzata ma i combattimenti continuano e quindi gli arrivi continuano, intermittenti.  Il problema maggiore? La sicurezza.  La Regione autonoma del Kurdistan ha mandato qualche poliziotto ma il campo non è recintato: può entrare chiunque”.

Altre facce, altre storie. Si respira rassegnazione, attesa ma anche ribellione. Voglia di cambiamento. Nowal,  dice subito, orgogliosa, di essere l’unica in famiglia ad aver preso un diploma. Anche se poi si è sposata, ha avuto tre figli e non ha mai lavorato fuori casa. Viene dalle campagne intorno a Mosul. E’ scappata ma vuole tornare presto al suo villaggio. Non ha paura dei miliziani dell’ISISmeglio loro”,  proclama con sicurezza, “che il Governo. Molti giovani si stanno arruolando nel loro gruppo”.

Chi si lamenta dei disagi, chi della disorganizzazione, ma il malcontento generale è soprattutto nei confronti del Governo di Baghdad. Hadar,  impeccabile in una tunica grigia, sta tenendo una specie di comizio, sotto una tenda: “Dovremmo essere grati ad al- Maliki? Non ha mandato nulla, nessun aiuto, neppure una lettera di scuse”.

A mescolare le acque, arrivano le testimonianze di solidarietà. Circola il nome di un benefattore curdo che manda ogni giorno al campo ghiaccio, pane, formaggio. E non sembra essere il solo.  Arrivano le notizie dei bombardamenti siriani, delle polemiche e delle accuse, ma profughi siriani e sfollati iracheni, lavorano insieme, nel campo. Mettendo le proprie competenze a disposizione di tutti.

Perché se guardiamo le mappe, vediamo solo divisioni, confini. Ma spesso, quando si parla con gli iracheni, le etichette contano di meno.
E si capisce che alla fine vince la vita, la voglia di tenere insieme la vita, anche quella di chi ‘sulla mappa’ è l’ ‘altro’.

 

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