domenica, Settembre 26

Mediterraneo, tra cultura e potere 40

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Nel bacino Mediterraneo si sono avvicendati popoli e culture secolari. Le loro radici affondano nella storia più antica e si intrecciano strettamente rendendo impossibile risalire a un tempo in cui i popoli della penisola italiana non avevano alcun contatto con i loro dirimpettai nordafricani e mediorientali. Un passato così comune ha però generato un presente ricco di contraddizioni. Se siamo disposti a riconoscerci nella definizione della dieta mediterranea che l’Unesco ha determinato pochi anni fa come patrimonio comune di svariati popoli che si affacciano sul Mediterraneo, abbiamo anche perso la memoria dell’emigrazione italiana. Non abbiamo nemmeno una storia della letteratura dell’emigrazione e non conosciamo i nomi degli italiani che scrivono e hanno scritto nelle lingue di destinazione. Siamo più attenti alla letteratura degli immigrati in Italia, scrittori studiati e conosciuti, nel nostro paese. Gioverebbe anche, alla coscienza delle nostre radici culturali, una storia onesta e responsabile del periodo coloniale. Non si tratta solo di capire ciò che fu nella conquista di altri paesi (con l’uso delle armi e della cultura), ma di osservare onestamente le condizioni dell’attuale dominio economico che si esercita esportando prodotti del mercato e modelli di vita, verso mercati che non si sono ancora sviluppati e nei quali l’imposizione intempestiva di un modello che per noi è maturo rischia di produrre un danno irreversibile. Ne abbiamo parlato con Hussein Mahmoud Hamouda, italianista dell’Università Helwan del Cairo, che ci offre il suo punto di vista.

 

La storia procede senza salti, è un fiume che scorre. Ma il genere umano, per leggere il passato, ha bisogno di fissare dei punti di riferimento. Possiamo risalire al momento nel quale l’Occidente ha perso la consapevolezza delle radici comuni del mondo mediterraneo?

Le radici comuni con il Sud del Mediterraneo sono state recise nel momento in cui l’Occidente ha voluto negare tutti i riferimenti della civiltà che gli sono arrivati da quella parte. Il contributo degli arabi nella civiltà occidentale, cioè il contributo del Sud del Mediterraneo alla civiltà che si è sviluppata nel Nord, è stato sempre negato, o sottostimato. L’identità europea è stata sempre vista come una civiltà cristiana, ma ci si dimentica che Cristo, alla fine, è nato in Medio Oriente. Con il colonialismo europeo queste radici comuni sono state lacerate e sono diventate una specie di odioso sfruttamento del lato più forte nei confronti del lato considerato come più debole. Recentemente l’Europa mediterranea è stata legata più all’Occidente trans-atlantico che al Mediterraneo. Dalla seconda guerra mondiale in poi, la politica dell’Europa mediterranea è diventata troppo dipendente dagli Stati Uniti. Così l’appoggio europeo è stato concesso a tutti i piani americani che, alla fine, intendono creare un nuovo ordine mondiale nel quale Il Grande Medio Oriente dovrebbe assumere tutt’altra fisionomia.

Riconosciamo la dieta mediterranea come tratto comune con gli altri popoli mediterranei (lo sostiene anche l’Unesco), ma forse gli italiani hanno dimenticato il loro passato di emigranti?

L’esperienza dell’emigrazione è traumatica. Tutti vogliono dimenticare la sofferenza di aver dovuto lasciare la propria terra e l’habitat “naturale”. Ma bisogna stare attenti a  distinguere i rapporti tra i popoli dai rapporti tra i diversi sistemi di potere. Notiamo ad esempio che gli italiani non trovano strana la presenza di cuochi siriani o pizzaioli egiziani, che gli danno da mangiare nei loro ristoranti. I governi “maltrattano” questi immigrati, che invece spesso sono ben ricevuti dal popolo. Sono sicuro che in qualche modo gli italiani non hanno dimenticato l’esperienza dell’emigrazione, anche se glielo auguro.

Studiamo la letteratura dei nuovi italiani. Esiste una storia della letteratura degli emigranti italiani?

Se vogliamo parlare di una letteratura simile possiamo discutere delle opere di tanti autori come Giuseppe Ungaretti, emigrante e figlio di un emigrante nell’Egitto del tardo Ottocento. Accanto al suo troviamo tanti altri nomi importanti, come Marinetti, Pea e Fausta Cialente. Alcuni di loro fanno parte addirittura di una seconda generazione di emigranti italiani, come Ungaretti, il cui padre si era trasferito in Egitto per partecipare agli scavi del Canale di Suez, non come esperto, ma come operaio. Marinetti aveva un padre, avvocato, che fuggì dall’Italia con la donna amata. Ai giorni nostri posso solo suggerire nomi di italiani che vivono in Egitto come emigranti (sono quasi 5.000), ma continuano a scrivere in italiano. Per esempio c’è Katia Sabet, scomparsa qualche anno fa, che ha avuto una produzione letteraria abbondante; Marco Alloni è un altro italo-svizzero che vive e opera in Egitto, e del quale ho letto qualche bel romanzo. Ho parlato solo del caso egiziano, ma non bisogna dimenticare gli italiani in diaspora per tutto  il mondo. Dove sono quelli che sono andati in America? In Argentina? I critici italiani dovrebbero dare un’occhiata a questi ambasciatori della lingua e della letteratura italiana nel mondo.

Usiamo la comoda etichetta di ‘primavere arabe’ e ci sembrano fenomeni un po’ lontani. Ma non abbiamo contribuito direttamente a crearne le condizioni attraverso Il colonialismo?

Certamente sì. Il colonialismo, oltre a sfruttare i paesi  colonizzati, insegnava oppressione e ingiustizia. Ma il colonialismo tradizionale si è trasformato in quello economico, continua a sfruttare i poveri del mondo, trasformando le società emergenti in società dedite al consumismo, che non è potuto crescere nel modo migliore e necessario. Ora, le principali malattie di cui soffrono tutte le società del mondo che contengono i semi potenziali della ribellione e rivoluzione, sono la povertà e l’ignoranza. La povertà aumenta, anche in Occidente, e così anche l’ignoranza. Basta chiedere ad un laureato medio di scrivere un testo semplice per accorgersi che siamo meno colti di prima.  

È dai tempi coloniali che abbiamo iniziato a pensarci ‘diversi’ smettendo di immedesimarci con i popoli nostri ‘dirimpettai’?

Siamo veramente diversi? Non credo. Anche se gli italiani preferiscono chiamarsi “europei” e non ”mediterranei”, io non trovo nessuna contraddizione tra le due identità. Certamente ci sono delle “patologie” individuali, di persone che considerano sé stessi come superiori, ma non si tratta di un fenomeno collettivo. La presunta superiorità degli Europei si incontra comunque con un senso di inferiorità dall’altra parte. Credo che  non dobbiamo lasciar sviluppare queste patologie sociali. Sono complessi che, nel passato, hanno rovinato il mondo causando due guerre mondiali.

Il ‘Decameron‘ (che cita molti approdi mediterranei) è uno dei testi fondamentali della nostra letteratura italiana. Ricordiamo qualche opera paragonabile al Decameron, magari nell’Egitto del 1300 o in altri paesi della sponda sud mediterranea?

Il Medio Oriente conosce questo tipo di prosa da tempi molto antichi. Basta sfogliare uno degli importanti libri di Edda Bresciani sulla letteratura egiziana antica. Leggendo i testi divini, a partire dalla Bibbia, poi il Vangelo e il Corano, troviamo un’arte narrativa, diciamo, “post moderna”. Lo stesso Boccaccio si è avvalso di  opere narrative arabe e orientali precedenti, come “Le mille e una notte”, dove si trovano almeno cinque novelle identiche a quelle del “Decameron”. C’è anche “Kalila e  Dimnah”, una raccolta tradotta dall’indiano in arabo  e conosciuta in Occidente tramite la traduzione araba.

Evochiamo spesso e a sproposito il fattore religioso, legato a innumerevoli aspetti della gestione del potere, quando pensiamo ai conflitti nel mondo arabo. Ma nel cuore dell’Europa,  l’Irlanda è stata a lungo insanguinata da un conflitto anche di religione.  Quanto è grande il problema degli stereotipi culturali nella lettura dei fatti sociali e storici?

Bisogna di nuovo fare riferimento al colonialismo. Il problema religioso nel  mondo arabo è nato con i colonialisti francesi e inglesi. I francesi hanno creato nel Libano, a partire dell’Ottocento, un sistema settario terribile. In Iraq gli inglesi hanno inseminato l’odio nelle diverse fasce della popolazione. Bisogna sempre ricordare che proprio in questa zona del mondo, nel  Medio  Oriente, sono nate le  tre grandi religioni monoteistiche e che sono convissute sempre pacificamente sotto le grandi dinastie islamiche di una volta, quelle degli Omeya e degli Abbasidi, per esempio. Gli scontri di tipo apparentemente religioso, che però sostanzialmente avevano altri obiettivi, si svolsero tra Oriente  e Occidente. Con i Fratelli Musulmani, è caduto un grande progetto di islamizzazione dell’Egitto, ma non è lo stesso altrove. Il progetto esiste In Tunisia, in Siria, in Libia. Ma i popoli non accettano più soluzioni  di questo tipo e l’unità nazionale è diventata una necessità indispensabile per tutte le  zone di questa “primavera calda”. I sistemi religiosi, nati e morti di recente, sono stati sostenuti dall’Occidente. Strano? No. Richiamo  subito quello che avevo detto poco fa sul ruolo dell’Occidente nel creare conflitto tra le  diverse fasce religiose. Si combatte principalmente per un futuro che è stato già disegnato dai giovani tre anni fa, un futuro di pane (lavoro), libertà e dignità umana. 

Semplicemente: cosa pensano dell’Europa e dell’Italia i popoli della sponda sud del Mediterraneo?

L’Italia è un Paese molto vicino al mondo arabo, per cultura e per tradizione. Ma bisogna anche dire che in Egitto si pensa male dell’Europa, dal 30 giugno  2013. Il sostegno europeo offerto ai FM in Egitto ha scosso l’opinione pubblica. La difesa della democrazia tramite un “fascismo religioso” non convince nessuno. Dall’Italia in particolare gli egiziani si attendono molto: la vogliono più efficace nel sostenere la volontà del popolo. Secondo me l’Italia avrà un ruolo molto importante nella determinazione del destino di questa zona. Basta che sia all’altezza delle aspettative dei popoli.

La politica è una branca della cultura e in che modo la cultura serve a esercitare il potere?

La cultura non serve a esercitare il potere, ma a resistergli. Quando colti e politici si mescolano, si crea solo corruzione. Le tirannie invece temono la cultura, quando è uno strumento di sapienza e consapevolezza. Non c’è democrazia vera senza una base culturale. Il  potere è sempre corrotto, e  la cultura è sempre nobile. 

La cultura può rendere libere le persone?

Sì, ma in senso figurato. Nel mondo oggi ci sono almeno 900 poeti, saggisti e scrittori in carcere, per motivi che riguardano il loro modo di pensare e di scrivere. Sono liberi di mentalità, ma fisicamente imprigionati. Si dice che sono imprigionati nello spazio, ma liberi nel tempo. Certo, però, la cultura della libertà può rendere le  società libere, nel momento in cui si  trasforma in movimento collettivo.

 

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