sabato, Maggio 8

Mediterraneo: la politica e il circolo vizioso della sovranità Intervista a Roberto Aliboni, Consigliere scientifico dell’Istituto Affari internazionali

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Pace, stabilità, sicurezza; liberalizzazione dello scambio, progetti infrastrutturali, industria, cooperazione alimentare; comunicazione culturale, centralità dei diritti umani, reti associative e partecipazione della società civile al cambiamento: tutti aspetti pertinenti alla realtà mediterranea e, in potenza, oggetto di una politica europea di integrazione regionale capace di connettere l’iniziativa sovrana della intese tra singoli Stati alla dimensione multilaterale delle iniziative in ambito internazionale.

Nell’ultimo decennio, è sfumata la possibilità di un assorbimento di quelle materie nell’ambito intergovernativo dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), nata dalla Dichiarazione congiunta del Vertice di Parigi del 13 luglio 2008. Firmato dai 27 Paesi membri dell’UE, dagli Stati del Nordafrica (la Libia in veste di osservatore) e della Mauritania, da Israele, Turchia, Libano, Giordania e dagli Stati balcanici occidentali (escluse Serbia e Slovenia) – 43 Paesi in totale, dalle due sponde – , l’atto costitutivo vede partecipi, oltre all’ Assemblea Parlamentare Euro-mediterranea (APEM), le Nazioni Unite, l’Unione Africana, la Lega degli Stati arabi, l’ Unione del Maghreb arabo, l’Organizzazione della Conferenza islamica e istituti come la Banca Mondiale, la Banca europea per gli investimenti (BEI), la Banca Africana  di Sviluppo, la Fondazione Euro-mediterranea ‘Anna Lindh’ per il Dialogo tra le Culture.

Iniziativa di cooperazione regionale, l’UpM avrebbe dovuto funzionare come un contesto di azione comune tra pari, promossa dai governi firmatari in via multilaterale mediante progetti regionali a programmazione biennale in diversi settori: inquinamento marino, autostrade e nuove rotte marittime, energia pulita (in particolare, impianti fotovoltaici), protezione civile, formazione e supporto alle piccole e medie imprese.

L’orizzonte dichiarato dell’Upm è «un futuro di pace, democrazia, prosperità e intesa sul piano umano, sociale e culturale», lo stesso della Politica europea di vicinato (PEV), della quale l’UpM e il Partenariato orientale sono complementi.  Nel discorso ufficiale, infatti, se la PEV è prerogativa dell’UE – più esattamente, della Commissione europea – , che opera nel contesto mediterraneo in via bilaterale, l’UpM rappresenta un approccio multilaterale promosso dai governi che ne fanno parte.

Gli esiti, nel bilancio di quasi un decennio di attività, sono stati altri e l’UpM risulta oggi trasformata da un’iniziativa dinamica e di ampio respiro a un organizzazione focalizzata, soprattutto dal 2011, sul perseguimento di alcuni progetti specifici, in particolare infrastrutture e sviluppo urbano sostenibile (Imbaba in Egitto, Sfax in Tunisia, Chellah e la Valle di Bouregreg in Marocco). Peraltro, con la Conferenza EuroMed, tenutasi a Roma nel 2014, l’Italia si è impegnata nel rilancio di una cooperazione multilaterale nel settore energetico rispetto a 3 piattaforme, avviate nel 2015: rinnovabili (lanciata un anno fa alla COP 22 di Marrakech), gas ed efficienza energetica. Una base destinata ad assistere, nel quadro del neo-costituito mercato elettrico regionale, la cooperazione finanziata dalla Commissione europea.

Il 2011 è stato a più riprese definito, come ha ricordato in un intervento del 2012 Ettore Greco, Vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), annus horribilis. Gli eventi che segnano il mondo arabo (pensiamo alla Tunisia e al successo di Ennahda, all’Egitto e alle gravi violenze anti-cristiane commesse in autunno, alla revisione costituzionale ‘accelerata’ in Marocco, ai fatti di Libia, allo scoppio della guerra in Siria) cambiano volto allo scenario geopolitico della sponda sud-mediterranea, mentre i Paesi europei, soprattutto quelli dell’area interessata, soffrono gli effetti pesantissimi della crisi economico-finanziaria. In Italia la ‘tempesta’ sullo spread di novembre porterà al varo, da parte del successivo Governo Monti, delle misure derivanti dal Fiscal Compact, firmato nel 2012 da tutti i Paesi dell’eurozona e oggi aspramente criticato, nonostante il pareggio di bilancio fosse stato inserito, con modifica nell’aprile di quell’anno, nella nostra Costituzione.

Secondo Greco, «siamo stati spiazzati dai cambiamenti politici che hanno interessato il nostro vicinato (…) Il quadro, in Medio Oriente e nel Mediterraneo rimane molto incerto, ma siamo attivamente presenti». Greco parlava di una sensazione di «erosione del nostro ruolo e del nostro peso nei contesti multilaterali», con una diminuita capacità di interlocuzione, aggravata dalla condizione di ‘osservati speciali’ in cui ci avrebbe precipitato il vortice finanziario della crisi o dall’«incoerenza» di certe scelte in materia di immigrazione, quando i respingimenti in mare hanno portato alla condanna dell’Italia da parte della Corte di Strasburgo (febbraio 2012).

Con il dovuto margine di manovra – che non si può dire favorito dall’instabilità dello scenario attuale – per rilanciare la nostra politica estera, Greco auspicava che il rilancio della nostra politica estera, grazie a una qualità intrinseca dell’Italia relativa alla sua capacità politica di coalition-building: questo processo dovrebbe passare dalla bilateralità effimera delle intese tra leader, a un’attività diplomatica più organica, capace di coniugare un’iniziativa sovrana flessibile con il nostro ritrovato ruolo di attore multilaterale.

Del relativo isolamento dell’Italia nel contesto mediterraneo e delle prospettive di rinascita di una politica estera aperta alle sfide imposte della sua posizione geografica e dal suo ruolo di ‘pontetra due mondi, abbiamo parlato con Roberto Aliboni, Consigliere scientifico dello IAI ed esperto in Relazioni transatlantiche, Medio Oriente e Mediterraneo.

 

Dottor Aliboni, in un contesto strategico come quello mediterraneo, oggetto negli ultimi anni di rapidi e drastici mutamenti e tuttora fortemente instabile, è possibile tracciare un bilancio della politica seguita dall’Italia, raffrontandola con quella degli Stati che si affacciano sul bacino del Mare nostrum?

Direi che la politica mediterranea dell’Italia, con l’indebolimento della politica mediterranea europea – sulla quale l’Italia ha sempre molto contato negli ultimi 20-30 anni -, è diventata molto più problematica. Non ha più un quadro di riferimento preciso e solidale e, pertanto, incontra maggiori difficoltà. Direi anche che si disgrega un po’ da sola: in altre parole, dal punto di vista italiano è più difficile mantenere un quadro regionale unitario e coerente. L’indebolimento della politica mediterranea europea, che si comunica al nostro livello nazionale, si accompagna a una regressione della politica europea come tale e a una divisione di interessi molto palese tra Paesi del Sud, in particolare Spagna, Italia e Grecia, e Paesi del Nord. La Francia sta un po’ ‘in mezzo’, però anche quel Paese non vive una condizione tale da potere, per esempio, assumere una leadership sudeuropea. Quindi esiste una fascia sudeuropea che risente molto dei problemi di instabilità del Mediterraneo, ma non beneficia né di una grande coerenza e solidarietà fra i Paesi che la compongono né una solidarietà europea sufficiente.

La politica mediterranea dell’Italia risente seriamente di questi sviluppi negativi, oltre al fatto che il quadro mediterraneo, in se stesso, è diventato più incoerente di quanto non fosse prima del 2011. In particolare, i Paesi del Nordafrica, ma soprattutto quelli del Levante, più che verso l’Europa sentono un’attrazione verso i Paesi del Golfo che, grazie alle loro risorse, hanno acquisito una posizione di leadership, secondo la logica del ‘togliere e dare’ quattrini e appoggi a quei Paesi, che ne hanno urgente necessità.

In questo quadro, la politica italiana si è frammentata e presenta criticità molto evidenti. La prima riguarda la Siria e il Libano, che sono Paesi con i quali l’Italia aveva sempre mantenuto regolari rapporti economici e politici – a ben vedere, più economici che politici – che, nelle condizioni attuali, non riesce più a tenere. Il nostro Paese aveva sviluppato, negli ultimi anni, un rapporto molto dinamico e solido con l’Egitto (che, insieme alla Cina e alla Turchia, resta uno dei principali ambiti operativi per il tessuto imprenditoriale italiano), ma il caso Regeni e il modo in cui si è scelto di gestirlo hanno palesemente ridotto questa possibilità.

Con i Paesi del Maghreb ci sono buoni rapporti, ma questi, con l’eccezione parziale del Marocco, sono abbastanza deboli: l’Algeria è in una crisi di governo senza fine, mentre la Tunisia avanza secondo una dinamica ‘bipolare’, democratica/non democratica – ancora non si delinea un indirizzo coerente – e, soprattutto dal punto di vista economico, va molto male. Poi c’è il buco nero della Libia.

La politica italiana si è indebolita molto in fatto di risorse, considerando il quadro di riferimento regionale, riducendosi ad affrontare crisi più specifiche, come quella libica. L’Italia si occupa molto della Tunisia (pensiamo al Programma Interregionale 2014-2020) e, malgrado la tensione con l’Egitto, quest’ultimo rimane un Paese molto importante per l’Italia, se non altro per la grande scoperta da parte dell’ ENI: mi riferisco al prospetto esplorativo ‘Zohr’ e al relativo giacimento a gas, il più grande del Mediterraneo (in proposito, si parla di un potenziale di 850 miliardi di mc – circa 5,5 miliardi di barili –  per un’estensione di circa 100 kmq).

Nella necessità di rafforzare il dialogo politico e la diplomazia all’interno dello scenario, abbiamo due aspetti fondamentali: quello ‘immediato’ della pace e della stabilità in zone di crisi e di conflitto, e quello di lungo termine, relativo all’integrazione e alla cooperazione regionale. Esemplificando proprio sui casi che citava, in particolare la Tunisia e la Libia, che sta affrontando una crisi multidimensionale, quali sono le proposte per una pace sostenibile che cerchino anche di andare al di là dell’‘enigma’ della sicurezza?

È molto difficile rispondere, perché l’Italia da sola non può mettere in cantiere un progetto di stabilizzazione della Tunisia e della Libia. In Libia, ha cercato per tutto il 2016 e parte del 2017 di sostenere l’azione dell’ONU, ma la posizione di molti altri Paesi, potenze internazionali e regionali, denota interessi che non combaciano con la pura e semplice esigenza di stabilità del governo libico, stabilità che serve all’Italia. L’Italia da sola, sia in Tunisia che in Libia, può fare molto poco: potrà soltanto condurre un’azione internazionale che cerchi di rafforzare la solidarietà e la coerenza a quel livello, affinché vi siano interventi adeguati nella regione.

Personalmente ritengo che negli ultimi tempi, specialmente con la politica di immigrazione, l’Italia abbia un po’ rinunciato alla sua linea di ricerca di una soluzione politica legittima e coesiva, in Libia in particolare. Al momento, sta facendo una politica di immigrazione che non rafforza il governo e la compagine politica libici, anzi: introduce ulteriori elementi di conflitto. Sostanzialmente, si tratta di una politica di interferenza. Ciò mi fa pensare che L’Italia, a questo punto, disperando di poter fare qualcosa, passi a posizioni difensive dei suoi interessi senza stare troppo a guardare sia i diritti umani sia la cooperazione internazionale.

Vedo un avvenire, almeno a medio termine, molto difficile per la politica e gli interessi italiani e non credo che in questo momento vi sia una reale possibilità di pensare a favorire l’integrazione regionale del Mediterraneo e la sua stabilità: è una situazione molto caotica e frammentata, nella quale sempre più si rivela un circolo vizioso in cui i Paesi, invece dell’interesse generale, perseguono interessi particolari.

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