mercoledì, Aprile 14

Medioriente, la narrativa del sangue e la verità Retroscena dell'area più bollente del pianeta

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Tunisi – Prima di cercare di spiegare cos’e’ Islamic State (IS)   -userò questa dicitura al posto delle innumerevoli che il gruppo islamista ha collezionato nel tempo, (Daesh/Daeesh, Isi of Shams or Levant, che vogliono dire la stessa cosa in lingue diverse) è utile comprendere come funzionano le società complesse come le democrazie moderne. Un libro cui si consiglia la lettura è  ‘Agente Segreto’ di Joseph Conrad, perche’ ormai oltre un secolo fa (1907) dava la misura della ‘sofisticazionedelle logiche di potere e di certe sue ‘perversioni’ (si usano le virgolette solo per segnare il distacco morale di chi scrive per quelle  che -ahinoi -sono invece regole codificate). Ci sono materie che in un corso di Scienze politiche non insegneranno mai e che fanno di coloro che hanno speso fatica e tempo in quegli studi (chi scrive appartiene a questo gruppo) le persone meno adatte a fare analisi geopolitiche, a patto che non siano disposte ad allargare a dismisura il campo dei loro studi. Tra gli argomenti più interessanti ci sarebbe ‘l’induzione dei comportamenti collettivi‘ oppure ‘la gestione mirata dei media‘ o quella del ‘consenso‘. Tanto per citarne  alcune … a casaccio. Magari non c’erano ai miei tempi, sono pronto a eventuali smentite.
Tornando al libro di Conrad, che parla di un attentato all’Osservatorio di Greenwich dove passa tutt’oggi il meridiano zero, è una lettura interessante per capire come già allora fosse fondamentale la comunicazione pubblica di un evento, di quanto fosse strategica la gestione delle paure collettive e di quanto fossero miserabili certe logiche di potere. Teniamolo a mente, perchè il tempo non passa inutilmente e le tecniche si evolvono, non sempre per il ‘meglio’.

Dopo questa premessa vi aspettereste l’ennesima teoria complottista sulle orde islamiste dei mozzateste tutto sangue e sharia. Lascio a Edward Snowden -o ai siti iraniani che le hanno inizialmente diffuse- le teorie sulla Hornet’s nest. Anche se a livello puramente teorico -sottolineo  due volte ‘teorico’- coincidono in parte con le mie analisi (avere intorno pazzoidi sanguinari facilita molto i compiti della politica israeliana dell’attuale Governo). Preferisco la noiosa analisi dei fatti, spesso incoerenti, e che produce più domande che risposte. Ma serve a comprendere una realtà complessa e spesso caotica la cui gestione si è avvicinata pericolosamente alla mission impossible e dove il caso gioca spesso il ruolo che la storia gli ha da sempre consegnato: determinante. Ciò non toglie che, dalla notte dei tempi, ci sia sempre qualcuno che cerchi, con costante applicazione e pazienza, di piegare il fato ai propri interessi. 

Is nasce come fenomeno autonomo dello jihadismo combattente. E’  l’aspetto violento che molti vogliono connaturato all’Islam ed altri preferiscono leggere come degenerazione della subcultura che si riconosce nell’Islam ma non lo rappresenta. Un pò come i ‘cattolici’ filippini svelti di machete, nessun cattolico-romano penserebbe mai a loro come correligionari anche se citassero il passo della Bibbia ‘occhio per occhio, dente per dente’ per giustificare la violenza. Cresce grazie al fenomeno del jihad finanziario -molti ricchi personaggi, di candido bianco vestiti, amavano esporre cimeli delle ‘loro’ khatibe siriane nel salotto di casa- e delle manovre politiche di sauditi, quatarini e altri piccoli protagonisti del Golfo. Oggi tutti prendono le distanze, specie dopo il video sul macabro rituale ai danni di James Foley, pare ad opera di un rapper psyco con passaporto britannico (anche se ci sono dubbi che il video riprenda la vera decapitazione). Episodio su cui volutamente non mi esprimo. I sauditi dicono che non peccano più, sono i privati che continuano a finanziare i cattivi (dove l’ho gia’ sentita questa storia?). E il Quatar, che diremo in seguito di cosa si è macchiato – in combutta con altri campioni di cinismo politico-  è rimasto col cerino in mano. E rischia ora di diventare il capro espiatorio delle malefatte combinate tra Nord Africa e Medioriente. Staremo a vedere. Il quadro è in forte evoluzione, come direbbero gli esperti.

Ora complottisti e dietrologi affermano che anche gli Usa li avrebbero armati, finanziati e addestrati. E qui entriamo nel guazzabuglio. Per un certo periodo era il marchio al Qaida a ‘tirare’ sul mercato. Per cui alcune formazioni si ritrovavano il timbro ‘oscuro’ dalla sera alla mattina, improvvisamente le donazioni aumentavano a dismisura, cosi come il sinistro prestigio riguardo ai metodi da macellai, veri o presunti. Una pacchia per chi combatte, se lo unisci al fatto che nessuno gli rompeva le scatole con pinpoint bombing. Almeno fino a pochi mesi fa. Faceva comodo a troppi poter affermareal Qaida alle porte della Nato‘. A Bashar al-Assad e Vladimir Putin, che potevano affermare ‘ve l’avevamo detto che non erano rivoluzionari ma terroristi’, a Recep Tayyip Erdoğan per acquistare titoli da giocare sul piatto con Washington (ora si e’ infilato in un vicolo cieco), agli Stati del Golfo per dimostrare che le ‘primavere’ non esistono, ad Israele per continuare a vincere facile e all’Iran ed Hezbollah, per giustificare ogni tipo di ingerenza nell’area sirolibanese senza perdere la faccia. E sul campo diventano dinamiche che producono ‘mostri’ utili per facilitare quel ‘consenso’ così prezioso alle società complesse per muoversi agevolmente nell’ambito degli interventi coercitivi e muscolari.
Interventi costosi, ragion per cui il ritorno economico è obbligatorio -solo l’Italia in Iraq è diventata un caso di studio in senso contrario; e pensare che gli Usa ci avevano dato Nassyria pensando di farci un favore-, non ci dobbiamo dunque scandalizzare se scopriamo che, mappe alla mano, operazioni militari e tracciati di gasdotti, oleodotti, campi petroliferi e miniere coincidano. Fa parte del gioco, le ‘schifezze’ che metterebbero a dura prova lo stomaco anche del piu scafato dei colonialisti sono altre. Ci arriveremo, un passo alla volta.
Torniamo alla Siria e agli Usa che finanziano gli jihadisti. Qui entra in campo la serietà professionale di chi fa informazione. In un certo periodo del 2013 Washington aveva autorizzato il trasferimento di armi leggere ai gruppi anti-Assad, anche ai gruppi islamici non al Qaida, ma abbiamo detto quanto fosse ballerino il branding del terrore. Al Nusra era in un primo tempo entrata nella black list, era piena di jihadisti stranieri e molti si lamentavano dei metodi pochi ortodossi utilizzati. In più i siriani sono campanilisti (scusate il termine  inappropriato).

Isis era presente ma ancora numericamente non rilevante, sui media occidentali imperversava il Free Syrian Army. Secondo molti esperti dell’intelligence militare turca, il Fsa operava piu sui giornali che sul campo e stava subendo un costante processo di erosione verso le khatibe islamiche. Gli americani stavano consegnando anche qualche ‘aggeggio’ sofisticato, per cui era fuori discussione consegnarlo a gente unknown. Ragion per cui nelle vicinanze di Ankara era stato allestito un campo di addestramento, in cui per un paio di settimane i combattenti siriani venivano istruiti all’uso delle armi. In realtaà serviva a schedarli, anche col prelievo del Dna quando possibile, per mappare un futura area jihadista addestrata all’uso di armi critiche come i sistemi antiaerei a spalla tipo Stinger e affini (Rpg di nuova generazione). Poi, per ragioni politiche, al Nusra aveva deciso (Autunno 2013) di attenuare l’identità islamista (odore di dollari?) diventando improvvisamente un interlocutore ‘moderato’, dimissionando tutti i combattenti non siriani che erano cosi confluiti in massa in Isil. Così, oggi, in Iraq è possibile trovare uno di questi ‘simpatici’ giovani combattenti ‘mozzateste’ che potrebbe raccontare a un inorridito reporter del suo addestramento in Turchia da parte di istruttori yankee. E questo è solo un piccolo esempio del ‘casino’ siriano.

Arriviamo alle operazioni ‘volta-stomaco’.
Facciamo un salto indietro di qualche anno, tra il 2011 e il 2012. Sul quotidiano presso cui lavoravo all’epoca pubblico alcuni articoli, dove parlo dei campi di addestramento per jihadisti nel Nord del Libano. Erano tre e disponevano di una struttura ospedaliera nella citta libanese di Tripoli. Ogni giorno da questi luoghi segreti  partivano gruppi di invasatiin Siria, dove sarebbero state commesse atrocità inenarrabili. Faccio alcune verifiche con i miei contatti nelle agenzie preposte alla raccolta di informazioni, tra molti imbarazzi tutti confermano.
Durante la mia permanenza lungo il confine turco (Hatay, Civelgozu, Rehanly e Kilis), nel novembre 2013, e brevi ma istruttive puntate in territorio siriano, il quadro si arricchirà di altri particolariagghiaccianti.
In un primo tempo l’analisi, un pò ingenua, che facevo era legata alla similitudine con il jihad antisovietico in Afghanistan. Si utilizzava il radicalismo contro Assad perchè lo si considerava il mezzo più rapido per disarcionarlo dal potere. Più ‘inca..ati’, piu violenti quindi piu efficaci nella lotta contro il dittatore.
Un certo disagio -uso un eufemismo ma chi legge potrà ben immaginare le parole che avrei preferito utilizzare- nasceva dai metodi: nell’area siriana non distante dal confine libanese un pullman con  numerosi civili a bordo, comprese donne e bambini, era stato fermato. Erano stati tutti sgozzati. Il disagio diventava rabbia quando scoprivi i finanziatori di quei campi: Arabia Saudita, Qatar e … Francia! Era una realtà dura da digerire, perchè sbriciolava l’ultimo diaframma che separava istituzioni come gli Stati che amano dirsi democratici, e le leggi della jungla. Ma pensando alla Francia il disagio durava solo un attimo. Perchè immediatamente riaffioravano alla mente le parole dell’ ex Presidente Francesco Cossiga sulla strage di Ustica. Un Paese europeo ‘amico’ che tira giù un areo civile e non chiede neanche scusa è capace di tutto.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Qualche mese dopo la prima pubblicazione anche un altro quotidiano blasonato (italiano) aveva accennato, in un pezzo di corrispondenza, la notizia dei campi, ma senza troppi dettagli. Poi più nulla. L’ipotesi più probabile della ratio per questa disgustosa operazione non era, dunque, legata al suo valore ‘militare’, ma al fatto che queste ignobili azioni, questa ferocia bestiale, portasse la popolazione civile ad armarsi. Cosa poi successa. Perchè qualcuno potesse dire che tante migliaia di siriani fossero in armi contro il dittatore Assad, un altro personaggio sanguinario, massacratore del suo popolo e privo del benchè minimo scrupolo nell’uso di ordigni di ogni tipo contro civili inermi.
Questo episodio sarebbe dunque da inserire nel file ‘induzione comportamenti collettivi’.
E’ molto probabile che alcune di queste pattuglie digentiluominisiano poi confluita in Is o per continuare ad esercitare la follia omicida o per fornire ‘l’aiutino’ alla politica di molti Paesi in affanno di consensi. Le teste che rotolano fanno sempre comodo. Sono un viatico formidabile per una politica estera pret-a-porter.

Ora dopo il video scioccante di Foley è partita la ‘propaganda’ mediatica. Prepariamoci, dunque, a sentirne di tutti i colori su Is, sui suoi progetti per conquistare il mondo e piantare la bandiera nera del jihad su Capitol Hill e magari sul Vaticano. Le biografie del califfo di Is, Abu Bakr al-Baghdadi ‘quello di Bagdad’ spopoleranno. Salterà fuori che hanno a disposizione un satellite e che stanno progettando di svuotare i conti bancari di milioni di ignari cittadini. E prepariamoci al battesimo di esperti nuovi di zecca. Gente mai sentita prima, catapultata sulla prima linea mediatica. E anche nell’altro campo si sparerà alzo zero senza pudori. Altro che Hornet’s nest. Fare giornalismo non embedded diventerà quasi impossibile.
Lo spazio già ridotto per l’informazione indipendente si estinguerà per fare largo a quella in divisa, da entrambe le parti. Avrà vinto la radicalizzazione.

Un altro piccolo esempio del clima surreale prodotto da queste dinamiche è la Tunisia. Durante gli ultimi giorni del Ramadan a luglio, in rapida successione erano morti 18 militari sul monte Chaambi, vicino a Kasserine sul confine algerino. Quattro militari saltati su di una mina e 14 falciati sotto una tenda mentre festeggiavano l’Iftar, il pasto che rompe il digiuno quotidiano. Giovani soldati centrati da rpg e mitragliatrici. Grande cordoglio del Paese, polemiche politiche a go-go, poche considerazioni ‘tecniche’, le uniche utili in questi casi. Zona operativa ad alto rischio, senza una force protection adeguata. Gli assalitori sapevano che le unità di due distaccamenti quella sera si sarebbero riunite per la cena. Insomma abbastanza per decapitare una carrettata di ufficiali e responsabili a vari livelli. Nulla accade. Di più, sullo Chaambi lo scorso anno avevo fatto una capatina. Roba tipo Aspromonte, adatta per reparti come i Cacciatori eliportati dei Carabinieri (Scec) magari supportati da sistemi come i satelliti radar del Cosmos-SkyMed. Vengo a sapere da fonti bene informate che gli Usa avevano subito proposto al Governo, guidato allora da Ennahda, di dare una mano a fare ‘pulizia’. Erano però scattati i caveat islamici sulle collaborazioni con gli yankee: indigeribili. Non era stata tentata neanche  una richiesta a governi più vicini (quello italiano). Si era solo vista una batteria di obici, a favore di telecamere, cannoneggiare (inutilmente) alcune pendici della montagna. La versione ufficiale vuole che questi terroristi siano arrivati in parte dal Mali e da altri gruppi armati della galassia jihadista. Parlando con alcuni ‘operatori’ locali apprendevo della presenza, fra i molti catturati, di algerini ‘militari’. La traduzione della parola ‘askari’ è abbastanza chiara. La tecnica delle gole tagliate, ai danni di alcuni poveri soldati, ricordava molto la ‘firma’ della sporca guerra contro il Gia algerino degli anni Novanta. Ora è lo stesso governo algerino a temere – afferma –  sul proprio territorio e quello tunisino attacchi in stile 11 settembre, provenienti dalla Libia dopo la conquista dell’aeroporto di Tripoli da parte delle milizie islamiche al Fajr. A Tunisi non pochi toccano ferro.  Scoperti anche una serie di tunnel lungo il confine tra Tunisia, Libia e Algeria. Anche se il florido commercio del contrabbando potrebbe giustificarne, almeno in parte, la presenza. E’ chiaro che le vicende di Is abbiano reinnescato delle dinamichepolitiche‘  nel Maghreb, dove ingerenze e gran pasticci internazionali hanno lasciato il segno. E anche qui la gran cassa mediatica si è improvvisamente risvegliata.

Ma c’è un ultimo capitolo che vale la pena raccontare e che riguarda il futuro dell’informazione.

Facciamo quattro passi indietro. Limitiamoci alla crisi finanziaria del 2008, anche se la data d’inizio più giusta da prendere in considerazione sarebbe il 1998, ma dovremmo scrivere un inciso lungo quanto un articolo. Cercherò di semplificare all’osso, chiedendo scusa agli esperti che storceranno il naso. La velocità, le dinamiche del mondo globalizzato, le crisi, le emergenze di ogni natura che lo assalgono ciclicamente nascono, si sviluppano e producono i loro effetti molto velocemente. Troppo. Troppo per i riflessi delle vecchie democrazie parlamentari, legate alle liturgie del consenso politico e, quelle più avanzate, del consenso diretto dei cittadini.
Dal 2010/11 si cominciava ad orecchiare in certi ‘ambienti’ come ormai la democrazia, come modello per la gestione di società complesse (ci siamo tornati), avesse dei problemi per cosi dire strutturalie che fosse più adatto ricercare un nuovo modello, una Srl della democrazia, più flessibile, veloce e adatta a ‘un mondo sempre più globalizzato’… scusate, mi è scappato il luogo comune! Insomma serviva qualcosa di più veloce, una turbodemocrazia (dopo il turbocapitalismo ahinoi)… in parole ancora più povere? Qualcosa di meno democratico. Forse ci arriveremo.
Comunque sia, uno dei problemi della gestione delle società complesse è il ‘controllodell’informazione. Nelle dittature è semplice, verticale: guinzaglio corto. Nelle democrazie mature valgono gli ambiti,  dei recinti dentro i quali la libertà è garantita: guinzaglio lungo. Poi ci sono casi come l’Italia della prima Repubblica, tanto per fare un esempio, dove vigeva il ‘pluralismo del potere’: potevi scegliere tra due o tre guinzagli. Ora con l’avvento del web, dei social e quantaltro si è avuta una polverizzazione delle fonti dell’informazione. Controllo molto complesso, a volte impossibile. I giornalisti, ‘troppo potenti’ -mi scappa da ridere- si dovranno preparare a un grosso ridimensionamento. L’attuale crisi in Medioriente e il periodo precedente delle ‘primavere’ è stato un banco di prova. Gli Usa, ancora convinti di essere i migliori gestori delle società aperte, spingeranno ancora un pò la web revolution, poi vedremo dove andranno a parcheggiare. Oggi vogliono uscire dal casinomediorientale più in fretta possibile, per dedicare ogni attenzione e risorsa verso Pechino, contro cui si giocherà la vera partita del secolo.

Le nuove alleanze coniate per riempire il vuoto americano, Israele-Francia-Arabia Saudita-Qatar-Eau, hanno in parte fallito miseramente, lasciando un unico vero protagonista regionale con la pericolosa sensazione di poter dare le carte da solo: Israele.
Lo Stato ebraico, per il suo bene, andrebbe sempre tenuto all’interno di architetture politiche articolate, in grado di mitigarne le spinte ‘decisioniste’ e le logiche ‘cartesiane’ che, in un contesto mediorientale, non sono proprio un viatico per la pace, ma un passaporto sicuro per la guerra.
Per quanto riguarda il mestiere del giornalista/reporter consiglio di non buttare taccuino e matita, potrebbero sempre servire… per prendere le ordinazioni.

 

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