venerdì, Maggio 7

Medioriente, Hamas e jihadisti al Cairo field_506ffb1d3dbe2

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Sono cessati nella notte i raid nella Striscia di Gaza, l’aviazione d’Israele non avrebbe sparato nessun razzo dalle 23 di ieri ora locale. Sami Abu Zouhri, ha da parte sua affermato che Israele “sarà ritenuto responsabile di qualsiasi escalation durante l’Eid al Fitr“, la festa che segna la fine del mese del Ramadan. La giornata è comunque iniziata con i boati dei colpi di artiglieria esplosi da un tank israeliano nel nord della Striscia di Gaza, a perdere la vita un bambino di quattro anni. Si tratta della prima di una decina di vittime da quando le due parti hanno iniziato a osservare una tregua non ufficiale. L’ennesimo tentativo di tregua è durato appena poche ore: otto civili israeliani sono rimasti feriti, tre dei quali in modo grave, a ferirli un razzo palestinese lanciato dalla Striscia di Gaza verso il sud di Israele. Almeno altri sette bambini palestinesi sono inoltre rimasti uccisi oggi nel campo profughi di Shati. Una delegazione di Hamas e della Jihad islamica si recherà al Cairo nei prossimi giorni per prendere in esame con i responsabili egiziani il raggiungimento di un reale cessate il fuoco nella striscia. Abbas continua a credere nell’aiuto dell’Egitto: «Restiamo fermi sull’iniziativa egiziana – ha proseguito – non accetteremo iniziative di altre parti soprattutto perché altre iniziative non farebbero altro che compromettere il lavoro palestinese».

Si fa sempre più critica anche la situazione all’aeroporto di Tripoli dove nelle ultime ore sono andati a fuoco due depositi di combustibile situati vicino alla scalo. Il governo libico ha definito la situazione molto pericolosa e ha chiesto l’aiuto degli organismi internazionali per spegnere le fiamme. L’esecutivo è tornato a chiedere alle milizie che si scontrano da due settimane per il controllo dell’aeroporto che depongano le armi immediatamente per facilitare il lavoro dei vigili del fuoco e ha addossato proprio alle milizie di Zintan e di Misurata la responsabilità per un’eventuale tragedia ambientale. Intanto a Tripoli mancano da ieri l’acqua e l’elettricità a causa del weekend che è proseguito tra attentati e lanci di razzi; la Germania ha richiamato il personale diplomatico e stessa cosa pensa di fare Obama; inoltre diversi paesi occidentali –tra cui l’Italia- hanno invitato i proprio connazionali a lasciare il Paese.

Anche per l’Ucraina non è una giornata da ricordare: la Russia torna ad avvisare gli Stati Uniti contro un possibile invio di armi al governo a Kiev. «Una misura del genere non farebbe altro che attizzare il fuoco e spingere ad una soluzione non negoziale del conflitto» ha detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov che chiede a Washington di fornire “finalmente” le informazioni sui presunti consiglieri militari statunitensi che starebbero aiutando il governo ucraino. Intanto secondo i dati recuperati dalle due scatole nere del volo MH17, l’aereo della Malaysia Airlines è stato distrutto da una forte decompressione esplosiva provocata dalle schegge di un missile. La situazione politica vede inoltre iniziare il duello degli oligarchi, adesso si tratta di capire come proseguirà l’operazione militare nel Donbass, il cui esito potrebbe pesare in positivo o in negativo sul risultato dei partiti alle elezioni, e proprio quale sarà l’esito delle elezioni anticipate la cui data sarà fissata entro il 24 agosto se alla Rada non verrà trovata nel frattempo un’altra maggioranza. Per indebolire ulteriormente la già contorta situazione ucraina la scorsa settimana Rosselkhoznadzor ha annunciato anche il divieto di ingresso dall’Ucraina di prodotti agricoli sia nel bagaglio a mano dei viaggiatori sia tramite le spedizioni postali. L’autorità russa ha denunciato le numerose violazioni della legislazione nazionale e il rifiuto da parte ucraina di negoziare. Mosca non è nuova a guerre commerciali legate a tensioni politiche con i propri vicini. Di recente sono state bloccate le importazioni di frutta e verdura dalla Moldova, dopo la firma da parte di quest’ultima dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea.

Il Cremlino nel mentre riceve la notizia che dovrà pagare 50 miliardi di dollari di risarcimento agli ex azionisti della compagnia petrolifera Yukos. Lo ha deciso la Corte arbitrale permanente dell’Aja, mettendo fine al lungo contenzioso legale iniziato nel 2005. La Yukos fu sciolta dalle autorità russe nel 2003, dopo che l’amministratore delegato e maggiore azionista della compagnia, Mikhail Khodorkovsky, venne giudicato colpevole di evasione fiscale. La richiesta iniziale degli azionisti era di 100 miliardi di dollari. A loro giudizio il Cremlino sciolse intenzionalmente la Yukos, fabbricando artificialmente le prove di evasione fiscale che portarono alla dichiarazione di bancarotta della compagnia. La Russia dichiara che ricorrerà in appello.

Anche la crisi politica in Bulgaria inizia a richiamare l’attenzione raggiungendo in questi giorni la sua fase cruciale. Ieri il Partito socialista, che ha sostenuto il governo di Plamen Oresharski, ha nominato un nuovo leader, Mihail Mikov, che porterà la formazione alle elezioni anticipate del 5 ottobre. La crisi politica è stata accelerata dalla crisi del sistema bancario, che ha fatto temere a molti un ripetersi del grande crack degli anni ’90. Una delle principali banche del paese, la KTB, a giugno ha dovuto chiudere i suoi sportelli, dopo che in tre giorni i clienti, presi dal panico, hanno ritirato qualcosa come 700 milioni di dollari.

La Commissione europea ha denunciato la nuova tassa sui media decisa dal governo ungherese come una minaccia al pluralismo e contraria alle norme e ai valori europei. «La libertà di stampa è minacciata in Ungheria», ha tuonato il Commissario europeo per l’Agenda digitale, Neelie Kroes.

E mentre Sarah Palin è ritornata nelle tv americane con un canale web di sua proprietà focalizzato sulla politica americana, le rivelazioni sui programmi della National Security Agency hanno spinto le fonti abituali dei giornalisti a pensarci due volte prima di parlare con la stampa, anche se solo per discutere di tematiche non segrete, per paura di perdere l’accesso alle informazioni o di essere perseguiti   penalmente. Lo studio realizzato dall’Unione Americana per le Libertà Civili e dalla Ong Human Rights Watch si basa su 92 interviste realizzate a giornalisti, avvocati, attuali ed ex responsabili governativi. La conclusione è inequivocabile: i programmi di sorveglianza creati da Washington con lo scopo di combattere il terrorismo hanno minato la libertà di stampa e il diritto pubblico all’informazione. «Il lavoro di giornalisti e avvocati è il cuore della nostra democrazia» ha sottolineato l’autore del rapporto, Alex Sinha. «Quando il loro lavoro è colpito, lo siamo anche noi».

 

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