domenica, Aprile 18

Mediobanca, asse con Pechino La banca centrale cinese acquisisce il 2% di Mediobanca

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Continuano gli investimenti della Cina in Italia. Dopo l’acquisto di partecipazioni in Eni, Enel, Consob, Telecom Italia, Prysmian, Fiat e Generali, la banca centrale della Repubblica Popolare Cinese, la People’s Bank of China, ha acquisito il 2,001% di Mediobanca. L’acquisizione, secondo quanto emerge negli aggiornamenti Consob sulle partecipazioni rilevanti, è avvenuta il 14 ottobre.

Lo stesso giorno c’era stata la visita di Stato del Primo Ministro della Repubblica Popolare della Cina, Li Keqiang, accolto dal Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. L’incontro a Roma, nei giorni alla vigilia del vertice Asem di Milano, aveva fruttato all’Italia 13 accordi con la Cina per 8 miliardi di euro. Gli investimenti già effettuati dalla Cina in aziende quotate sul mercato italiano sono poi stimati sopra i 7 miliardi.
In Mediobanca, a parte l’accordo di sindacato dove spiccano Unicredit con l’8,697% e Vincent Bollor‚ con il 7,5%, tra i soci fuori patto figurano le fondazioni, in primis Carisbo al 2,556%, e Groupama, che nella fotografia Consob è al 4,9%

La Cina, dunque, consolida le sue posizioni in alcuni dei principali istituti e nelle aziende italiane che contano.

L’economia del colosso cinese continua a crescere, sebbene con ritmi meno sostenuti rispetto al passato. Secondo le stime diffuse dal Governo di Pechino, il Paese registra un terzo trimestre con un netto rallentamento della crescita economica, al livello più basso in cinque anni. Nel terzo trimestre del 2014 il Pil della seconda economia mondiale è salito del 7,3%, leggermente sopra le attese degli analisti (+7,2%).

L’allargamento della presenza cinese in aziende quotate sul mercato italiano ha di certo contribuito al sensibile avanzamento di piazza Affari nella classifica mondiale dei mercati finanziari. La Borsa italiana, infatti, risale a 20esimo posto mondiale per capitalizzazione. A confermare il risultato è l’Ufficio studi della stessa Mediobanca, secondo cui piazza Affari «tiene bene per dinamicità». La Borsa di Milano supera così Malesia, Messico e Singapore, che negli ultimi 12 mesi si sono fortemente contratte.

Secondo il rapporto, stilato su base annuale, Milano è a 496 miliardi, lontanissima comunque dal primo, il Nyse di New York (14mila miliardi), dal Nasdaq (secondo con 4.800 miliardi) e da Londra (terza con quasi 3mila). Molto sopra Piazza Affari c’è anche Madrid, con 894 miliardi di capitalizzazione.

Milano, però, è al secondo posto, dopo il Nasdaq, per la dinamicità’. Secondo Mediobanca, infatti, «il rapporto tra controvalore degli scambi annui e capitalizzazione complessiva, il cosiddetto indice dirotazione’, vede Piazza Affari seconda, a una quota media di 1,7 negli ultimi 10 anni. Il Nasdaq, marcato borsistico elettronico degli USA, ha una media di 5,3.

Ma Piazza Affari batte Francoforte (1,5), Madrid (1,4) e di gran lunga tutte le Borse emergenti, che difficilmente superano quota 1. 
Tuttavia Milano fatica ancora dal punto di vista dei rendimenti per gli investitori: «negli ultimi 10 anni ha accusato un ribasso medio annuo del 2,6%, con la sola Borsa greca che ha fatto peggio (-8,3% medio annuo).

I risultati migliori nel decennio sono stati messi a segno dalle Borse dell’Indonesia (+389% nei dieci anni), Messico (+301%) e Mumbai (+212%).
Fra i principali mercati europei notevole il rialzo del 91% dalla Borsa svizzera, del 61% del Dax tedesco e del 32% del London Stock Exchange. Bene anche Parigi e Madrid, entrambe salite del 24% in 10 anni».

Altro dato eloquente diffuso oggi da Mediobanca riguarda, appunto, i rendimenti. Secondo l’istituto di piazza Enrico Cuccia quelli più rilevanti vengono dal risparmio.

Dallo studio, infatti, emerge che i Bot, buoni ordinari del tesoro a 10 anni, assicurano rendimenti superiori rispetto a quelli del mercato finanziario.  

Al lordo di tasse e inflazione, dal 31 dicembre 2004 Piazza Affari ha perso lo 0,5%, mentre i titoli di Stato hanno assicurato un rendimento sicuro del 2,3%.

Ma il settore bancario, in modo particolare quello europeo, oggi è stato interessato dalla decisione della Commissione Europea che ha stabilito i criteri per calcolare il contributo delle banche al fondo di risoluzione nazionale e al Fondo di risoluzione unico, cioè lo strumento per assicurare che le banche soggette a ristrutturazione dispongano di un sostegno finanziario a medio termine per continuare l’attività.
La direttiva sulla risoluzione delle banche (BRRD), infatti, istituisce il fondo di risoluzione nazionale, al quale tutte le banche sono tenute a contribuire dall’1 gennaio 2015.

Secondo quanto affermato dal Commissario al mercato interno, Michel Barnier, «entro il 31 dicembre 2024 il livello-obiettivo del fondo nazionale dovrà essere pari ad almeno l’1% dell’ammontare dei depositi protetti di tutti gli enti autorizzati nel territorio dello Stato membro. Con l’entrata in vigore dell’Unione bancaria, da gennaio 2016 i fondi nazionali confluiranno con il Fondo di risoluzione unico, che entro otto anni raggiungerà il target fissato di 55 miliardi di euro (ovvero l’1% dell’ammontare dei depositi protetti di tutti gli enti autorizzati nella zona euro)».
«L’approccio scelto per decidere i contributi di ogni singola banca «è equo, perché‚ ogni banca sarà tenuta a contribuire in funzione delle sue dimensioni e del suo profilo di rischio. E’ anche proporzionato, perché‚ le banche più piccole beneficeranno di un regime di contribuzione soggetto ad aggiustamenti».

Inoltre da Bruxelles arriva anche lo stop alle attività di speculazione di quattro colossi bancari: Rbs, Ubs, Jp Morgan e Credit Suisse.
La Commissione europea, infatti, ha multato le quattro banche internazionali per aver costituito un cartello per manipolare i derivati sui tassi d’interesse sul franco svizzero.
I servizi Antitrust dell’Esecutivo di Bruxelles hanno imposto a tali istituti di credito sanzioni per un totale di 32,3 milioni di euro.

Di pensionati in coda agli uffici postali il primo del mese non se ne vedranno più.

Slitterà dal primo al giorno 10 di ogni mese il pagamento delle pensioni. La norma contestata oggi dai sindacati dei pensionati sarebbe prevista dal disegno di Legge di Stabilità, ed era già inserita nelle bozze circolate nei giorni scorsi. Se dovesse essere ratificata, entrerebbe in vigore dal primo gennaio 2015.
L’obiettivo del Governo è «razionalizzare e uniformare le procedure e i tempi di pagamento delle prestazioni previdenziali corrisposte dall’Inps».
La norma, infatti, prevede che «i trattamenti pensionistici, gli assegni, le pensioni e le indennità di accompagnamento erogate dagli invalidi civili, nonché le rendite vitalizie dell’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro sono poste in pagamento il giorno dieci di ciascun mese». Il
pagamento slitta al giorno successivo se il 10 del mese è festivo o non bancabile.

Il nodo che emerge, secondo chi contesta la norma, è che spesso la pensione serve per pagare impegni fissi, come l’affitto, che scade solitamente il 5 di ciascun mese, il mutuo, o eventuali pagamenti di prestiti».

Tra i contrari spiccano SPI-CGIL , FNP-CISLUILP, che hanno interpretato la norma come «un accanimento contro anziani».
Per i sindacati dei pensionati, infatti, «è inaccettabile la norma nella Legge di Stabilità che ritarda il pagamento delle pensioni dal primo al 10 del mese». Secondo i rispettivi Segretari generali Carla Cantone, Giggi Bonfanti e Romano Bellissima «il Governo non ha previsto per loro alcun tipo di aiuto e di sostegno ma ha pensato come complicargli ulteriormente la vita».
Susanna Camusso, Segretario generale della Cgil, è tornata a criticare il contenuto della finanziaria, «Non rappresenta la strada giusta per uscire dalla crisi» ha commentato. «La priorità dev’essere data agli investimenti e la creazione di lavoro, un lavoro che sia con diritti e dignità» ha aggiunto.  Inoltre per Camusso la legge non riduce le tasse, non semplifica gli adempimenti burocratici e «sposta tutti gli effetti positivi sul versante delle imprese, senza neppur proporre dei vincoli rispetto al tema degli investimenti e dell’occupazione». Corrisponde dunque a quella «elargizione di risorse a pioggia che abbiamo già conosciuto nella storia recente del Paese e che non hanno determinato né‚ risultati di innovazione né di occupazione».

Per questo motivo oggi la leader CGIL ha continuato a serrare le file in attesa della manifestazione del 25 ottobre a Roma, chiamando a raccolta gl’iscritti con una lettera. «Il vostro coraggio è importante» ha scritto Camusso nella sua missiva.

Intanto brutte notizie vanno registrate sul piano occupazionale: Meridiana ha tagliato 1366 posti di lavoro. La conferma degli esuberi è stata data dalla compagnia aerea sarda al tavolo della vertenza aperto al Ministero del Lavoro. Ora il confronto sta proseguendo senza l’azienda, solo sindacati e istituzioni.

Infine le borse. Giornata positiva per le piazze d’affari europee. Il listino milanese a fine seduta ha guadagnato più di tutti gli altri mercati con il Ftse Mib che ha segnato +2,79% a 19.057 punti. Acquisti anche su Parigi e Francoforte che hanno guadagnato, rispettivamente, il 2,25 e l’1,94%.
A sostenere i mercati, che già in mattinata correvano, oltre l’apertura positiva di Wall Street (Dow Jones +1% alle 18 circa) le indiscrezioni che indicano la Bce considerare l’acquisto di titoli corporate per cercare di potenziare l’immissione di liquidità.

 

 

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