martedì, Settembre 28

Medio Oriente, non c'è pace per Gerusalemme Giallo all'aeroporto di Istanbul. Csu all'attacco di Angela Merkel

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Lo hanno visto poco lontano dalla fermata dell’autobus di Beer Sheva qualche istante dopo l’attentato e poiché aveva la carnagione scura, hanno pensato che fosse uno degli attentatori. L’equazione era semplice e così lo hanno aggredito colpendolo con oggetti e calci. Il ragazzo eritreo era, in realtà, completamente estraneo all’accaduto, si trovava solo nel posto sbagliato al momento sbagliato e ha pagato con la vita. Condotto in ospedale dopo che alcuni soldati lo hanno sottratto alle grinfie della folla, è morto in mattinata a causa delle lesioni interne. È follia, è rabbia incontrollata, è psicosi. È il sintomo di una situazione ormai fuori controllo che nessuno riesce o ha voglia davvero di fermare. Il conflitto isreaelo-palestinese semina ancora morte e distruzione, ma i poteri forti contrattano il futuro di quella terra a suon di relazioni internazionali.

Il ministero degli Esteri israeliano ha convocato l’ambasciatore francese, Patrick Maisonnave  cui ha espresso la decisa opposizione all’idea di avere osservatori internazionali sulla Spianata delle Moschee (o Monte del Tempio) evocata da Parigi. «Israele si oppone a tutte le iniziative non concertate con il suo governo» ha riferito la fonte, dopo che erano filtrate indiscrezioni secondo cui la Francia si appresterebbe a proporre al Consiglio di sicurezza dell’Onu una presenza internazionale sulla Spianata. «Israele si oppone ad ogni mossa che non sia coordinata e avanzata senza la sua partecipazione in temi che riguardano i suoi vitali interessi» ha spiegato Nahshon illustrando quanto detto a Maissonave. L’ambasciatore avrebbe obiettato che il suo paese sta passando in rassegna idee su quello che ha definito “uno stallo continuo nel processo di pace. A sostegno di Israele si è schierata immediatamente l’America rappresentata dal segretario di Stato John Kerry. «Una presenza internazionale sulla Spianata delle Moschee a Gerusalemme per far calare la tensione, come proposto dalla Francia, non è necessaria» ha detto stamattina da Madrid. Il capo della diplomazia americana, che vedrà nei prossimi giorni il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen, ha precisato che Washington non prende in considerazione alcun cambiamento dello statu quo di Gerusalemme. «Il nostro obiettivo è accertarci che tutti ne capiscano il significato, quello che ci serve è la chiarezza».

La posizione Usa non si avvicina nemmeno per poco alla causa palestinese tanto che Kerry ha sottolineato il diritto di Israele di proteggersi contro la violenza. La violenza incontrollata vede protagonisti anche i palestinesi che non sembrano voler limitare la tensione. Al contrario, stamattina da Gaza Hamas ha ordinato alle sue cellule in Cisgiordania di riprendere gli attacchi suicidi per continuare a sostenere l’ intifada. Le forze militari israeliane sono in allerta soprattutto a Nablus e a Hebron, dove ci sono le basi del movimento, ma la popolazione è già pronta a subire rastrellamenti indiscriminati. L’obiettivo dello Stato d’Israele è di ghettizzare sempre di più i palestinesi, non solo nel West Bank, ma anche nella stessa Gerusalemme, dove è stato costruito un muro per dividere il quartiere arabo di Jabal Mukkaber dalla colonia ebraica di Armon Hanatziv. La decisione ha scioccato anche il patriarca latino della città , mons. Fouad Twal, che ha parlato di una barriera che sfigura il volto della Città Santa. «Se continua questa politica di separazione, ogni persona dovrà muoversi a Gerusalemme portando con sé‚ il suo proprio muro, la sua barriera che lo divide dagli altri» ha detto. Dall’inizio di ottobre, la nuova spirale di violenza esplosa in Terra Santa ha provocato l’uccisione di almeno 43 palestinesi e di almeno sette israeliani. «In un Paese democratico» ha sottolineato Twal «qualsiasi atto criminale viene punito dalla giustizia e quando il giudice emette la condanna tutti la accettano. Adesso tutti i civili in Israele hanno luce verde per sparare. Ci sono linciaggi e esecuzioni extra-giudiziali. E l’uso sproporzionato della forza è sempre un segno di debolezza. Mentre servirebbero nervi saldi e mente lucida per riconoscere e rimuovere le cause di questa nuova ondata di violenza» In tutto Israele, infatti, c’è stato un boom di richieste per il porto d’armi.

La fine è vicina, l’accordo imminente. Ma nella vicenda dell’accordo per il nuovo governo libico già troppe volte è sembrato tutto risolto quando, invece, si è ritornati al tavolo delle trattative. Questa, però, Bernardino Leon, inviato dell’Onu nel Paese, ci crede davvero. Una fonte di Tripoli, infatti, avrebbe annunciato che il Congresso generale nazionale (Gnc),il Parlamento di Tripoli dovrebbe tenere in nottata o una sessione dedicata alla proposta delle Nazioni Unite.  Anche il portavoce del governo provvisorio di Tobruk, Hatem El Erebi, ha affermato che il Parlamento (riconosciuto a livello internazionale ndr) si è riunito per esaminare il governo di unità proposto. Non è chiaro quando ci sarà effettivamente la votazione, anche perché resterebbero ancora alcune divergenze all’interno dell’Assemblea, tra chi sostiene l’intesa e chi la boccia. Intanto, però, a livello internazionale si fa pressione sulla Libia affinché trovi la soluzione il prima possibile. E infatti, i ministri degli Esteri di Algeria, Francia, Germania, Italia, Marocco, Qatar, Spagna, Tunisia, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti, e l’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, si sono ufficialmente appellati a tutte le parti libiche. «Le parti del dialogo sono di fronte a una scelta molto grave» si legge in una dichiarazione congiunta. « Possono ritardare l’approvazione del testo e degli annessi oltre il 20 ottobre o tentare di introdurre ulteriori emendamenti, mettendo a rischio la stabilità del Paese. Per mettere al sicuro il futuro della Libia, incoraggiamo le parti libiche ad approvare immediatamente il lungamente discusso compromesso politico sancito nell’accordo politico, che darà al Paese un periodo di stabilità fino a quando una nuova costituzione potrà essere approvata. Potranno quindi avere luogo nuove elezioni per dare  finalmente alla Libia un nuovo Parlamento rappresentativo, inclusivo e democratico, e la cui legittimità sia riconosciuta in tutto il Paese e nel mondo». Le prossime ore sono cruciali, dunque, e lo stesso Leon è in fibrillazione per l’esito della trattativa.

Entro una settimana dall’effettiva revoca delle sanzioni internazionali Teheran aumenterà  di 500mila barili al giorno la sua produzione di greggio. Lo ha annunciato il direttore generale della National Iranian Oil Company, Rokneddin Javadi, all’indomani della giornata dell’adozione dell’accordo sul nucleare, con gli Usa e l’Ue che hanno mosso i primi passi per la rimozione totale delle misure restrittive contro Teheran. Ieri, infatti, il presidente americano Barack Obama ha formalmente dato mandato alla sua amministrazione di preparare la sospensione delle sanzioni contro l’Iran in virtù dell’accordo sul nucleare del 14 luglio. «É un’importante pietra miliare» ha detto Obama, «un giorno importante per il cammino che porta a prevenire l’Iran dal realizzare armi nucleari, assicurando che il loro programma nucleare pacifico vada avanti» . L’adoption day, rispettato dagli Usa, arriva dopo 90 giorni dal via libera del Consiglio di Sicurezza Onu all’accordo di luglio. «L’aumento della produzione significherà anche un incremento dell’export, destinato soprattutto verso i nostri clienti tradizionali in Europa e Asia», ha sottolineato Javadi facendo anche intendere che le grandi manovre iraniane nel settore petrolifero non sono finite. Il ministro Binan Namdar Zangeneh ha già annunciato che la Repubblica islamica firmerà nei prossimi due anni contratti petroliferi del valore di decine di miliardi di dollari, grazie a un nuovo sistema di contratti, più favorevole a chi investe. Teheran, dunque, punta a riprendere la sua quota di mercato, conquistata in questi anni dalle monarchie sunnite del Golfo e dall’Iraq. L’obiettivo prefissato da Zangeneh è che l’export di greggio arrivi a quota 2,5 milioni di barili al giorno nel prossimo futuro.

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