mercoledì, Maggio 19

I Medici e la querelle fra fiction e realtà

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I Medici e il fascino dell’intrigo. Che va introdotto anche laddove non c’era o non se ne ha notizia certa. Questo è il principio della Fiction quando affronta personaggi celebri  del nostro passato, come nel caso della prima serie dedicata a quella dinastia che ha dominato Firenze e il mondo per alcuni secoli, sia come potenza economica che culturale. Il torbido e  l’intrigo, i delitti, i tradimenti e gli inganni, le trame segrete sono  sempre  un grande  motivo d’attrazione per il grande pubblico: e poco importa che le fiction storiche siano costellate di errori e inesattezze, l’importante è che siano verosimili, credibili, tali comunque da confermare l’idea che ci si è fatti di quei tempi  lontani o oscuri ai più.

Gli ascolti pagano: 7 milioni e mezzo, bene anche  sui social, un pubblico composto nel 37,9% di laureati, buono anche i giudizio della critica televisiva. “Ma è  giusto dare notizie false e sbagliate?  Si tratta di superficialità o ignoranza? Personalmente ritengo che non si debba fare. Non ce lo possiamo permettere. Studiate prima!”. L’accusa è pesante e impietosa e chi la muove è un’autorità nel suo campo, in quanto si tratta di Monica Bietti, storica dell’Arte e responsabile delle Cappelle Medicee. Sede del confronto, i sotterranei della Chiesa di S.Lorenzo a Firenze,  ovvero la chiesa di famiglia dei Medici, che avevano eretto quasi dirimpetto la loro casa, l’attuale Palazzo Medici-Riccardi. Un confronto  a più voci, in occasione del seminario promosso dall’Associazione Stampa Toscana e dall’Opera Medicea Laurenziana, dal titolo La verità sui Medici dopo la fiction TV. Una verità agro-dolce secondo i diversi punti di vista.

A far le pulci alla Fiction si sono mosse anche altre voci, come quella del giornalista Marco Ferri, che da anni dirige una rivista culturale dedicata proprio ai Medici e al loro tempo. E quali sarebbero i falsi storici  e gli errori  commessi consapevolmente o inconsapevolmente? Innanzitutto, il protagonista Giovanni de’ Bicci, interpretato da un magistrale Dustin Hoffman, il primo fondatore della fortuna commerciale della casata, padre di Cosimo ( che diverrà il Pater Patriae) e di Lorenzo, che daranno vita a tutta la più influente schiera medicea; ebbene, Giovanni muore il 20 febbraio 1429 a 69 anni; a febbraio però l’uva, con la quale sarebbe stato avvelenato, secondo la fiction, non è matura. Non solo, dalle testimonianze dei suoi contemporanei e dai libri di storia, non  si ha notizia di  decesso per avvelenamento. Inoltre, le indagini condotte da équipe di paleopatologi dell’Università di  Pisa e di Firenze, sui reperti umani riesumati dalle tombe dei Medici che si trovano nel Pantheon di famiglia,  cioè nelle Cappelle sulle Medicee, non hanno rivelato tracce di avvelenamento  di Giovanni de’ Bicci. Come invece appare sui resti di Francesco I Granduca, avvelenato insieme a quella che era stata prima amante e poi seconda e adorata moglie Bianca Cappello, mentre si trovavano nella Villa di Poggio a Caiano. Lui aveva  46 anni, lei 39. Non furono i funghi. Come fu detto.   A questo principe, amante delle scienze, dell’alchimia, delle arti, succedette nell’incarico suo fratello, il Cardinale Ferdinando, sul quale caddero  già allora i sospetti dell’accaduto. Un intrigo vero, quello. Ma accaduto nel 1587, un secolo e mezzo dopo.

Perché dunque far ruotare la storia attorno ad un falso, o comunque un dato non riscontrabile? Un interrogativo che sembrerebbe mettere alle corde gli autori della fiction, la coproduzione ( la Lux Vide fondata dal fiorentino Ettore Bernabei, scomparso  nell’agosto dello scorso anno, e ora di suo figlio Luca,  Nicholas Mayer e Frank  Spotniz  ideatori  e Sergio Mimica Gezzan direttore)  e la Rai. Della difesa degli errori e dei tradimenti della storia  – volontari o casuali –  contenuti nella Fiction si fa carico Francesco Nardella, vicedirettore editoriale di RAI fiction. Il quale fornisce un’articolata  motivazione:  si tratta  di una fiction e non di un docufilm,  dunque in quanto fiction si può liberamente e fantasiosamente narrare una storia  (o più storie) che diano comunque l’idea di un’epoca, di un periodo storico, di personaggi  più o meno noti.

Il problema che sempre si  è posto agli autori è stato  innanzitutto quello  di  rispondere alle esigenze di un mercato vasto,  internazionale, che ha una vaga idea e forse neanche quella, delle vicende, dei personaggi e delle storie trattate.  “Non vogliamo escludere nessuno dal godimento di questa serie – dice –  che narra ad un pubblico internazionale trecento anni di storia, vogliamo parlare a tutti,  Master of Florence  ( è il titolo della serie) è costruito secondo un  secondo un modello internazionale ed un  linguaggio comprensibile ai più”. La serie è una produzione internazionale, l’intervento italiano è del 40 per cento, molti  i Paesi  (tra cui Giappone, Usa, Francia, Scozia e altri ancora)  hanno acquistato il prodotto,per il quale l’intervento finanziario italiano è di irca il 40 per cento. “Non intendevamo fare un’operazione di nicchia, o ripercorrere un genere polveroso.  No, l’idea era quella di catturare fin dall’inizio l’attenzione dello spettatore – anche attraverso l’intrigo : Hitchcock  docet –  prenderlo per mano e condurlo dentro una storia a lui ignota, intrigante e suggestiva, fino al cuore del racconto:  che non è più Giovanni de’ Bicci, ma è suo figlio Cosimo (Richard Madden), che sta a metà tra medio Evo e Rinascimento e di cui il pubblico internazionale  ben poco sa. L’ importante è che l’attenzione colga il cuore del racconto che, in questa prima serie, è la figura di Cosimo, che  diverrà il Pater Patriae e  suo nipote sarà Lorenzo il Magnifico”.

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