domenica, Agosto 1

McCain, l’ ultimo repubblicano anti-Trump La scomparsa del senatore dell' Arizona spariglia le carte della politica statunitense

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La morte di John McCain, anche se non del tutto inattesa, spariglia le carte della politica statunitense in un momento critico come la vigilia delle midterm. Due volte in corsa per la nomination repubblicana (la prima nel 2000, contro George W. Bush) e candidato alla presidenza nel 2008, negli ultimi due anni, il senatore dell’Arizona si era imposto come una sorta di campione dell’opposizione repubblicana a Donald Trump e come modello di riferimento di quel ‘repubblicanesimo tradizionale’ che l’attuale Presidente sembra avere messo in crisi ‘alle fondamenta’. Da più parti, in questi giorni, è stata evidenziata la presunta incoerenza di McCain, così come è stato messo in luce il suo presunto ruolo di precursore del trumpismo. La scelta di Sarah Palin come ‘ticket’ per le presidenziali del 2008 (poi vinte con largo margine da Barack Obama) è stata spesso ricordata come uno dei punti di partenza del processo destinato a condurre l’‘iper-populista’ Trump alla Casa Bianca. Allo stesso modo, la fama di ‘falco’ di McCain in politica estera e le sue prese di posizione a sostegno delle politiche di regime change promosse da Washington in diversi teatri sono state richiamate quasi a tracciare un parallelo con gli atteggiamenti ‘muscolari’ di Trump.

In queste osservazioni c’è più di un tratto di verità. Nella sua carriera politica, McCain ha sempre sostenuto posizioni apertamenteAmerica first’, con una chiara attenzione agli aspetti militari dei rapporti internazionali e la convinzione che un adeguato margine di potenza costituisse il miglior sostegno alla posizione di Washington. Da questo punto di vista, egli costituiva, anche nel campo della politica estera, un esponente tipico della ‘ortodossia reaganiana’ che fino alla metà degli anni Duemila rappresentava la corrente dominante all’interno del Grand Old Party. Il rapporto teso con Mosca (che ha svolto un ruolo importante nel dare visibilità al suo ‘anti-trumpismo’) è un altro aspetto di questa eredità, peraltro in linea con una biografia politica che lo ha visto giungere alla Camera dei Rappresentanti per la prima volta nel 1982, proprio mentre l’astro di Ronald Reagan si stava imponendo nel panorama politico statunitense. Non è, quindi, privo d’ironia il fatto che le posizioni anti-Trump assunte dopo il 2016 abbiano procurato ampio favore, anche agli occhi dell’elettorato democratico, a una figura che – seppure da posizioni non ideologiche — ha mantenuto, durante tutta la sua carriera politica, un profilo solidamente conservatore.

Al di là di questi aspetti, tuttavia, la domanda importante è un’altra e riguarda gli effetti che la morte di John McCain potrà avere sugli equilibri interni al Partito repubblicano. Con McCain scompare, infatti, uno degli ultimi grandi vecchidel partito e una figura capace – anche in virtù della sua biografia – di comandare un certo grado di rispetto da parte di tutte le sue litigiose componenti interne. Proprio in virtù di questo, McCain ha potuto, in una fase di crisi come quella che del 2016, proporsi come il leader ‘naturale’ di quanti, dentro il Grand Old Party, vivevano con disagio il successo di Donald Trump e le trasformazioni che questo successo lasciava intravedere rispetto all’agenda interna e internazionale del partito. E’ difficile indicare oggi un possibile sostituto a questo ruolo. Non è un caso se la stampa statunitense, in questi giorni, ha spesso accostato la morte di McCain a quella del suo partito, almeno nelle forme che esso ha avuto sino a oggi. Con il voto di midterm alle porte e con un panorama politico fortemente polarizzato anche in seguito alle ultime dichiarazioni del Presidente (per esempio quelle in tema di stampa e media) la possibilità di una evoluzione trumpiana del Partito repubblicano non appare, infatti, del tutto improbabile.

D’altra parte, lo stesso Trump è, sotto molti aspetti, il prodotto di un’evoluzione che ha interessato il Partito repubblicano a partire dagli anni Novanta e, con forza crescente, in quelli dell’amministrazione Obama. Le difficoltà vissute dall’economia USA durante la presidenza di George W.H. Bush (1989-93) e la crisi — pressoché contemporanea — del tradizionale ruolo degli Stati Uniti come antemurale contro la minaccia sovietica hanno, infatti, messo in crisi le basi di fondo dell’‘ortodossia reaganiana’ senza proporre alcuna alternativa credibile. Parallelamente, la lotta per la successione fra i leader del partito ha favorito la frammentazione dei bacini di consenso tradizionali, aumentando il peso del voto organizzato e favorendo la polarizzazione delle posizioni interne sui vari punti di programma. E’ su questi fattori che Trump ha costruito il suo successo nel 2016 ed è puntando su questi fattori che, a novembre, il Partito repubblicano potrebbe cercare di ribaltare un risultato che lo vede, oggi, in netto svantaggio. E’ una strategia rischiosa ma che, sul breve periodo, potrebbe dimostrarsi vincente. A patto di essere pronti, in futuro, ad alzare ancora l’asticella dello scontro, marginalizzando ulteriormente il ‘mainstream’ che proprio il GOP di John McCain e dell’‘ortodossia reaganiana’, con tutti i suoi limiti, aveva cercato di incarnare.

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