lunedì, Settembre 27

Maurizio Scarpa: mutato il dna Cgil field_506ffb1d3dbe2

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Potrebbero essere definite ‘dimissioni eccellenti’. Perché ad uscire dalla Cgil di oggi, quella di Susanna Camusso, quella che ha siglato l’accordo sulla rappresentanza, quella in aperta polemica con la Fiom di Maurizio Landini, non è l’ultimo degli arrivati nello storico Sindacato, ma un ‘quadro’. Maurizio Scarpa infatti, da 22 anni nel Sindacato che fu di Bruno Buozzi e Giuseppe Di Vittorio, ha ricoperto fino a qualche settimana fa l’incarico di vice Presidente del Direttivo Nazionale confederale CGIL. Se ne andato, ha lasciato la comoda sede di Corso d’Italia, ha sbattuto la porta e ha aderito all’Usb, Unione Sindacale di Base, da ‘semplice iscritto’. Con lui ha lasciato la Cgil per aderire all’Usb anche Franca Peroni, già esponente del Direttivo Nazionale Confereale della Cgil. Scarpa ricopriva incarichi alla Filcams, il settore che si occupa di turismo, terziario, commercio, prima categoria della Cgil per numero di iscritti, ed è tornato al suo impiego all’Inps. 

«Nel nostro Paese è in corso una svolta autoritaria»,  ha sottolineato Maurizio Scarpa uscendo dalla Cgil, «sia sul piano politico sia sindacale, che nega diritti e democrazia. La colpa più grande per un’organizzazione sindacale è quella di aver messo al centro gli interessi dell’impresa. É invece fondamentale restituire centralità e rappresentanza al mondo del lavoro e la strada maestra è la costruzione del sindacato di classe, che agisca su temi generali».

Maurizio Scarpa, lei, andandosene, ha denunciato una svolta autoritaria, un processo che vede coinvolto anche la Cgil. Cosa sta succedendo?
E in atto nel Paese una svolta autoritaria, da un lato c’è quello che vediamo sulla legge elettorale che anziché occuparsi di recuperare consenso, sopratutto di chi è sfiduciato cerca di togliere il diritto di dissenso a chi civilmente va a votare ma non vota per il pensiero unico dei due partiti al governo, dall’altro abbiamo una svolta nel mondo del lavoro dove si impone un accordo nel quale si abolisce il suffragio universale. Se si legge attentamente l’accordo vi si dice che si possono fare le elezioni dei delegati ma anche no, e quindi possono essere eletti da Cgil, Cisl, Uil,i rappresentati aziendale e sulla base del numero degli iscritti se un’organizzazione  sulla base del numero degli iscritti, se l’organizzazione arriva al no al 51 per cento può  firmare un accordo sindacale che si estende a tutti e si applica a tutti. Peccato che il tasso di sindacalizzazione in Italia sia bassissimo, nei miei settore era il 6 per cento. Quindi il 3 per cento più uno dei lavoratori può decidere per oltre il restante 90 per cento dei lavoratori. Se non è una svolta autoritaria questa. Con questo accordo il lavoratore non ha più voce in capitolo.

Come giudica il job act del rampante Matteo Renzi?

Lo posso giudicare da due punti di vista, sia da sindacalista per 22 anni, sia come impiegato dell’Inps che fa le pratiche di disoccupazione. Credo che sia l’ennesimo minestrone riscaldato che propone sempre la stessa cosa perché di fatto non si vuole andare a cancellare la precarietà, ma non intesa solo come contratto a termine ma come modalità di ricatto in cui viene posto il lavoratore quando varca la soglia della sua azienda. Dire che ci sono 20,30 tipologie di contratti è sbagliato…i contratti che usano le aziende sono cinque 6 e sette, basterebbe chiedere all’Inps. E’ inutile abolirne venti che sono quelli che non usa nessuno, il contratto a termine, il lavoro a chiamato. Bisogna intervenire su quelli che usano le aziende.

Nell’ambito del lavoro, ad eccezione di alcune forze politiche oggi extraparlamentari, nessuno reclama più l’abolizione della legge 30, né della abrogazione della legge Fornero. Questo governo o il prossimo farà qualcosa per ridisegnare la normativa sul lavoro restituendo diritti ai lavoratori?

La legge 30 è un pilastro di questo percorso di precarietà, citavo i contratto  il lavoro a chiamata , il lavoro interinali, sono moderni caporalati, moderne schiavitù, tu sei a disposizione dell’agenda che ti chiama quando vuole, si è fatto anche di più. La legge 30 introduce un rapporto individuale tra lavoratore ed impresa. Si è posto il lavoratore in una situazione di subalternità. Che potere ha il lavoratore di contrattare la sua prestazione, il suo salario, quando ha bisogno di lavorare, ognuno per lavorare farebbe qualsiasi cosa anche in deroga alle leggi ai contratti nazionali. Quindi praticamente si è messo il lavoratore in una situazione di solitudine. Sta qui la grande responsabilità della Cgil, perche Cisl e Uil erano già d’accordo all’inizio.  La Cgil definì eversiva la legge 30 perché anticostituzionale. Cosa è successo poi? Perché non la si è più contrastata? Il problema è proprio questo, chi vuole parlare di cambiamento vero deve partire da queste legislazioni che vanno abrogate, che vanno riscritte e ridando un potere al mondo del lavoro non mettendo il lavoratore in condizione di solitudine ma lo considera collettivamente. La stessa costituzione dà questo potere collettivo, questo diritto diseguale tra il lavoratore e l’azienda. Il lavoratore può fare lo sciopero le azienda non possono fare la serrata. perché il legislatore, il costituente, ha fatto questa differenza, perché il lavoratore ha solo la possibilità di contrastare gli abusi ci hanno tolto questa possibilità.  Siamo ormai di fronte al costante ricatto – orario di lavoro, salario – dell’impresa. Penso che nessun governo che verrà cambierà queste legge perché sono strutturali di questa struttura economica e sociale che hanno costruito però poi vediamo è sotto gli occhi di tutti la disgregazione della coesione sociale.

Epifani, già segretario della Cgil, da segretario del Pd non ha mosso un dito per cambiare la legislazione del lavoro attuale.

Chi era contrario a questo normativa era Cofferati che ha dimostrato sul campo di essere contrario a quell’evoluzione, e Cofferati non era un pericoloso estremista ma solo un moderato che però riteneva che in un Paese il lavoro dovesse avere un ruolo centrale. Con Epifani c’è stato il cambiamento della natura della Cgil, non è stata una svolta improvvisa, ad un certo punto si è privilegiato il rapporto con Confindustria, si è messo al centro l’interesse dell’impresa, il lavoro è diventato una variabile sull’altare della produttività, del profitto, piano piano si è arrivati ad oggi. Io ritengo Epifani prima e la Camusso dopo i responsabili di questa involuzione della Cgil. Hanno cambiato il suo Dna, da sindacato rappresentante dei lavoratori a sindacato che al massimo fa tutela, ma che non contrasta la normativa vigente, soprattutto non trasforma il lavoro in un soggetto politico come invece dovrebbe essere un sindacato di rappresentanza.

Secondo lei ci sarà la rottura tra la Cgil della Camusso e la Fiom di Landini?

La rottura c’è è sotto gli occhi di tutti è una rottura di linea politiche, è evidente che sono due sindacati in uno, con due strategie, con due obiettivi diversi, l’abbiamo visto alla Fiat, lo abbiamo visto al congresso. La questione è se si arriva ad una rottura organizzativa. E’ una domanda che andrebbe posta a Landini, alla Fiom. La Fiom dovrebbe prendere atto della incompatibilità con questa Cgil . Perché la Fiom è una confederazione nella confederazione, non è una tessera del mosaico, è propria una nota stonata in questa musica che suona la Cgil. Non può continuare ad essere la cittadella assediata, perché ormai basta poco…La lettera della Camusso è davvero sibillina. Io chiedo alla Commissione Statuto, che è come fosse la Corte Costituzionale alla quale tutti si devono adeguare, domando se domani Landini fa uno, due, tre, io lo posso bastonare? La commissione gli ha dato ragione su tutta la linea. Questa spada di Damocle ce l’ha sulla testa Landini. Lui sa che basta che qualsiasi iscritto faccia ricorso, la commissione di garanzia ce l’ha già scritta la sentenza perché gliel’ha scritta la commissione statuto. Quando una organizzazione arriva a questi livelli, si è come separati in casa. Spero che la Fiom diventi locomotrice, protagonista della costituzione di un nuovo sindacato generale, confederale, di classe che sappia fare contrattazione ma soprattutto rappresentare gli interessi dei lavoratori, cosa che ci manca nel nostro Paese. 

 

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