sabato, Maggio 8

Maturità a 18, non con questa scuola field_506ffb1d3dbe2

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maturita nuova

«Cominciare e finire prima». Il piano del governo Letta per il 2014, ‘Impegno Italia’ – presentato il 12 febbraio, due giorni prima della caduta dell’esecutivo – fra l’altro prospettava l’inizio della scuola a 5 anni e la sua conclusione a 18. Il testo è stato derubricato a «contributo per affrontare i problemi del Paese» dalla direzione del Partito democratico, nel documento del 13 febbraio con il quale il Pd ha tolto il suo appoggio all’esecutivo provocandone la fine, ma la maturità anticipata non è solo sulla carta: è in sperimentazione in alcuni istituti statali e paritari, come disposto dalla ministra dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza. L’iniziativa “è stata preparata da uno studio accurato e sarà seguita dall’analisi attenta dei rendimenti e dei risultati”, disse a dicembre la ministra, aggiungendo di aver concesso l’autorizzazione perché riteneva valide le ragioni ispiratrici della sperimentazione, “legate all’esigenza di adeguare la durata degli studi agli standard europei, consentendo agli studenti un ingresso anticipato nel mercato del lavoro, ovviamente senza escludere la prosecuzione degli studi”. È una buona idea? Ne abbiamo parlato con Roberto Albarea, docente di Pedagogia generale all’Università degli Studi di Udine e all’Istituto universitario salesiano di Venezia. 

 

Professor Albarea, che cosa pensa della proposta di anticipare la maturità a 18 anni? 

Sono fortemente contrario, se l’anticipo non sarà accompagnato da altri interventi. Trovo che gran parte dei giovani, oggi, abbia grossi vuoti culturali e un livello di conoscenza inferiore a quello della generazione precedente, perché la scuola si è molto dequalificata in questi anni; questo non lo dico solo io, che ho una certa età, ma anche miei collaboratori quarantenni, che rinvengono una grande ignoranza diffusa. L’anticipo della maturità, da solo, peggiorerebbe la situazione. Ci si può pensare solo se, insieme ad esso, si cambia l’organizzazione della scuola e s’investe in maniera solida. 

Ad esempio? 

Ad esempio si potrebbe dimezzare il numero di studenti per classe, assumere più insegnanti per orientare e seguire i ragazzi, e aumentare il numero dei laboratori. L’anticipo della maturità sarebbe fattibile con interventi qualitativi di questo tipo. In particolare si dovrebbero organizzare in modo diverso la scuola media e quella superiore; le elementari ancora resistono, perché gli insegnanti sono entusiasti e lavorano bene e gli alunni non sono ancora in un’età ‘difficile’ come quella delle medie. Questi interventi sono necessari, perché senza di essi la maturità anticipata accentuerebbe il degrado culturale. Io insegno in due università, e vedo che gli studenti del primo anno sono a un livello liceale, non universitario. Ma in questa voglia di anticipare la maturità ritengo ci sia anche ipocrisia da parte della politica. 

Cioè? 

Si motiva il provvedimento con la volontà di allineare l’Italia agli standard europei, ma penso sia anche un escamotage per risparmiare ancora sugli investimenti educativi e culturali, attraverso la diminuzione degli insegnanti conseguente alla riduzione delle superiori a quattro anni. Già si è tagliato molto, e ora questo. Mi sembra una manovra ipocritica, politicamente parlando. Ricordo le parole del pedagogista Jerome Bruner: l’investimento culturale ritorna a livello economico.

Come si dovrebbe intervenire, invece, secondo lei?

Alla maggioranza dei ragazzi non piace andare a scuola. Per avvicinare gli alunni allo studio bisogna impostare un’efficace relazione educativa fra docente e allievo; come ho scritto in passato in vari contributi, è necessario congiungere il rigore e la severità con la comprensione e l’aiuto. È falso che i ragazzi non si appassionano allo studio: ti vengono dietro se sai parlare con loro e costruire un’efficace relazione educativa. Hanno bisogno di autorità e fermezza, soprattutto alle superiori; a loro non piace il professore lassista, rispettano di più quello severo. La severità, però, non basta: serve anche capacità di attenzione e ascolto, e aggiungerei anche un certo umorismo, perché un po’ d’ironia è un modo per conquistare l’attenzione.

Gli insegnanti hanno motivazione sufficiente per tutto questo, in tempo di tagli?

I docenti sono motivati a fare scuola. Nella maggior parte dei casi, però, si trovano impreparati, non a livello culturale ma personale: non sanno gestire certe situazioni perché i ragazzi sono più dificili e meno obbedienti di una volta. Penso che gli insegnanti siano capaci di affrontarle, tuttavia, se diminuiamo il numero di studenti per classe, aumentiamo i laboratori e promuoviamo esperienze specifiche. Certo, corsi d’aggiornamento o attività di formazione a livello universitario valgono fino a un certo punto. Non si tratta tanto d’insegnare una materia scolastica quanto di elaborare una relazione educativa, che non è una cosa di carattere disciplinare ma riguarda la capacità personale e formativa dei docenti; anche loro, quindi, avrebbero bisogno di un percorso di formazione adeguato. È un po’ ciò che feci a Udine qualche anno fa preparando insegnanti di scuola secondaria nell’ambito della Sis (Scuola di specializzazione all’insegnamento secondario nda). Insegnare non è difficile; educare è difficile.

 Che cosa intende?

Insegnare è trasmettere un contenuto, mentre educare significa formare. Se voglio fare l’insegnante educatore ho bisogno che ciò che insegno diventi importante per il ragazzo e lo formi nell’identità. Le discipline, soprattutto alle medie e alle superiori, non dovrebbero essere tanto un fine quanto un mezzo attraverso il quale crescere, formarsi e imparare. Questo spiegavo ai docenti nella Sis. A livello politico, se s’interviene in modo approfondito ed etico, non solo per tagliare, è chiaro che gli insegnanti avranno migliori condizioni. E anche loro avrebbero bisogno di un ‘counselor’, ad esempio all’inizio della carriera. Inoltre, in questa visione rinnovata della scuola inserirei anche un periodo di lavoro e volontariato per i ragazzi: hanno bisogno di scontrarsi con la realtà. Devono imparare ad assumersi responsabilità, perché adesso la maggior parte di loro è ‘sdraiata’, disimpegnata e superficiale, anche a causa dei mass media. E oltre al lavoro, anche lo sport e lo scoutismo aiuterebbero molto a responsabilizzarli.

Quali insegnamenti possiamo trarre dalle esperienze dai Paesi europei dove si matura a 18 anni?

Per allinearci agli standard europei in campo scolastico possiamo introdurre esperienze lavorative e di volontariato, come dicevo prima, ma anche favorire il plurilinguismo insegnando non solo l’inglese, perché ci sono ottimi rapporti culturali anche in altre lingue, e far trascorrere agli studenti un certo periodo all’estero. Attenzione su quest’ultimo punto, però: parlo di gruppi di soggiorno di un mese o due, anche con la possibilità di stage, non delle solite gite di quattro o cinque giorni; quelle sono inutili, perché i ragazzi poi non ricordano nemmeno che cosa hanno visto, quindi penso andrebbero eliminate.

 

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