venerdì, Gennaio 28

Matteo Galiazzo: lo scrittore che non scrive field_506ffbaa4a8d4

0
1 2


Tutti i tuoi romanzi stanno tornando disponibili in formato ebook. Che effetto ti fa vederli vivere questa seconda vita? Pensi sia cambiato il loro pubblico, o l’occhio con cui il lettore li legge?
La differenza rispetto alla prima pubblicazione è che all’epoca non esistevano i social network, e quindi c’erano molti meno contatti con i lettori; ora è molto più semplice ricevere feedback personali. Nello stesso tempo c’è una differenza quantitativa: il pubblico Einaudi era piuttosto numeroso, mentre le ripubblicazioni di Reloaded interessano molta meno gente, che però, grazie a Facebook e a tutto il resto, produce più feedback che nel 2000: messaggi, mail, richieste di amicizia. Allora ricevevo lettere cartacee, c’erano le recensioni, e poi gli incontri durante le presentazioni, ma nel complesso si entrava in contatto con un numero minore di persone rispetto a ora. Forse le interazioni sui social network sono motivate più da una componente di curiosità umana che dal voler discutere di critica letteraria, ma l’ego degli scrittori è onnivoro.
Il rapidissimo turnover dei libri in libreria ostacola l’emersione dei testi più insoliti e innovativi, che hanno bisogno di tempi lunghi per farsi conoscere. Pensi che l’ebook cambierà questo stato di cose, o che al contrario diventerà ancora più difficile farsi notare di fronte a un catalogo in crescita continua?
Tecnicamente non so bene come funzioni il catalogo ebook, cioè non so se sia virtualmente eterno o se invece le librerie online abbiano dei tempi e degli spazi finiti. In ogni caso il problema dell’eccedenza di testi pubblicati rispetto alla capacità di assorbimento intellettivo c’era anche ai tempi dell’editoria tradizionale. Forse ora questo si acuisce a causa delle autopubblicazioni o della facilità con cui si pubblica un testo elettronico, però i meccanismi sono gli stessi, la scrematura dei testi che è possibile leggere va delegata in parte a qualcuno: editori, librai, amici, blogger, recensori, eccetera. Il problema forse è che ora è più difficile che questi meccanismi convergano sugli stessi testi. Per uscirne l’unico modo sarebbe delegare la scelta a un meccanismo casuale, come nelle playlist degli MP3. Una persona decide di leggere un testo perché ne ha sentito parlare da qualcuno, oppure perché sfogliando l’home page della libreria online resta incuriosito dalla presentazione, o perché ha già letto qualcosa dell’autore, ma secondo me il libro ha un marketing difficile e controproducente dal punto di vista economico. In realtà è il libro stesso che deve attirare il lettore grazie alla sua massa, è come una pietra appoggiata sopra un telo elastico e che deformandolo attira le biglie in concorrenza con altre pietre sullo stesso telo. Alcuni libri hanno una massa notevole, ma è anche una questione di fortuna: ci sono libri meritevoli che non vengono considerati solo per colpa delle circostanze, ma questo fa parte del meccanismo imperfetto e imparziale che compone l’attenzione collettiva.
Molti oggi sentono la mancanza di una fucina di scrittori come fu la rivista letteraria ‘Il Maltese Narrazioni’. Il che è paradossale, considerato che oggi sarebbe molto più facile aprire un equivalente sul web. Alla luce della tua precedente risposta, dobbiamo pensare che sia l’eccesso di proposte a rendere impossibile l’emersione di un”autorità’ come ‘Il Maltese’ era?
Può essere. Cioè, all’epoca bisognava sbattersi parecchio anche fisicamente: fotocopiare, pinzare, piegare, portare le copie nelle varie librerie, raccogliere soldi, eccetera, quindi alla fine può essere che l’autorità letteraria ti venisse semplicemente da quello: “Vabbé, io mi sono sbattuto per creare questa roba e in cambio decido io cosa vale la pena leggere”. C’era meno concorrenza, ma non lo si notava perché il mondo era sempre stato così: poca gente a cui piace leggere e difficoltà nel mettersi in contatto. Adesso apparentemente è più facile creare qualcosa che sia potenzialmente visibile/accessibile a chiunque abbia una connessione Internet, ma resta l’ostacolo del limitato tempo individuale: uno non può fare attenzione a qualunque cosa. È come l’elenco telefonico di una volta: il fatto che ci sia il nostro numero dentro non vuol dire che qualcuno ci telefonerà.
Nell’intervista che hai rilasciato a Matteo B. Bianchi in ‘Sinapsi’ dici di aver lasciato la scrittura per pigrizia, ma mi sembri sottintendere che la scrittura in Italia non è un mestiere adeguatamente ricompensato. Da questo punto di vista la situazione sembra ulteriormente peggiorata, con gli autori ‘medi’ che non ricevono più anticipi e gli esordienti che devono ricorrere all’autopubblicazione. La figura dello ‘scrittore di mestiere’ va scomparendo?
Mah, certe carriere sono sempre state complicate. Insomma, ci sono occupazioni che richiedono coraggio, o ottusità, o una situazione economica già risolta in partenza. Credo che a me sia mancato il coraggio, il che si è unito alla consapevolezza che vivere facendo lo scrittore avrebbe significato dover fare cose che alla fine sarebbero state peggio che lavorare: scrivere articoli, tenere corsi di scrittura, pompare le proprie opere senza riguardo per il ridicolo. Non ero adatto a una vita del genere: per sopravvivere serve anche una certa predisposizione ai rapporti umani, predisposizione la cui mancanza mi ha portato alla scrittura. Esistono carriere simili per qualunque hobby o passione: la pesca, il windsurf, fabbricare borse… Sono cose che facciamo con piacere, ma trasformarle in un mezzo di sussistenza è complicato e può non funzionare, o puoi trovarti a dover fare cose diverse da quelle che ti piacevano. In realtà io sono stato fortunato, perché faccio il programmatore e ricevo comunque uno stipendio per fare una cosa che mi piace fare, in un contesto più pragmatico e meno umorale di quello legato alla scrittura, dove si può lavorare nevroticamente e scontrosamente ma producendo roba che funziona, quindi alla fine tra una carriera e l’altra la scelta è stata semplice. Cioè, anche quando c’erano gli anticipi, e io ne ho presi abbastanza, quella dello scrittore non era una strada economicamente promettente: alla fine quando andava bene ci potevi vivere sei mesi, ma difficilmente gli editori ti pubblicano un libro ogni sei mesi per tutta la vita, per cui il resto dei soldi doveva uscire da qualche altra attività. All’epoca erano usciti due articoli sull’argomento: uno di Giulio Mozzi e l’altro di Tiziano Scarpa: parlavano di soldi e raccontavano da dove uscivano quelli che permettevano loro di sopravvivere. Per esempio c’era Radio Tre, i radiodrammi, e poi una serie di trasmissioni create da scrittori che venivano pagate parecchio (relativamente al settore).
Come finisti intruppato nei ‘cannibali’?
Stava per uscire il mio primo libro di racconti e mi proposero/dissero che un racconto sarebbe stato incluso in questa antologia. Fu una scelta dell’editore ma, per come la vidi io, erano tutti autori a cui pesava il minimalismo, cioè quelle storie meditabonde in cui il protagonista è seduto a un tavolo e guarda il vapore che sale dalla tazza di tè. A me pesava molto l’egocentrismo implicito in queste cose, mi sembrava un atteggiamento, più che una scrittura. Comunque per me decise Einaudi, non ci fuun manifesto di scrittori cannibali da firmare, a cui associarsi. In seguito alcuni dei partecipanti sono diventati amici, ma io sono piuttosto asociale.
Oggi vedi qualche atteggiamento equivalente di cui liberarsi nella scrittura italiana?
Eh non seguo più granché la scrittura contemporanea, ma secondo me funziona quasi sempre così: uno legge le cose che si scrivono in quel momento e trova delle uniformità che alla lunga lo infastidiscono, quelle uniformità sono probabilmente nate come reazioni ad altre uniformità precedenti. Lo si può vedere anche nelle serie TV: pensa alle serie poliziesche degli anni ’80. Le sceneggiature, se le consideri adesso, sono incredibilmente prevedibili. A volte quando una serie TV ci piace è semplicemente perché viola alcune di queste uniformità e quindi ci provoca per un po’ una vera sorpresa, e verrà un tempo in cui per provocare una vera sorpresa nello spettatore le sceneggiature dovranno essere come quelle dei polizieschi degli anni ’80.
Qualche autore tuo contemporaneo che meriterebbe di essere riletto oggi?
Mah, faccio fatica a dire cosa meriterebbe e cosa no. Ma uno può leggerli e vedere se gli piacciono. Ci sono tre o quattro libri che mi erano piaciuti in maniera praticamente sovrannaturale, per ragioni varie: ‘Forme d’onda’ di Dario Voltolini, ‘Questo è il giardino’ di Giulio Mozzi, ‘L’amico del pazzo’ di Marco Drago, ‘Un mondo meraviglioso’ di Vitaliano Trevisan. In realtà non erano proprio miei coetanei, ma tutti leggermente più vecchi.
Come vivi la tua condizione di autore postumo in vita? È un piacere vedere la tua scrittura vivere senza lo stress di doverla produrre?
Sì, è forte non scrivere più e però ricevere ancora attenzione.
E ritieni che potresti tornare a scrivere, magari da pensionato?
Non ho mai escluso di potermi rimettere a scrivere, ma ora come ora mi sembra complicato. Ho rinunciato a già troppo tempo libero a causa della scrittura.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->