mercoledì, dicembre 19

Matteo Galiazzo: lo scrittore che non scrive field_506ffbaa4a8d4

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Della prima volta che vidi Matteo Galiazzo ho un ricordo nettissimo. Fu una ventina d’anni fa: Einaudi aveva appena pubblicato l’antologia Gioventù cannibale che era diventata il fenomeno letterario del momento, grazie a una serie di nuovi autori che prendevano spunto dalla letteratura di genere e dalla cultura pop per parlare di efferatezze quotidiane. Alcuni di loro, tra cui Galiazzo, furono invitati a una tavola rotonda, e fu chiesto loro di spiegare come erano diventati scrittori. Ne risultò una serie di narrazioni epiche. Il culmine arrivò con Niccolò Ammaniti, che con la sua consueta verve fece un appassionante racconto di come, arrivato a un soffio dalla laurea in medicina, avesse mandato tutto all’aria per rispondere al richiamo della scrittura e ultimare il suo primo romanzo. Dopo avere così galvanizzato il pubblico, passò il microfono a Galiazzo, che disse semplicemente “Io no, io ho fatto ragioneria”, e cedette la parola al collega successivo.
Non si trattava, a mio avviso di falsa modestia: Galiazzo è veramente una mosca bianca, convinto che l’attività di scrittore non abbia nulla di più sacrale o meritorio di altre, e lo ha dimostrato con una scelta che si può definire rivoluzionaria: ha serenamente smesso di scrivere da più di dieci anni. E questo nonostante le sue opere siano ancora in grado di generare interesse, tanto che nel 2012 l’editore Indiana ha pubblicato Sinapsi’, antologia che raccoglie tutta la sua corposa produzione di racconti pubblicati su riviste e fanzine, con l’ironico sottotitolo «Opere postume di autore ancora in vita». E ora l’editore Laurana sta per completare la ripubblicazione in ebook di tutti i suoi libri all’interno della collana Laurana Relaoded a cura di Marco Drago, dedicata al recupero di opere non più disponibili di autori italiani: dopo ‘Cargo‘ e ‘Il rutto della pianta carnivora‘ (uscito per Einaudi come ‘Il mondo è parcheggiato in discesa‘) sta per uscire anche ‘Una particolare forma di anestesia chiamata morte‘.
Ecco cosa ci ha raccontato Galiazzo dal suo peculiare punto di vista di ‘scrittore non scrittore’.

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