sabato, Luglio 24

Mattarella: sobria, perfetta letizia. E miracoli sparsi .3

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‘Dove si legge di come il Presidente Sobrio riuscisse a convertire ai suoi parchi costumi anche quel branco di Proci che da anni gozzovigliano alle spalle dello Stato. E di come le sue molte Virtù e Carismi già da decenni rifulgessero, illuminando di Se’, cioè di Lui, e di quell’ancor più alto Lui, il Paese e la Terra intera’. 

Il Miracolo dell’Insediamento si era così concluso, come abbiamo narrato, con le sobrie, originali, parole con cui il Presidente Sobrio, al suo confronto Giorgio Napolitano sembra ormai Cristiano Malgioglio, aveva suggellato l’incontro con i vertici di Istituzioni e Forze Politiche e Sociali, nei Saloni del Quirinale. “E adesso che tornate a casa, date una carezza ai vostri bambini, e dite: ‘Questa è la carezza del Presidente'”. Ma nulla sfugge al Presidente Onnisciente, ed il suo vigile occhio, severo ma giusto, aveva subito colto qualcuno che ci marciava. “Ennò, Silvio, va bene che quelle cameriere sono giovani, ma io intendevo un’altra cosa…”.

Quel burlone di Berlusconi chiedeva ulteriormente perdono, riconoscendo di aver peccato in pensieri, parole, opere ed omissioni (di denunce dei redditi), e profferiva nuove, ancor più convinte scuse nei confronti di Rosy Bindi. Ché il fido Letta (Gianni), benchè momentanemante in semidisgrazia, gli aveva fatto notare che aver scherzato su di lei in casa Mattarella, era stato come raccontare barzellette sulla verginità della Madonna durante la messa di Francesco a Santa Marta.

Nel frattempo il Presidente Taumaturgo aveva compiuto, en passant, qualche altro miracolo. La resurrezione del fratello Antonino, settantottenne Professore Universitario di Diritto del Lavoro, riapparso miracolosamente sulle pagine de la Repubblica dopo che di lui più nessuno (quasi), causa qualche poco commendevole frequentazione, osava parlare. La demoltiplicazione dei Decreti Legge e degli altri Provvedimenti d’urgenza, cui bastava un suo, naturalmente sobrio, accenno nel Discorso dinnanzi alle Camere perchè si autoriducessero da soli: “Vi è la necessità di superare la logica della deroga costante alle forme ordinarie del processo legislativo, bilanciando l’esigenza di governo con il rispetto delle garanzie procedurali di una corretta dialettica parlamentare”. E, infine, ma forse ancor più miracolosamente, la redenzione di Marco Travaglio, e de il Fatto Quotidiano tutto, che si sarebbe poi manifestata nell’articoloeditoriale del neodirettore della testata di mercoledì 4 Febbraio: ‘Il Re è morto, viva l’arbitro’.

Ma non sia mai detto che il Presidente Redentore non sappia anche godere, e far godere, della bellezza della vita. “E adesso concediamoci pure un momento di sano svago e sfreniamo pure i nostri desideri, ché siamo nati anche per gioire”, diceva quindi. “Si aprano dunque le Feste e le Mense”. I cùpidi presenti si apprestavano quindi ad assaltare le tavole imbandite, ove in lieta processione Egli le conduceva. Entrati nel Gran Salone videro infine tavoli che reggevano ceste ricolme di mele e pani. E brocche d’acqua di fonte. Nient’altro. Fatto buon viso a cattivo gioco tutti ebbero a lodare le meravigliose qualità di quei pomi provenienti dai diversi angoli della Terra italica. Andandosene poi, purificati nel corpo, e si confida anche nello spirito, al di là delle parole di apprezzamento effettivamente profuse.

Ben poco si sarebbero, però, meravigliati, avessero conosciuto le abitudini alimentari del Presidente Asceta.

A pranzo, ormai da molti anni si accontentava di una mela ed un crostino (ma piccolo), passeggiando per le vie circostanti il Palazzo della Consulta, che sorge sulla stessa Piazza del Quirinale, accomodandosi spesso su una panchina del piccolo Parco che entrambi fiancheggia. Incontrando un indigente egli era solito estrarre il coltellino che da buon siciliano porta sempre con sé, per donargliene metà. Per poi, come San Martino con il proprio mantello, incrociato un altro derelitto, donare anche la seconda, e residua, parte. A volte, colpito dai morsi della fame, ripassando richiedeva le bucce per cibarsene, e quando veniva respinto, talvolta a male parole ed anche con gesti violenti, era solito dire al suo Assistente, Francesco Leone, che lo accompagnava nel suo  peregrinare: “Vedi, Frà Leone, questa è perfetta letizia”.

Dona la mela, metaforicamente il mantello, agli indigenti, ma è mattarello, ancor più martello, con gli arroganti. Che hanno di già iniziato a tremare. E tramare. Ma nulla spaventa il Presidente d’Acciaio. La scomparsa delle cabine telefoniche ha invece purtroppo interrotto una peculiare modalità della sua attività di soccorso. Svelando infatti il costumino rosso e blu che portava sotto l’armatura di flanella grigia, era solito prendere il volo, con la popolazione che gridava ammirata: ”E’ un uccello? E’ un aereo? No, è SuperMattarella”. Fu lui ad impedire che l’attentato del’11 Settembre 2001 assumesse dimensioni ben più vaste. Purtroppo, trattenuto in quella Quattordicesima legislatura della Camera dei Deputati italiana, da poco inaugurata, in una seduta della Commissione Affari Costituzionali, non riuscì ad evitare il crollo delle Torri Gemelle. Ma, arrivato mentre stava collassando la seconda, riuscì a reggere abbastanza a lungo una traversa di ferro perché molte centinaia di persone, e numerosi Vigili del Fuoco, riuscissero comunque ad uscirsene. Coperto dal turbinio della polvere si dileguò  inosservato per tornare alle amate pandette, dopo aver concesso anche una parola di conforto, ad uno ad uno, ai disperati di quella babele multietnica. Mattarella, infatti, parla e scrive correntemente settantadue lingue vive, quattordici morte e trentadue dialetti, tra cui il brianzolo.

Ma non gli piace.

 

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