mercoledì, Settembre 22

Mattarella. Il Miracolo dell’Insediamento .2

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Il Miracolo dell’Insediamento del Presidente Santo, Sergio Matterella, si compì a soli tre giorni dalla Sua Ascesa al sacro Soglio Presidenziale. Eletto sabato 31 gennaio 2015 Presidente della Repubblica Italiana, soli tre Giorni dopo si insediò, martedì 3 febbraio (e dello stesso anno!) giurando e pronunciando un Altissimo Discorso dinnanzi al Parlamento tutto riunito nei laici locali della Camera dei Deputati, che la Sua Presenza illuminò di mistica gioia, e di ben più alto, Spirituale e Trascendente valore.

Tre giorni, come quelli che il Nazareno impiegò per risorgere. (E qui il riferimento è a quello di duemila anni fa, ché quello odierno non è mai davvero morto, anzi sembra godere di più che discreta salute). Ma se tre giorni bastarono al figlio di Maria per riaffermare il suo imperio sul Regno dei Morti, tre giorni sono altresì bastati a San Sergio, come ormai lo chiamano amorevolmente le folle dei derelitti e bisognosi di riscatto, per far Risorgere un’intera Nazione. E con essa, ben presto, un Continente ed un Mondo.

Certo, insinuano i soliti laici incalliti, malpensanti non ancora toccati dalla Grazia della Fede in Lui, anche per i precedenti Presidenti, ultimo Giorgio Napolitano, bastarono tre giorni, a volte addirittura meno, per passare dall’Elezione alla Proclamazione.

Sì, ma vuoi mettere…

I suoi Tre Giorni hanno una sostanza, una consistenza ontologica affatto diversa. Ché nel breve volgere di tempo tra quel fatidico sabato alle 13:31 (non a caso un orario palindromo, altro prodigio misterico su cui ben occorre meditare) e la mattina di martedì, un volgo disperso che speranza più non aveva, aveva raddrizzato la schiena, ripreso il pristino rigore, e vigore, ed era tornato alle antiche virtù repubblicane. Già economisti e sociologi ne avevano preso atto. Rilevando come i commercianti, oh meraviglia, avessero ripreso a battere gli scontrini fiscali, gli automobilisti a non parcheggiare più in seconda fila o nei posti degli handicappati, e persino, oh stupore, i familiari dei veri titolari dei permessi per handicappati non ne facevano più abuso parcheggiando illegalmente.

I padri insegnavano ora ai figli che a fare i furbi in Italia la sì fa franca con lo Stato ed i controlli, ma non con la propria coscienza (la si faceva, la si faceva…, non più con il Presidente Santo), le madri evitavano di sperperare in botox le scarse risorse familiari (scarse, almeno sino all’avvento dell’Era dell’Abbondanza portata dal Presidente Santo), le fanciulle tornavano ad essere gelose custodi della propria Virtù, sino ad allora allegramente dissipata (e vabbè, la benedizione di avere un Presidente Santo comporta pure qualche svantaggio…). Nel volgere di una manciata di ore il Paese tutto era rifiorito.

Ma il Vero, Grande Miracolo, era ancora a venire.

E si manifestava anzitutto nel Discorso di Insediamento avvenuto a metà mattinata a Monte Citorio, ove il Presidente tra l’ammirazione dei cronisti Rai moltiplicava il tempo («Mezz’ora di allocuzione, in realtà poco più di quindici minuti se si escludono gli applausi», esclamavano commossi ed in ginocchio, posizione peraltro abituale), ed ammansiva il Grillo (Beppe), ed i grillini, che tanta classe dirigente avevano sbranato. Tanto che ora chiedevano reverenti un incontro per il loro Capo. (Che peraltro onfessava: «Durante i miei Tour teatrali era proprio Sergio Mattarella a scrivermi le batttute migliori. Ed ora sto preparando il mio ritorno in televisione, ed alla Rai, con Te la do io la Terza Repubblica. A Lui non potevo dire di no»).

Poi il trasferimento al Quirinale, dove nella Cerimonia con le Autorità, ha voluto accogliere anche il Reprobo, Silvio Berlusconi. «Tutto è perdonato», gli ha detto, e quello si è sciolto in pianto di redenzione, convertendosi. Certo, il Caimano non ha potuto esimersi da una piccola azzannatina a Rosy Bindi («Mai viste tante lacrime da un uomo»), ma sono gli ultimi colpi di coda, ormai allegramente considerati. E pure il Marzocco di Firenze, quale si ritiene il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, mutuando per sé l’emblema del leone in pietra scolpito da Donatello, si è ammansito. «E certo, gli ho tolto ben più di una spina dalle zampe», ha celiato con la sua soave ironia il Presidente, prendendo atto dei nuovi costumi del Divoratore di Alleati.

Così si è conclusa questa Magnifica Occasione, così si è manifestato il Miracolo dell’Insediamento. E, poi, con una ultima, tenera, nota, il Presidente Buono ha congedato tutti dicendo: «E adesso che tornate a casa, date una carezza ai vostri bambini, e dite: ‘Questa è la carezza del Presidente’».

2. Continua

(per altri sette anni. Almeno)

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