lunedì, Giugno 21

Matacena: una Dinasty reggino-monegasca Alcuni particolari inediti sulla vicenda che riempie i media con scenari di lusso e lussuria

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I media, noi compresi, si sono gettati a capofitto sulle vicende fra il boccaccesco e il poliziesco-giudiziario, con proiezioni internazionali, che hanno coinvolto l’altezzoso ex ministro Claudio Scajola – l’indimenticato teorico dell’ ‘a sua insaputa’ -; la bionda messinese, operante su Montecarlo, Chiara Rizzo ed il di lei consorte Amedeo Matacena jr.

Se torno sull’argomento è perché ho visto una serie infinita di inesattezze sparate alla luna, volte a confondere le idee – forse perché gli estensori degli articoli proprio limpide non ce l’hanno al proposito – dei lettori ed a tirare per la giacchetta persone che proprio non hanno alcun rapporto con i protagonisti di questa pochade con fuga.

Poiché Reggio Calabria non è una metropoli e, in certi ambienti ‘bene’ (bene?), tutti sanno tutto di tutti, un po’ di saga era circolata ancor prima che l’Amedeo jr, ben lungi dall’aver ereditato dal padre fiuto degli affari e capacità di stare al mondo, venisse proiettato nei dintorni delle patrie galere.

Ad esempio, nessun giornalista è andato a spulciare riguardo a un suo primo matrimonio, forse annullato dalla Sacra Rota, quand’era piuttosto giovane. Il suo fallimento suscitò un profluvio di chiacchiere nel circondario e ci fu persino qualche mendace che insinuò che il fallimento dipendesse da una sua scarsa virilità.

Dopo quello che abbiamo visto sta succedendo alle nozze catastrofe di Valeria Marini, comprendiamo che accadono anche cose ai confini della realtà; ovvero che le procedure matrimoniali di annullamento possano anche scrivere storie lontane dalla veridicità dei fatti.

In realtà, in due unioni diverse, il giovane virgulto di casa ha prodotto un erede: uno, oggi maggiorenne – è classe 1995 – verso il quale è stato il più inaffidabile dei padri, costringendo a continue battaglie legali chi poteva avanzare richieste di alimenti per il figlio; l’altro, ancora minorenne, con un nome da romanzo di Dumas padre, ha goduto della sua presenza e delle due attenzioni, in quanto frutto della sua seconda unione consacrata dai vincoli del secondo matrimonio. Nozze da favola, celebrate in uno scenario da serial americano, su una nave con a bordo gli amici del jet set, che si fermò a Luxor, con ufficiale di stato civile al seguito per consacrare le nozze al chiar di luna, con le Piramidi quali special guest.

Insomma, una cosa di un pacchiano senza precedenti, persino rivendicante un ché d’intellettuale che, se lo sposo avesse avuto di suo tali suggestioni, forse non sarebbe ancora ricordato al Liceo Scientifico ‘Leonardo da Vinci’ di Reggio Calabria come uno degli allievi meno dotati di tutti i tempi, tant’è che, successivamente ad una risicata maturità, neanche sembra si fosse arrischiato ad andare oltre l’iscrizione all’Università.

Se tutti gli asini d’Italia dovessero andare in galera per manifeste inclinazioni illecite e, se ricchi, fuggire a Dubai, destinazione Libano, staremmo ben larghi sul nostro suolo. Quello che non aveva imparato sui banchi di scuola, però, il giovane Matacena junior, omonimo del padre, ma non dotato del di lui acume per gli studi – il senior era medico -, lo aveva captato come aspirante politico pronto a tutto.

Qualche giornalista di buona volontà che abbia voglia di andare a spulciare gli Archivi, potrebbe trovare alcune sorprese. Ad esempio, ho vaga memoria di certe indiscrezioni su una sua iniziazione massonica, in una loggia meridionale, che però fece presto a prendere le distanze da lui, in quanto si sarebbe dimostrato piuttosto non consono, per certi collegamenti amicali con persone non proprio specchiate: roba a cavallo fra gli anni ’90 e il nuovo secolo e che la dice lunga sul fatto che i rapporti con le ‘ndrine non erano proprio a sua insaputa.

Quanto alla carriera di armatore che desiderava rivitalizzare come erede di una tradizione paterna, dopo che il suo omonimo senior aveva accettato di essere liquidato, a metà anni ’90, dal fratello minore, lasciandolo pieno proprietario della Caronte – dunque il personaggio non c’entra nulla né col il ramo familiare dello zio paterno, che l’ha sempre tenuto alla larga, né coi Franza e nemmeno coi Gullotti/Genovese – ricavandone un pacco di soldi e una portacontainer che attraccava a Gioia Tauro, volle entrare nel business a cui aveva rinunciato il padre, morto nell’agosto 2003. Lo fece aspettando che scadesse il cosiddetto patto di non concorrenza contenuto nel contratto di cessione delle quote Caronte.

Ma volle entrare sul ‘mercato’ del traghettamento nello Stretto di Messina facendo le nozze coi fichi secchi. Perché trovò alcuni traghetti ‘dismessi’ in un Paese del Nord Europa, (ribattezzati ‘Amedeo Matacena’, in onore del padre e ‘Athos Matacena’ per il figlio, mentre ne opzionò un terzo, che voleva chiamare Ladies Matacena, per mettere d’accordo madre e moglie), fece loro dare una ripulita, li immatricolò sotto la più ‘morbida’ bandiera di Madeira (Portogallo) e cominciò, con una società-paravento in cui apparentemente non compariva, un servizio di traghettamento in concorrenza con le corse regolari e frequenti della Caronte, nel frattempo associatasi sotto un unico marchio con la Tourist dei Franza.

L’approdo messinese per i suoi traghetti era alla Rada di San Francesco, quello calabro, il Porto di Reggio Calabria e la clientela se la voleva creare, favorendo i capetti dei sindacati dei padroncini, personaggini non proprio casa e Chiesa: corse gratis, all’inizio.

Il problema, però, nacque proprio dai traghetti: erano nati come fluviali, dunque non erano adatti a navigare nel vorticoso mare dello Stretto; cosicché, qualcuno andò  a intruppare contro i moli e dopo pochi mesi si autoescluse più che altro per incapacità manageriale: uno del mestiere avrebbe dovuto sapere che quel tipo di traghetti erano inadatti al servizio che voleva realizzare.

Dunque, al di là della normale autodifesa della concorrenza sui giornali, se l’impresa gli sfumò fu solo per la sua imperizia. Un monito furono quelle povere carcasse di navi, per anni ormeggiate nel Porto di Reggio Calabria a prender ruggine.

Altra leggenda è rappresentata dal tesoro ereditato: 50 milioni di euro in denaro liquido, che, viste le abitudini dissipatorie comuni in famiglia, in ventun anni dovrebbero essere bell’e finiti.

Probabilmente furono anche di più; ma, soprattutto, nel 2003, all’apertura del testamento del de cuius, c’erano, oltre Amedeo Matacena jr e Raffaella de Carolis, sua madre, altri due eredi a dividersi la torta del patrimonio familiare sopravvissuto agli sperperi: la sorella maggiore, figlia di primo letto, Fiamma, nata dal primo matrimonio del Cavalier Amedeo Matacena con Rosana Pistolese, famosissima disegnatrice di moda di assoluto genio ed Elio, fratello minore di Amedeo jr. Insomma, come dicono a Napoli, ‘sparti ricchezza e diventa povertà’: specie se ti fai prendere da un’incontenibile megalomania che ti illude che ogni cosa ha un prezzo, intendendo per cosa anche le persone e la loro dignità.   

Quanto a Chiara Rizzo, il dottor Currò, suo primo marito, si starà congratulando con sé stesso di averla scampata bella: oltre ad Amedeo Matacena jr e a Claudio Scajola, un altro suo ‘ammiratore’ si è visto aprire le porte del carcere: Francesco Bellavista Caltagirone, a capo della Società Edilizia Pia Acqua Marcia, arrestato l’anno scorso per una frode sul Porto di Fiumicino e nel 2012 per un altro reato omologo nella costruzione del Porto d’Imperia (il fatto mi fa risuonare in mente qualcosa…).

Non è il caso che la bella Chiara vada da qualche esorcista?

 

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