giovedì, Settembre 23

Maschere e circo per sognare la fuga dal mondo Alessandro Kokocinski, il ‘perfetto apolide’, ci spiega la metamorfosi della maschera e del clown

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Nel mondo antico greco e romano la maschera veniva usata nelle rappresentazioni teatrali come schermo per i volti degli attori, con il duplice scopo di amplificarne la voce ed esibirne al massimo le caratteristiche facciali, come se fossero segnate da un pesante trucco scenico, per consentire a tutti gli spettatori di vederle anche da lontano.

Il senso di tale maschera fu, però, ben presto interpretato anche come immagine del doppio e di una personalità sfuggente, duplice, e per questo inaffidabile, tanto che nella tarda antichità e più ancora nel Medioevo divenne simulacro del diavolo.

Tali caratteristiche apocalittiche‘, che ben si legavano al mondo della magia, delle carte (come i Tarocchi) che venivano usate per predire il futuro e all’illusionismo, finirono per avvicinarle agli strumenti della stregoneria, con connotazioni senz’altro negative.
L’aspetto fisso e allucinato della maschera finì per collegarla, nell’immaginario popolare, alle figure spettrali dell’aldilà, cui si riconnettevano anche i sonagli che dovevano servire a scacciarle. Anche la figura del giullare, che recita e fa del riso e dello scherzo la sua professione presso le corti, ha una qualche connessione con tutto ciò, ma resta una figura sospesa tra il mondo reale e quello artificioso dello spettacolo.

Nel Cinquecento il teatro colto, come ad esempio quello di William Shakespeare, usò il giullare (jester o fool) con valenze che sfiorano ad un tempo la realtà e la follia, ma anche con la possibilità di esprimere giudizi e sentenze contro il potere.

Nel tentativo di esorcizzare le caratteristiche spaventevoli e demoniache della morte, evocata nell’aspetto di un simulacro vuoto e ghignante, come quello del teschio usato per riflessioni sacre e sacre rappresentazioni, o in dipinti con scopi moraleggianti, il tipo della maschera muta verso un aspetto più ironico e legato allo scherzo: da qui la nascita del pagliaccio. Questa figura, vestita di poveri panni (come quelli del pagliericcio su cui si dormiva), ha nel teatro spagnolo un suo più diretto antesignano, ‘el gracioso‘, di solito un domestico del protagonista, dal comportamento estroso e ridicolo, mentre in quello italiano evoca le maschere popolari di Arlecchino, Pulcinella e i tipi della commedia dell’arte, autori di lazzi e simili; in Francia, infine, favorisce la formazione del melanconico Pierrot, mentre in Russia si ha la marionetta Petruška, vicina al nostro Pinocchio e ad altre varianti folkloristiche dell’Europa occidentale.

Dalla commedia il pagliaccio si stacca, assume una parte notevole nella pantomima e diviene autonomo nell’ambito del circo equestre, con un carattere sempre più vicino alla comicità pura e priva di significati logici, fino ad arrivare al Grock, il clown dalle trovate assurde e metafisiche.

L’aspetto più legato alla morte di queste figure teatrali sono evocate dai dipinti di El Greco, dei caravaggeschi di ambito napoletano e infine da Goya, fino ad assumere aspetti di rivolta nei confronti del potere e di chi lo detiene.

Tra circo, teatro e mondo reale si muove anche l’arte di Alessandro Kokocinski, filtrando le influenze dei pittori sopra ricordati, oltre a quelle di Francis Bacon, George Grosz, Matthias Grünewald. Con la sua «educazione al vivere senza menzogna» crea la sua maschera interiore che lo porta a prendersi gioco del folleggiare umano tramite la morte, l’apocalisse, le asinerie, le vertigini del sogno, la presa in giro del potere dittatoriale, «di fronte all’urlatoio del mondo». Esemplare a tal proposito la mostraKokocinski. La Vita e la maschera: da Pulcinella al Clown, dal 17 settembre al 1 novembre 2015, curata da Paola Goretti per la Fondazione Roma Museo a Palazzo Cipolla, come rassegna personale dell’artista che si consideravaperfetto apolide, in quanto nato a Porto Recanati nel 1948, da madre di origini russe e padre polacco, soldato all’epoca sul fronte adriatico.

Di maschere e vita abbiamo parlato con Alessandro Kokocinski.

 

Kokocinski, quanto vita e sogno si fondono nella realizzazione delle sue maschere ed ha mai realizzato una sua maschera in relazione ad un sogno da lei fatto? Quanto le paure divengono fondamentali per lei e seducono la sua arte?

Descrivere con le parole ciò che faccio con la passione usando come strumento le mani è per me, difficile avendo come dono la vocazione dell’arte visiva e non quella del concetto letterario. La vita e il sogno sono una realtà nella mia creatività e ‘per non morire come i fiori mi sono votato all’arte’, già da bambino, sarà per il destino per la fortuna o sfortuna, sono cresciuto  inconsapevolmente nel mondo fantastico del sogno che ti porta verso un alba stellare al di sopra dei tetti. La paura è la sfida quotidiana che mi porta nel mio mestiere, giorno dopo giorno, a percorrere nuove strade con un bagaglio che sempre diventa nel corso della vita più ingombrante ma che è l’unico inalienabile per la mia  coscienza alla ricerca della trascendenza. Quello che so oggi per domani non mi basta e questo è per me una vita vissuta.

 

Quanto le tradizioni locali e la magia del circo e non solo, legate al mondo russo di sua madre e polacco di suo padre, hanno giocato nella sua vita e nella realizzazione delle maschere che lei crea siano esse dipinte o realmente maschere?

Sicuramente l’eredità genitoriale del mondo fantastico russo è in me, il resto  attraverso il cammino per le strade dei luoghi che ho visto e nei quali ho vissuto, hanno segnato inesorabilmente il mio mondo onirico. Come dice Calderon de la Barca  los suenos son suenos. E che cosa è un uomo che non sogna? Credo che la libertà risieda nel sognare:  è il luogo dove tutto è possibile fuori dagli spazi, dal  tempo è un infinito di storie  e percorsi della mente.

 

Quanto invece i simboli alchemici e l’imago mundi (l’immagine del tempo) favolistica con matrice il culto dell’altrove sono presenti nella sua vita e si riflettono nelle sue opere, giocando il loro ruolo e unendosi alle regole del vivere comune?

L’arte, per me,  di per se è il risultato di una spiritualità, il resto è ‘letteratura’.

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