domenica, Settembre 26

Marwan Barghouti, il ‘Mandela palestinese’ 62 anni, in carcere dal 2002, forte di una possente autorità morale che va oltre le divisioni interne tra palestinesi, è sceso in campo con una sua lista che mette nei guai il suo ex movimento, Fatḥ, e se fosse eletto Presidente tutto potrebbe succedere in Palestina

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La scorsa settimana ha annunciato di aver presentato una lista indipendente per le elezioni legislative palestinesi che si terranno il 22 maggio, salvo rinvio; pochi giorni prima il Palestinian Center for Policy and Survey Research aveva reso noto un sondaggio secondo il quale se si dovesse candidare alla presidenza, nelle successive elezioni presidenziali del 31 luglio, otterrebbe il maggior numero di voti. Stiamo parlando di Marwan Barghouti, 62 anni, il ‘terrorista dei terroristi’ meritevole di 5 ergastoli per Israele, il ‘Mandela palestinese’ per i palestinesi.
Marwan Barghouti è l’unico leader popolare a godere di una popolarità che va ben oltre le divisioni politiche interne ai palestinesi. Rappresentante della generazione succeduta a quella del leader storico, Yasser Arafat, Barghouti ha oggi la possibilità di ridare il ‘sogno’ ai palestinesi, i quali, interrogati su quelle che considerano le priorità in queste elezioni, ancora mettono al primo posto l’unificazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, seguita poi dal miglioramento delle condizioni economiche, la lotta alla corruzione e la rimozione dell’assedio e del blocco sulla Striscia di Gaza. Barghouti è l’uomo che ha nel suo DNA queste battaglie.
Secondo gli analisti, la discesa in campo di Barghouti nel voto palestinese 2021 spacca Fatah, lo porterà a sprofondare ai seggi, e avvantaggerà Hamas, ma, soprattutto, appunto come rilevano i sondaggi,
potrebbe portare la sua lista a diventare determinante per la formazione del governo dell’Autorità palestinese e lui alla presidenza. Barghouti, entrato in carcere, nel 2002, da leader di Fatah, ora scende in campo in aperto scontro con Fatah e ne potrebbe determinare l’inizio della dissoluzione.

Classe 1959 -nasce il 6 giugno a Kobar, un villaggio vicino a Ramallah, da padre migrato per lavoro dal Libano- Barghouti entra a far parte di Fatḥ all’età di 15 anni, circa 6 anni prima, nel 1967, quando lui aveva quasi nove anni, Israele aveva occupato la Cisgiordania e Gerusalemme Est. È arrestato dalle forze di sicurezza israeliane per la prima volta nel 1976, all’età di 18 anni, per partecipazione a una sommossa. Impara la lingua ebraica durante la sua detenzione in carcere. Al suo rilascio, entra in Cisgiordania e studia all’Università di Bir Zeit, diventando anche rappresentante degli studenti nel Consiglio d’Amministrazione dell’Ateneo. Ottiene una laurea in Storia, una seconda in Scienze Politiche e partecipa a un Master in Relazioni Internazionali.

E’ tra i principali capi politici della prima Intifada nella Striscia di Gaza, nel 1987, tanto da essere arrestato ed espulso in Giordania. Tornato dall’esilio dopo la firma degli Accordi di Oslo, nel 1994, viene eletto nel Consiglio Legislativo Palestinese nel 1996, e sarà tra i più convinti sostenitori del processo di pace israelo-palestinese, da lui considerato una ‘necessità’. Barghouti si afferma all’interno di Fataḥ e ne diviene Segretario Generale per la Cisgiordania.
Nel settembre 2000 inizia la seconda Intifada e Barghouti è attivo in Tanzim, ala militare di Fatah, e, si sostiene -lui ha negato- sia stato tra i fondatori delle Brigate dei Martiri di al-Aqsa. Nel 2001 l’apparato militare israeliano prova assassinarlo, non ci riesce, e il 15 aprile dell’anno successivo lo arresta.
Durante il processo,
Barghouti non riconoscere la legittimità del tribunale israeliano e del processo nei suoi confronti e per tanto rifiuta di difendersi. Dopo due anni, nel 2004, sarà condannato a cinque ergastoli per i cinque omicidi di cui è stato dichiarato colpevole e a 40 anni di carcere per un tentato omicidio.

Per tutti questi anni Barghouti ha goduto di un diffuso rispetto e sostegno da parte di tutte le fazioni palestinesi e, malgrado la prigionia -si è ipotizzato uno scambio di prigionieri-, è stato considerato tra i papabili alla successione di Mahmoud Abbas alla presidenza dell’Autorità palestinese.
Dopo 15 anni, finalmente potrebbe essere arrivato il momento per le elezioni in Palestina, e Barghouti entra nella mischia contro il vecchio leader di Fatah. Per altro, Barghouti non è nuovo a posizioni anche pesantemente critiche contro il suo movimento. Dopo l’elezione al Consiglio Legislativo Palestinese ha lanciato una campagna contro le violazioni dei diritti umani da parte dei servizi di sicurezza di Arafat e la corruzione tra i funzionari di Fatah, e ha stabilito stretti contatti con diversi politici israeliani anche di estrema destra e con coloni, oltre che con membri del movimento per la pace del Paese.
Per quanto volto autorevole del movimento, ha sempre mantenuto una capacità di critica e autonomia che lo hanno reso moralmente autorevole agli occhi di tutti i palestinesi. La prigionia ha rafforzato il suo profilo.

Come nel 2000, quando, disilluso del venir meno del processo di pace, è stato tra i protagonisti della seconda Intifada, e con la stessa forza e convinzione con la quale aveva difeso il processo di pace ha sostenuto poi «il diritto di proteggermi, di resistere all’occupazione israeliana del mio Paese e di lottare per la mia libertà», oggi sfida alle urne quel Fatah impersonato da Mahmoud Abbas e dalla sua classe dirigente malata della stessa corruzione che già negli anni 2000 aveva denunciato e sfidato.

Nei giorni scorsi, Gideon Levy, noto giornalista israeliano di ‘Haaretz‘, tra le voci di sinistra più critiche contro la politica israeliana di occupazione dei territori palestinesi, lui che vive nei territori palestinesi, su ‘Chronique Palestine‘, in un intervento dal titolo ‘Marwan Barghouti président de tous les Palestiniens?‘ ha scritto: «Se fossi palestinese, voterei per Marwan Barghouti come presidente dell’Autorità Palestinese. Se fossi un sionista israeliano che persiste nel credere in una soluzione a due stati, farei tutto il possibile per convincere Barghouti. E anche come israeliano che non crede più nella soluzione dei due stati, sognerei -davvero- quando quest’uomo uscirà finalmente di prigione e diventerà il leader dei palestinesi». Al momento Barghouti «è l’unica possibilità per dare nuova speranza al popolo palestinese morente e al cadavere che giace fuori, intendo il cadavere del processo di pace -che non è mai stato un processo di pace e non ha mai avuto l’intenzione di esserlo».
Prosegue Levy: «
Non c’è più niente ora che possa suscitare emozione, immaginazione e speranza più che immaginare Barghouti rilasciato dalla prigione di Hadarim, proprio come un combattente per la libertà ancora più ammirato.è stato rilasciato dalla prigione di Victor Verster in Sud Africa l’11 febbraio 1990, voglio dire Nelson Mandela rilasciato dopo 27 anni. Lui, come Barghouti, era stato condannato all’ergastolo. Come Barghouti, era stato condannato per ‘terrorismo’. Ma la controparte di Mandela era il coraggioso Frederik Willem de Klerk, mentre l’inesorabilità israeliana contro Barghouti non è altro che incitamento all’odioalla stupidità e alla codardia».
Chiedete, prosegue Levy «a qualsiasi membro del servizio di sicurezza Shin Bet o a qualsiasi statista israeliano che abbia familiarità con l’argomento e vi diranno che
Barghouti è l’ultima possibilitàl’ultima possibilità per unire i palestinesi e fare la pace. Mandela è stato eletto presidente del suo Paese e Barghouti potrebbe candidarsi alla presidenza del suo popolo. Mandela lo ha fatto da uomo libero e Barghouti lo farà da prigioniero scontando una grottesca condanna a cinque ergastoli -più altri 40 anni- che potrebbe non finire mai. Barghouti è davvero l’ultima possibilità. E i funzionari israeliani lo sanno molto bene. E’ proprio perché lo sanno meglio di me che non verrà mai rilasciato».

Alternando i ricordi personali dell”amico’ Barghouti, alla ricostruzione politica, afferma: «Chiunque voglia capire cosa è successo ai palestinesi dovrebbe guardare cosa è successo a Barghouti. Quest’uomo di pace trasformato in un cosiddettoterrorista‘ è la prova che i palestinesi hanno già provato di tutto. Cosa non ha provato? Ha bussato alle porte dei comitati centrali del partito sionista alla fine degli anni ’90, implorandoli di fare qualcosa prima che tutto esplodesse. Ma Israele non ha fatto nulla e tutto è esploso». Barghouti «ha stretto amicizia con i membri della Knesset dei partiti Likud e Shas e persino degli insediamenti. Era un fan della squadra di calcio di Tel Aviv Hapoel. Ed era un uomo di pace, forse l’uomo di pace palestinese più determinato di tutti i tempi. Fu solo quando si rese conto che nulla avrebbe smosso Israele dal suo atteggiamento arrogante e dal suo culto della forza che adempì la sua stessa profezia che tutto sarebbe esploso e si unì ai ranghi della lotta armata -proprio come Mandela, sebbene il violento capitolo del suo la lotta sia ora messa in secondo piano».

La figura di Barghouti ammanettato e orgoglioso della sua detenzione campeggia in svariati murales nei Territori palestinesi, già eroe, forte di una presidenza morale che pur dalla cella ha esercitato in questi anni. Ha negoziato tregue, ha lavorato per il governo di unità nazionale del 2007, ha redatto il Documento dei prigionieri del 2006, in cui i leader incarcerati di tutte le principali fazioni chiedevano la creazione di uno Stato palestinese entro i confini precedenti al 1967 e il diritto al ritorno per tutti i rifugiati palestinesi, da non pochi politici israeliani è stato considerato uomo capace di unire e pacificare le varie fazioni palestinesi.
Le elezioni 2021
, se si terranno, potrebbero eleggere il primo Presidente palestinese in carcere, e da quel momento in poi tutto potrebbe accadere in Palestina. Gidéon Lévy conclude: «Se viene eletto Presidente, non saranno solo i palestinesi a trarne vantaggio. Se eletto Presidentel’occupazione registrerà un’altra terribile sfida nella sua storia: non solo un combattente per la libertà dietro le sbarre, ma un Presidente in manette». Una sfida così terribile da far implodere la stessa occupazione?

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