venerdì, Settembre 17

Martin Luther King: cosa resta a cinquant’anni dalla morte? Con la Crisi dello Stato si sta arrivando al 'tutti contro tutti', ad un'epoca di folli identità malate

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Cinquanta anni fa, il 4 aprile del 1968, veniva assassinato a Memphis Martin Luther King, uno dei principali attivisti per i Diritti Civili della seconda metà del XX secolo. Nel corso del suo percorso politico, King si batté non solo contro il razzismo, per la parità tra i cittadini statunitensi di origine europea e quelli di origine africana, ma anche contro altre forme di discriminazione, contro la povertà e, soprattutto, contro il militarismo (erano gli anni della Guerra del Vietnam): il suo impegno, basato sul concetto di ‘Non Violenza‘ ereditato da Gandhi, è considerato un modello di integrità politica quasi universalmente riconosciuto.

A cinquant’anni dal suo assassinio, sembrerebbe che molta strada sia stata fatta nella lotta al razzismo ma, a ben vedere, le cose potrebbero risultare più complesse di quanto non sembrino.

Per quanto riguarda il contrasto alla guerra e al militarismo, sembra evidente che le cose non siano cambiate poi molto dal 1968. Per quanto riguarda la tolleranza, invece, non c’è dubbio che, in quello che viene definito il Primo Mondo, ovvero nei Paesi più economicamente sviluppati, sono stati fatti importanti passi avanti nella legislazione contro le discriminazioni razziali. Grazie all’introduzione di Leggi contro il razzismo, gli appartenenti alle minoranze hanno avuto più possibilità di crescere ed affermarsi socialmente: nel 2009, l’elezione di Barak Obama a Presidente degli Stati Uniti, primo afroamericano a ricoprire tale carica, è sembrata a molti essere l’emblema stesso della vittoria delle battaglie di Martin Luther King.

Accanto all’arrivo del primo afroamericano alla Casa Bianca, però, bisogna considerare anche che, per restare negli USA, la situazione è tutt’altro che uniforme nel Paese: i numerosi casi di poliziotti bianche che hanno ucciso cittadini neri in episodi dalle dinamiche quanto meno molto dubbie, e le rivolte popolari che ne sono derivate, hanno riportato alla ribalta il problema del razzismo, soprattutto negli Stati del sud. Nel 2017, con l’arrivo alla Casa Bianca del repubblicano conservatore Donald Trump, l’entusiasmo per la presunta vittoria sul razzismo può dirsi archiviato: già in campagna elettorale, infatti, Trump ha fatto largo ricorso ad una retorica ai limiti del razzismo per quanto riguarda gli immigrati, in particolare contro i latinoamericani, e, subito dopo l’elezione, si è schierato in favore del mantenimento di quei simboli degli Stati Confederati d’America che, nel sud del Paese, sono tanto cari ai gruppi razzisti di estrema Destra.

Se ci soffermiamo ad analizzare ciò che accade fuori dal cosiddetto Primo Mondo, troviamo situazioni ancor peggiori: in molti Paesi africani ed asiatici, infatti, la politica è ancora legata ad antiche rivalità etniche, reali e presunte (si pensi al recente caso del Myanmar, dove la maggioranza di etnia Burma si è accanita, nei mesi scorsi, contro la minoranza Rohingya e dove anche un Premio Nobel per la Pace, come il Consigliere di Stato Aung San Suu Kyi, non ha espresso una sola parola contro la politica del Governo di Naypyidaw).

Senza arrivare a trattare questioni particolari come queste, anche limitandosi ai Paesi più sviluppati si incontreranno dati quanto meno contraddittori. In questi Paesi, infatti, nonostante l’introduzione di norme contro le discriminazioni razziali, si assiste sempre più ad un inasprirsi dei toni e delle tensioni tra gruppi sociali.

Durante la quarta riunione del ‘Gruppo ad Alto Livello sulla Lotta contro il Razzismo, la Xenofobia e le altre forme di Intolleranza’ (dicembre 2017), il Commissario Europeo per la Giustizia, la Tutela dei Consumatori e l’Uguaglianza di Genere, la ceca Věra Jourová, ha dichiarato che “le minoranze sono ancora quotidianamente vittime di razzismo e molestie”: nonostante gli importatnti passi avanti ottenuto con l’introduzione di molte direttive volte a combattere l’istigazione all’odio nell’Unione Europea, però, continua la Jourová, “resta ancora molto da fare”. Il quadro presentato dal Commissario Jourová, in realtà, fotografa bene una condizione che non riguarda solo la UE, ma anche la maggior parte dei Paesi più sviluppati.

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