sabato, Ottobre 23

Marò, sospesa ogni iniziativa giudiziaria Migranti, dalla Macedonia alla Serbia

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In Libano le forze di sicurezza interna hanno confermato l’arresto di 32 persone dopo le proteste scoppiate a Beirut. I manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro il governo scesi in piazza contro il governo a causa dell’emergenza rifiuti. Nel capitale libanese, infatti, è stata chiusa la principale discarica e i sacchetti si sono accumulati per le strade, giorno dopo giorno. Alla situazione di degrado si aggiunge anche la paralisi politica e la corruzione delle istituzioni, elementi che hanno spinto la popolazione a rimpire le strade. A guidare le proteste è stato il movimento “You stick” che ha dato il via alla manifestazione e alle barricate. Un comunicato diffuso dalla Direzione generale delle Forze di sicurezza interna rende noto che 99 agenti sono rimasti feriti durante gli scontri, ma il bilancio diffuso dalla Croce Rossa libanese parla di 402 feriti. «Gli attivisti hanno diritto a manifestare». Ha affermato il ministro libanese dell’Interno Nohad al-Machnouq dopo un incontro con il premier Tammam Salam al Gran Serraglio, sede del governo. «Ma ci sono alcuni gruppi legati a certi partiti politici che hanno un’agenda diversa» ha detto ancora riferendosi alla crisi politica che paralizza il Paese dei Cedri e sottolineando che non saranno indette elezioni legislative fin quando il Libano non avrà un nuovo presidente della Repubblica. Dal maggio 2014, cioè dalla scadenza del mandato di Michel Suleiman, infatti, il Libano non ha una guida e tutti i leader politici rivali non riescono a trovare un accordo per la scelta del successore.

Ancora paura in Egitto dove stamattina è esplosa una bomba. L’attentato è avvenuto a Beheira a nord del Cairo, nel Delta del Nilo, è ha causato la morte di due agenti delle forze di sicurezza. I due erano a bordo di un autobus che è stato coinvolto nella deflagrazione e ha provocato anche il ferimento di 24 poliziotti. Non è chiara la matrice del gesto, ma quello di oggi è solo l’ultimo di una lunga serie di attacchi contro le forze di sicurezza rivendicati dall’Isis. La maggior parte è avvenuta nella penisola del Sinai, ma alcuni si sono verificati anche nella capitale, come l’autobomba esplosa giovedì scorso nel distretto di Shubra El-Kheima, periferia nord del Cairo, davanti al Palazzo della Sicurezza nazionale.

Il Burkina Faso si prepara alle elezioni presidenziali e annuncia i suoi candidati. Sono 22 e tra loro ci sono anche tre donne: la presidente del Partito per la democrazia e il cambiamento (PDC), Saran Seremè, Fracoise Toè e Josephine Korotimi Zon, pronte a compersi il ruolo di presidente dello Stato africano. Previste per l’11 ottobre, le votazioni metteranno fine alla fase di transizione iniziata dopo la fuga dell’ex presidente Blaise Campaorè, che si è rifugiato in Costa d’Avorio. Dopo 27 anni di governo, il 31 ottobre 2014, all’indomani di quattro giorni di proteste, Campaorè si è dimesso e al suo posto è salito prima il colonnello Yacouba Isaac Zida, sostituito il 17 novembre dal diplomatico Michel Kafando. Ora il Consiglio costituzionale dovrà verificato che le candidature rispettino i principi di legge, e poi le ufficializzerà entro il 29 agosto. La campagna elettorale, poi, inizierà il 19 settembre.

L’emergenza migranti si sposta di Paese in Paese e coinvolge sempre di più l’Europa. Le speranze di migliaia di profughi, provenienti soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan, si infrangono sugli scogli delle coste italiane e greche, si sfilacciano contro il filo spinato della Macedonia, si schiantano contro il muro dell’Ungheria. Dopo che la Macedonia ha aperto la sua frontiera, è la Serbia a dover affrontare l’afflusso. Sono ottomila gli arrivi solo nel fine settimana. Da Belgrado il governo ha chiesto aiuto per affrontare l’emergenza e lancia un allarme sicurezza, se i numeri non dovessero calare. In dieci giorni sono arrivati sul territorio serbo circa 20mila persone e la capitale è diventata il primo punto di arrivo. Proprio per far fronte alla situazione, è stato stato inaugurato oggi un Info Center nel quale i migranti  possono ottenere informazioni sui tempi e le modalità delle domande di asilo, sull’assistenza legale e psico-sociale, su altri problemi di ordine pratico, e dov’è possibile usufruire della rete wi-fi per l’uso di personal computer, tablet e cellulari. «La nostra risposta alla crisi migratoria non sono i manganelli o gli ordigni assordanti, ne’ l’erezione di muri» ha detto il viceministro del lavoro e affari sociali Nenad Ivanisevic.  «E’ un errore chiudere le frontiere a profughi e immigrati» ha notato da parte sua il rappresentante dell’Unhcr in Serbia Hans Friedrich Schodder, che che ha ribadito il sostegno al fine di scongiurare una catastrofe umanitaria. La maggior parte dei migranti non si ferma. Il miraggio è il nord Europa, ma il viaggio è lungo e pieno di ostacoli, come la barriera metallica costruita dal governo dell’ultraconservatore Orban. Il rischio è che i migranti si ammassino al confine con tra Serbia e Ungheria generando pressione e caos, proprio come accade a Calais, sul confine con l’Eurotunnel. I Governi di Macedonia e Serbia da soli non riusciranno a gestire la situazione e hanno chiesto l’intervento immediato dell’Unione Europea.

 

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