sabato, Ottobre 23

Marò, sospesa ogni iniziativa giudiziaria Migranti, dalla Macedonia alla Serbia

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Intanto, dopo i governi di Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Germania e Usa, anche la Russia ha deciso di dare un contributo per la lotta allo Stato Islamico. Il presidente russo Vladimir Putin, infatti, incontrerà domani a Mosca il re di Giordania Abdallah II, col quale discuterà di come combattere i terroristi, ma anche di alcuni progetti comuni come la costruzione della prima centrale nucleare nel Paese mediorientale. «I due leader avranno uno scambio di opinioni sulle principali questioni regionali e internazionali, compresa la soluzione del conflitto siriano e il processo di pace in Medio Oriente» ha fatto sapere il Cremlino.
Contro l’Isis è schierata anche la Turchia che, a sorpresa, lancia un’operazione militare ad ampio raggio nel nord della Siria, proprio al confine, col sostengo degli Stati Uniti. Ne ha dato annuncio il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Cavusoglu, che ha rivelato di colloqui preparatori avvenuti tra i due Paesi già nelle settimane scorse. Gli ultimi accordi sono stati presi ieri sera e partiranno presto con l’obiettivo di dare scacco matto ai terroristi del califfato. Secondo Cavusoglu, ai raid potrebbero partecipare in futuro anche altri Paesi come Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Qatar e Giordania. Intanto, però, la Turchia deve affrontare anche l’altra battaglia che ha deciso di combattere, quella contro il PKK. «Il PKK deve porre fine ai suoi attacchi armati e alle bombe nelle città e nelle montagne senza se e se ma» ha detto Selahattin Demirtas, leader del partito filo-curdo HDP, che nelle elezioni del 7 giugno scorso è entrato per la prima volta nel parlamento di Ankara superando la soglia di sbarramento del 10%. «Per noi non ci sono alternative. Altre morti di curdi, turchi, soldati, guerriglieri e poliziotti devono essere evitate. Anche il governo deve porre fine alle sue operazioni senza se e senza ma». Accusato dall’AKP del presidente Recep Tayyip Erdogan di essere il braccio politico del PKK, l’HDP respinge queste accuse e sostiene di essere un partito indipendente e senza legami organici con i ribelli curdi. Demirtas accusa invece Erdogan di aver trascinato la Turchia in questo nuovo conflitto con il Pkk per cercare di riconquistare la maggioranza assoluta nelle elezioni anticipate, annunciate per il primo novembre prossimo. «Non ci può essere un cessate il fuoco unilaterale da parte del PKK curdo» ha risposto Cemil Bayik, uno dei leader del Kck, organizzazione ombrello che comprende il PKK, in un’intervista al giornale tedesco Welt am Sonntag. «Demirtas non è stato il sole a chiedere di porre fine alle violenze» ha specificato Bayik «anche noi lo troviamo significativo. Dal nostro punto di vista, ne’ la Turchia ne’ noi possiamo risolvere questo problema con le armi, ma non può esserci una decisione unilaterale». Dopo la rottura il mese scorso della tregua in vigore dal 2013 tra Turchia e Pkk, almeno 59 membri delle forze di sicurezza turche e oltre 800 combattenti curdi sono morti negli scontri nel sud-est del Paese e nei raid aerei compiuti dall’aviazione di Ankara nel nord Iraq.

In Europa l’allerta per il terrorismo è massima. L’attenzione è puntata soprattutto sulle reti ferroviarie dopo l’attentato sventato sul Tgv, treno Amsterdam-Parigi. L’accaduto ha aperto il dibattito sulla sicurezza nelle stazioni ferroviarie e sui treni ad alta velocità. «I controlli di sicurezza di carte d’identià e bagagli sui treni internazionali europei, come quelli già in vigore per gli Eurostar che vanno in Gran Bretagna che è fuori da Schengen, saranno una questione chiave al Consiglio Ue trasporti di ottobre». Lo ha detto un portavoce della Commissione UE, sottolineando la volontà di farne una priorità dell’agenda europea, anche se la questione è sempre stata di competenza degli Stati e non della Commissione. Sin dal 2012, però, è stato creato un gruppo di lavoro ad hoc che si riunisce ogni tre mesi ed è formato da esperti nazionali e Ue, rappresentanti delle società ferroviarie. Non è escluso che, alla luce di quanto accaduto, il gruppo si riunisca per preparare la riunione dei ministri dei trasporti dei 28 prevista per l’8 ottobre. Se da un lato c’è chi chiede di aumentare controlli ai passeggeri, dall’altro Bruxelles chiede di avere un approccio proporzionale perché, dicono, non ci possono essere controlli dappertutto, per tutti i treni, continuamente”. «Da un punto di vista legale» ha spiegato una fonte UE «un sistema di controlli per i Thalys che da Bruxelles vanno a Parigi, Amsterdam e Colonia, con metal detector e controllo dei passaporti, come quello attualmente in vigore per gli Eurostar che passano sotto la Manica, sarebbe legalmente possibile, ma praticamente difficile vista la complessità per viaggiatori, frequenza dei treni e strutture nelle stazioni». Qualunque sia la soluzione che verrà trovata, certamente non è in discussione Schengen «che è uno dei più grandi risultati Ue e non è negoziabile», come ha riferito un portavoce dell’ Ue. «La Commissione non intende cambiarlo e invita gli stati membri a fare pieno uso degli strumenti che già prevede per i controlli di sicurezza». Intanto stanno proseguendo le indagini sull’attentato del Thalys Amsterdam-Paris e gli investigatori invitano a non trarre conclusioni affrettate.

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