sabato, Maggio 8

Marò, sospesa ogni iniziativa giudiziaria Migranti, dalla Macedonia alla Serbia

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«L’Italia e l’India devono sospendere ogni iniziativa giudiziaria in essere e non intraprenderne di nuove che possano aggravare la disputa». Recita così il verdetto del Tribunale del Mare di Amburgo che, dopo due mesi di dibattimento, si è espressa sul caso dei due Marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Si tratta di un primo piccolo passo avanti verso la risoluzione di una vicenda intricata che dura da tre anni. Nel 2012, infatti, i due fucilieri erano stati accusati dell’uccisione di due pescatori al largo delle coste del Kerala e dall’ora sono rimasti sospesi nel limbo della giurisdizione indiana. Nonostante i tentativi di dialogo, nessuno è riuscito a dare una svolta e proprio per questo l’Italia ha chiesto l’arbitrato internazionale. La decisione presa stamane dal tribunale non ha reso felicissimo il governo italiano, che si aspettava che le sue richieste fossero accettate. Era stato proposto che Girone e Latorre ritornassero a casa intanto che si concluda l’iter processuale. Negato. Ma il ministro degli esteri Paolo Gentiloni è comunque ottimista. «È un risultato utile, ha stabilito in forma definitiva il principio molto importante che non sarà la giustizia indiana a gestire la vicenda dei Marò, ma l’arbitrato internazionale. Intanto noi continueremo a lavorare per la Corte arbitrale straordinaria che si riunirà nelle prossime settimane». Meno ottimista, invece, il ministro delle infrastrutture Graziano Delrio. «Speravamo diversamente. Avevamo chiesto altre cose, la sentenza non va nella direzione che avevamo richiesto» ha commentato. Soddisfatto il governo indiano che ha apprezzato la decisione della corte di non accettare le richieste italiane. «Stiamo ancora studiando la sentenza in dettaglio, ma è chiaro che il Tribunale non ha preso in considerazione le due richieste presentate dall’Italia» ha sottolineato il ministero degli Esteri indiano, Vikas Swarup. Intanto per mercoledì era già prevista una nuova udienza della Corte Suprema indiana che ora, però, dovrà bloccare tutto per rispettare l’ordinanza di Amburgo. Si conclude così un altro capitolo della vicenda dei Marò, in attesa di una risoluzione.

La memoria del passato si sbriciola sotto i colpi violenti dello Stato Islamico. Questa volta, a Palmira, i jihadisti fedeli al presunto califfo Abu Bakr al-Baghdadi hanno distrutto il santuario di Baalshamin (il signore del cielo ndr), un tempio del secondo secolo dopo Cristo consacrato al dio greco Ermes, gioiello dell’area archeologica più famosa della Siria. «La distruzione del tempio di Baal Shamin suscita certamente dolore e tristezza e la convinzione che il sedicente Stato Islamico non si fermerà, anche se spero che le mie affermazioni vengano smentite». Le parole sono di Maria Teresa Grassi, direttore dal 2007 a 2010 della missione italo-siriano ‘Palmais’ a Palmira e docente di Archeologia all’Università degli Studi di Milano. «Assistiamo impotenti, siamo qui a dircelo, ma finora non è cambiato niente. Non so fino a quando si potrà andare avanti così in Siria». E così ancora un altro pezzo di storia viene cancellato per sempre, con profondo rammarico dell’opinione pubblica europea già scossa dall’uccisione, qualche giorno fa, dell’ex direttore del sito archeologico di Palmira. Khaled al-Asaad è stato decapitato e il suo corpo è stato appeso ad una colonna come monito per il mondo.

La furia dell’Isis, dunque, non si placa e mentre in Siria si cancellano le testimonianze di una cultura antica, a Sirte la frangia libica del califfato ha creato un emirato sostituendo i tribunali civili con una Corte islamica della Sharia. La notizia è arrivata da un sito di informazione locale. Secondo quanto riferito da alcune fonti dei media libici, i jihadisti hanno imposto classi separate per uomini e donne in scuole e università e hanno anche cambiato i programmi eliminando alcune materie. Da quanto raccontato, la legge dello stato islamico ha coinvolto anche il settore del commercio cui sono state imposte nuove regole e diverse tassazioni. Si confermerebbe, in questo modo, quanto proclamato dagli stessi combattenti. Già da giorni, infatti, avevano detto di avere il completo controllo dell’area di Sirte, dopo aver ucciso alcuni combattenti delle milizie salafite e aver esposto i cadaveri come monito per la popolazione. Il governo di Tobruk, dove si riunisce il parlamento riconosciuto dalla comunità internazionale, anche sotto la spinta dei governi europei, ha chiesto aiuto alla Lega Araba, ma la proposta di attaccare lo Stato Islamico per ora è caduta nel vuoto. Inoltre, proprio oggi la guida suprema dei Fratelli musulmani libici, Bashir al Kubti ha affermato che le notizie provenienti da Sirte sono ricche di esagerazioni per giustificare un intervento straniero nel Paese. Secondo quanto riferisce il quotidiano libico al Wasat, l’esponente della Confraternita ha dichiarato che qualsiasi intervento esterno sarà considerato dai libici alla stregua di un’invasione, perché spetta ai cittadini liberare le città dalla presenza dell’Is. Eppure, sembra che sia l’unione, come sempre, a far la forza, strategia che sta usando lo stesso califfato per serrare i ranghi. Uno dei dirigenti dell’Isis, il saudita Ali el Gezrawi, infatti, ha invitato i fratelli all’unità in Arabia Saudita, Tunisia, Egitto e Sudan a recarsi in Libia per combattere l’esercito libico. In un video pubblicato su un sito di Tripoli, Gezrawi, col volto coperto, ha detto «la Libia è la terra della jihad e dell’immigrazione, non appartiene solo ai
libici, ma a tutti i musulmani che credono in dio, ed è uno Stato del Califfato». Il jihadista ha poi minacciato di morte il generale Khalifa Haftar, comandante dell’esercito libico. Nelle stesse ore i sostenitori dello Stato Islamico a Sirte hanno lanciato su Twitter l’hashtag #afflussoversolaLibia.
La minaccia dell’Isis in Libia, insieme all’aumento delle partenze dalle coste africane verso l’Italia sta preoccupando non poco il governo, soprattutto in queste ore. Ma il ministero degli Esteri Paolo Gentiloni conferma la sua linea. «Non inizieremo avventure militari nel deserto» ha detto dal podio del Meeting di Rimini parlando di migrazione e terrorismo. «L’Italia deve fare la sua parte nella costruzione della sicurezza in questa area decisiva» ha sottolineato Gentiloni. «Innanzitutto combattendo il terrorismo e in particolare lo Stato Islamico, la minaccia più drammatica oggi, e poi lavorando per costruire la pace in contesti difficili come la Libia, la Siria e il Medio Oriente».

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