domenica, Ottobre 17

Marò, la débâcle indiana field_506ffb1d3dbe2

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maro India

Alta tensione tra Roma e New Delhi. L’udienza della Corte Suprema per il ricorso italiano sulla vicenda dei marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, detenuti in India da due anni con l’accusa di aver ucciso due pescatori in un’azione di anti-pirateria nelle acque del Kerala, è stata rinviata al 18 febbraio. Ma prima di chiudere la riunione, la Procura indiana ha confermato la domanda di applicazione della legge antipirateria del Sua Act, che prevede l’applicazione della pena di morte. Ma che, ha precisato l’accusa, in questo caso non dovrebbe essere specificatamente richiesta: l’intenzione sarebbe quella di chiedere una pena detentiva fino a 10 anni.

La parola, a questo punto, spetta al giudice B. S. Chauhun sono io che devo decidere»). Di fronte a «un’imputazione inaccettabile», il Governo italiano si «riserva di assumere ogni iniziativa» verso New Delhi. «L’uso del concetto di terrorismo è da rifiutare in toto, l’Italia e l’Ue reagiranno», ha commentato il Premier Enrico Letta. Con la sentenza del 18 gennaio 2013, la stessa Corte Suprema aveva escluso il ricorso al Sua Act. Un anno dopo, i giudici indiani devono riportare il «caso nella sua corretta dimensione», scrive Palazzo Chigi sul sito istituzionale. «Fa bene l’Italia a far sentire la sua voce nel consesso internazionale. L’assenza di capi d’imputazione, dopo ben due anni, verso i due fucilieri fa a pugni con lo stato di diritto e con la correttezza di rapporti tra due democrazie sovrane», ha dichiarato il Ministro della Difesa Mario Mauro.

A Bruxelles per il Consiglio dei Ministri degli Esteri dell’Unione europea (Ue), la titolare della Farnesina Emma Bonino è stata altrettanto dura. Accusare di terrorismo i due fucilieri della Marina, il 15 febbraio 2012 a bordo della petroliera Enrica Lexie, è «assolutamente inaccettabile e irragionevole», l’equivalente di dichiarare «l’Italia un Paese terrorista». «Certamente» la vicenda dei marò è sul tavolo del vertice europeo. E tra le ipotesi sul tappeto, c’è anche il ricorso dell’Italia al Tribunale dell’Onu per il Diritto del mare.

Preoccupazione dell’Ue, oltre che per le proteste in Ucraina infiltrate dai paramilitari di estrema destra di Pravij Sektor, anche per i disordini esplosi in Bosnia, per la crisi economica. Dopo l’incendio del Palazzo della Presidenza a Sarajevo, evacuato nel timore di nuovi assalti, i manifestanti hanno ripreso a radunarsi. Nuove dimostrazioni sono in corso in diverse città della Federazione. In loro solidarietà un gruppo ha manifestato anche nel centro di Belgrado, in Serbia. A Bruxelles, il Consiglio dei 28 Stati membri ha anche sbloccato le relazioni con Cubaapprovando come atteso, direttive negoziali per un «Accordo di dialogo politico e di cooperazione»tra l’Ue e l’Avana.

Ma i Ministri hanno discusso soprattutto di Svizzera, dopo la vittoria del sì (50,3%) al referendum contro «l’immigrazione di massa nel Paese», respingendo, di fatto, l’Accordo sulla libera circolazione in vigore con l’Ue. «Sta a Berna decidere che conseguenze avrà il voto», ha chiosato la Commissione Ue, che il 14 febbraio ha in agenda la firma di un accordo istutuzionale con la Svizzera, «non sotto buoni auspici». Dai leader europei è una pioggia di critiche. «L’impatto del referendum svizzero, anche in termini quantitativi, è molto preoccupante sia per l’Italia sia per altri accordi con l’Europa», ha commentato l’italiana Bonino. Berlino ha escluso con nettezza analoghe consultazioni in Germania, dopo il tasso elevato di sì dei cantoni a lingua tedesca. «Il Governo rispetta l’esito del referendum, che tuttavia solleva notevoli problemi», ha fatto sapere l’ufficio della Cancelliera Angela Merkel. «Economicamente la Svizzera vive di scambi con i Paesi europei, quindi si danneggia da sola», ha aggiunto il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier. Per la Francia è una «brutta notizia per l’Ue», per il Lussemburgo un «voto inaccettabile». Gli unici a gioire sono i populisti e la destra xenofoba. «La Svizzera ha dato una grande lezione di democrazia», ha dichiarato Mario Borghezio, in quota Lega Nord. Per il Front National francese di Marine Le Pen, «è questa la strada da seguire».

A Ginevra, in Svizzera, il 10 febbraio sono ripresi i negoziati tra la delegazione siriana del Presidente Bashar al Assad e i ribelli della Coalizione nazionale siriana (Cns). Il secondo round è iniziato con gli incontri separati con il mediatore della Lega Araba e dell’Onu Lakhdar Brahimi. Poi sono ripartite le accuse reciproche. Il vice Ministro degli Esteri siriano Faysal Miqdad ha denunciato «50 persone, molte donne e bambini, uccise a sangue freddo dai terroristi» a Maan, nella provincia di Hama. Il dato dell’Osservatorio nazionale per i diritti umani dei ribelli della Cns è di «almeno 21 morti civili e 20 miliziani alawiti pro-regime». Per i Comitati di coordinamento locali degli insorti di Mzerib, vicino a Daraa, nel sud della Siria, un numero imprecisato di minori è rimasto vittima di un raid dell’Aviazione contro una scuola, in una località solidale con la rivolta.

La Cns ha anche annunciato il ritiro dei jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis), affiliati ad al Qaeda, dalla provincia di Deir Ezzor, ricca di petrolio. In giornata, intanto altri 300 civili sono stati evacuati dai quartieri ribelli di Homs, come da accordi del primo round di Ginevra 2. In totale, è uscito un migliaio di residenti sotto assedio. Parallelamente ai negoziati svizzeri, la Francia (insieme con Gran Bretagna, Australia, Lussemburgo e Giordania) ha annunciato un progetto di risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’Onu, per l’aprire altri corridoi nelle località siriane sotto assedio. «Chiediamo un’azione molto più forte in campo umanitario, i rifornimenti medici devono entrare nelle città. Se ne discute da parecchio ed è assolutamente scandaloso che le popolazioni vengano affamate»ha detto il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius.

A Washington senza premier dame, per la sua visita negli Usa il Presidente francese François Hollande ha firmato una dichiarazione congiunta con l’omologo americano Barack Obama, pubblicata sui quotidiani ‘Le Monde‘ e ‘Washington Post‘. Il tema non sono la Primavera araba o la crisi economica internazionale, ma la lotta comune ai cambiamenti climatici. «In vista della Conferenza sul clima, a Parigi il prossimo anno, continuiamo ad appellarci a tutti gli Stati affinché si uniscano alla nostra ricerca di un accordo globale e ambizioso per la riduzione delle emissioni di gas serra», hanno esortato i due leader.

Il 3 marzo, alla Casa Bianca, è poi atteso il Primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu, per discutere un accordo di massima per la pace con i palestinesi: la notizia ufficiosa è stata data dai media vicini al Governo israeliano. Nel frattempo, il 14 e il 15 febbraio il Segretario di Stato americano John Kerry sarà in visita in Cina per affrontare il tema spinoso delle acque contese nel Pacifico. Gli Usa sono «gravemente preoccupati, per lo sforzo sempre maggiore di Pechino per controllare il Mar della Cina meridionale».

Dopo la tappa in Cina, Kerry si fermerà anche in Corea del Sud, dove dal 24 febbraio Washington e Seul hanno in programma le annuali esercitazioni militari congiunte, a sud del 38° parallelo. Dopo lo sblocco parziale di alcune sanzioni, il 18 febbraio infine l’Iran riprenderà le trattative con il Gruppo 5 + 1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania), per rendere definitivo l’accordo sul nucleare. «Ma con le potenze non discuteremo di missili balistici con le potenze», ha escluso da Teheran il vice Ministro degli Esteri Abbas Araghchi, «le questioni sulla Difesa non sono negoziabili». Anche di Iran parleranno, a Washington, Obama e Netanyahu.

 

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