giovedì, Maggio 13

Marò, Girone torna in Italia durante l'arbitrato

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E anche Salvatore Girone tornerà in Italia. Il marò farà ritorno a casa durante l’arbitrato avviato dal governo italiano davanti al Tribunale arbitrale dell’Aja. Girone, accusato insieme al collega Massimiliano Latorre (in Italia con un permesso speciale per gravi motivi di salute) è accusato dall’India di aver ucciso due pescatori al largo delle sue coste nel 2012 nel corso di una missione antipirateria. Il tribunale ha accolto la richiesta italiana, invitando le parti a concordare le modalità del rientro del fuciliere in patria. «Ho parlato con il marò Girone che potrà tornare in Italia della straordinaria notizia che viene dal Tribunale internazionale dell’Aja», ha detto il premier Matteo Renzi, oggi a Firenze con il premier giapponese Shinzo Abe. «E’ un passo avanti davvero significativo al quale abbiamo lavorato con grande dedizione e determinazione» ha aggiunto Renzi, che ha lanciato «un messaggio di amicizia e collaborazione al grande popolo indiano e al primo ministro indiano. Siamo sempre pronti a collaborare».

«La decisione del Tribunale de L’Aja recepisce le considerazioni legali e di ordine umanitario derivanti dalla permanenza di Girone in India da oltre quattro anni e che avrebbe potuto prolungarsi per altri due o tre anni, tenuto conto della prevista durata del procedimento arbitrale», si legge nel comunicato della Farnesina. «Il governo avvierà immediatamente le consultazioni con l’India affinché siano in breve tempo definite e concordate le condizioni per dare seguito alla decisione del Tribunale arbitrale. Il governo sottolinea che la decisione odierna del Tribunale relativa alle misure richieste dall’Italia in favore del Sergente Girone non influisce sul prosieguo del procedimento arbitrale, che dovrà definire se spetti all’Italia o all’India la giurisdizione sul caso della Enrica Lexie».

Una esecuzione ‘a sangue freddo’. E’ questo quanto raccontato all’Associated Press da due testimoni dell’omicidio al Cairo dei presunti rapinatori accusati dall’Egitto di aver rubato e nascosto i documenti d’identità di Giulio Regeni. I testimoni (in anonimato per paura di ritorsioni) hanno raccontato che i cinque uomini uccisi non erano armati e che erano stati accerchiati da sette veicoli della polizia, che poi avevano aperto il fuoco su di loro. Dopo l’esecuzione la polizia aveva confiscato le riprese di videocamere di sorveglianza delle case vicine, mentre i corpi erano stati lasciati in strada. Il ministero dell’Interno, informando sull’accaduto (24 marzo), aveva parlato di uno scontro a fuoco in cui le forze dell’ordine. Ma emerge anche altro: ben tre dei presunti rapinatori il giorno del ‘prelevamento’ di Giulio Regeni si sarebbero trovati sul delta del Nilo, nel governatorato di Sharqiyya. A dirlo Rasha e Sameh, i figli del capobanda Tarek Saad. I due anzi attaccano apertamente il governo egiziano della responsabilità nell’uccisione di Regeni e dei successivi depistaggi: «Il marito di Rasha era solo un imbianchino che si stava recando a compiere un lavoro a Tagammu al-Khamis, quartiere della periferia est del Cairo dove poi fu ucciso dalla polizia assieme al suocero, al cognato, a un amico pregiudicato e all’autista del minibus su cui viaggiavano».

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