martedì, Maggio 18

Marino si gioca la carta del populismo image

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Deposizione della targa in memoria dei deportati e delle vittime del nazifascismo

Il ritiro, per la seconda volta, del decreto Salva Roma e le evasive risposte del governo di ieri sera, hanno costretto il sempre pacato sindaco Ignazio Marino a ricorrere al populismo. «Da domenica blocco la città. Le persone dovranno attrezzarsi e fortunati i politici che hanno le auto blu» ha dichiarato ovunque Marino spiegando le conseguenze concrete della mancata approvazione: «non ci saranno i soldi per i 25 mila dipendenti del Comune, per il gasolio del bus, per tenere aperti gli asili nido o per raccogliere i rifiuti».  «Sono veramente arrabbiato – ha inoltre sottolineato il primo cittadino –  anche i romani sono arrabbiati e hanno ragione, dovrebbero inseguire i politici coi forconi. Qui bisogna ancora pagare i terreni espropriati nel 1957 per costruire il Villaggio Olimpico, ma si può continuare a governare così la Capitale? Non è più il periodo delle chiacchiere, è il periodo dei fatti».

I toni più terroristici che allarmistici sono continuati per tutta la mattinata e sono l’ultima arma che Marino avrebbe voluto tirar fuori.  Hanno però funzionato perché Matteo Renzi, pur infuriato con il sindaco con i toni usati, ha costretto i tecnici di Palazzo Chigi, del Comune e del Mef a trovare una soluzione. Quella più probabile è un ulteriore decreto.

La partita che si sta giocando su Roma è complessa e su molteplici livelli. In primo luogo Renzi è poco propenso a giocarsi la precaria credibilità di cui gode il nuovo governo per un decreto così divisivo, seppur necessario, come il Salva Roma (l’argomento usato pubblicamente da Renzi, «è una grana ereditata dal governo Letta» è poco spendibile perché il 99,9% dei problemi che dovrà affrontare Renzi sono ereditati dal governo Letta).

Inoltre molti concordano nel sostenere che sia già in gioco la successione a Marino e la non erogazione dei soldi al Comune   sia un modo per eliminarlo politicamente. Probabilmente questo obiettivo è l’unico che hanno in comune Renzi e la minoranza Pd. Quest’ultima, infatti, pur essendo molto forte a Roma, è stata di fatto estromessa dalla governance del Comune e aspira alla caduta della giunta capitolina e alla formazione di una nuova senza il passaggio elettorale.

Ma al blocco del decreto ha contribuito anche chi, nella maggioranza, vuole punire il Sindaco per non voler vendere  dei prezzi pregiati del Comune (come ad esempio l’Acea). La senatrice di Scelta Civica Linda Lanzillotta, è una di queste perso e infatti non ha preso bene la decisione del Senato di cassare gli emendamenti del decreto che prevedevano la vendita di quote parte dell’Acea e di altre società controllate dal Comune. La senatrice ha evocato la necessità di un «commissariamento» della città e il «rischio default». Pronta la risposta di Marino anche per lei: «La senatrice Lanzillotta è quella che meglio conosce le finanze di Roma avendole gestite in prima persona per 9 anni sugli ultimi 20 e quindi se dice che sono state gestite male ne è la prima responsabile». 

Una vicenda, quindi, che sta logorando il Pd e che ha oscurato un’altra grande notizia e cioè l’adesione del Pd alla famiglia dei Socialisti Europei. Il via libera formale è arrivato oggi dalla direzione del Pd ma è «un percorso che parte da molto lontano» ha dichiarato il ministro degli Esteri  Federica Mogherini. Il presidente del Partito Socialista Europeo Serghei Stanishev, ha già anticipato che la domanda di adesione del Pd domani sarà accolta al congresso che si terrà proprio a Roma nel prossimo week-end. 

Dopo la tragicommedia di ieri, si può finalmente fare il punto sulla spaccatura del M5SQuattro senatori espulsi dal gruppo ieri (di cui solo uno, Luis Alberto Orellana ha rassegnato le dimissioni anche da senatore) e cinque dimissionari (Maria Mussini, Monica Casaletto, Maurizio Romani, Alessandra Bencini e Laura Bignami) oggi. Alla Camera invece due deputati Ivan Catalano e Alessio Tacconi sono passati al gruppo misto. 

 

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