sabato, Ottobre 16

Marino paga per primo la spaccatura nel Pd true

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Mentre il premier Matteo Renzi è a Treviso per l’avvio del suo tour fra i Comuni, il neo governo deve affrontare la sua prima vera grana a sole 24 ore dal giuramento. Il decreto Salva Roma, che assicurava 475 milioni di euro alla capitale per ripianare il debito del 2013 e parte di quello del 2014, è stato ritirato per la seconda volta dal governo (una prima versione era stata ritirata alla fine di dicembre). Il decreto scadeva venerdì prossimo a mezzanotte e il preannunciato ostruzionismo di Lega Nord e M5S (che aveva preannunciato 350 emendamenti) insieme alla decisione del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan di non porre la fiducia, hanno spinto il governo a ritirarlo. «Decisione inevitabile di fronte all’ostruzionismo di Lega e M5S» ha dichiarato il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi.

Poche persone, oltre al sindaco Ignazio Marino, hanno capito la gravità della situazione e una di queste è Linda Lanzillotta, senatrice di Scelta Civica, che parla espressamente di rischio commissariamento: «Teniamo conto che già in questo decreto erano contenute le norme di sanatoria degli effetti della prima versione del Salva-Roma che fu ritirata. Ora c’è un rischio dissesto».

Marino è furioso e ha minacciato le dimissioni. «Non voglio fare il commissario liquidatore» ha dichiarato il sindaco. «Tutti sanno – ha aggiunto – che ho ereditato un buco di 816 milioni di euro e che da diversi mesi sto cercando di riparare al danno che abbiamo trovato. In questo momento- ha proseguito Marino– non ho davvero nessun interesse a mettere la faccia su un disastro che era evidentemente annunciato».  Pubblicamente il sindaco ha attaccato i grillini («trovo veramente inspiegabile e ingiustificabile, davanti ai propri elettori, l’ostruzionismo del M5S su questo decreto») ma in privato ha usato toni duri con il neo ministro delle riforme e con il sottosegretario Graziano Del Rio per spiegare loro qual è la battaglia di potere che si sta giocando fra i parlamentari romani (e fra i loro apparati locali) e il prezzo che la Capitale sta pagando.

Marino, infatti, ha ricordato loro che il governo in passato per combattere l’ostruzionismo contro i decreti in scadenza ha spesso usato lo strumento della fiducia mentre per il decreto Imu-Bankitalia ha addirittura fatto ricorso allatagliola cioè al passaggio diretto al voto finale del decreto troncando la discussione. Per il decreto Salva Roma, invece, no. Perché? E’ un modo per costringerlo alle dimissioni? Marino ha ricordato nel pomeriggio che cosa significa governare un Comune senza essere in grado di pianificare un bilancio: «significa essere costretti a provvedere alla spesa di bilancio di mese in mese comportando l’impossibilità di programmare investimenti e fare scelte politiche». In sostanza: morte politica e nessuna chance di essere rieletto. 

Giornata movimenta anche all’interno del M5S. Grillo ha delegato al web la decisione se espellere o meno i 4 senatori (Lorenzo Battista, Francesco Campanella, Luis Alberto Orellana e Fabrizio Bocchino) che da tempo si muovono in dissenso dalla linea sua e di Casaleggio e gli iscritti al M5S (stando ai dati pubblicati nel blog di Grillo) hanno approvato l’espulsione con circa 29.883 voti a favore e 13.485 contrari (anche se i senatori hanno anticipato l’esito del voto e si sono dimessi prima). Sono seguite scene di panico, commozione e delirio nell’assemblea dei senatori per la gioia dei giornalisti che finalmente domani, per la prima volta dopo tanti falsi allarme, potranno legittimamente parlare di «spaccatura nel M5S». 

Per Orellana «Grillo usa i parlamentari come pedine da manovrare» e, inoltre, predicherebbe una falsa uguaglianza perché lui «vale più degli altri». Complimenti al senatore per averlo scoperto così in anticipo. In genere se non si è più d’accordo con i metodi o la linea del partito in cui si milita e si attesta la indisponibilità al confronto, semplicemente si rassegnano le dimissioni. E si crea un proprio movimento, se si è capaci.

 

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