giovedì, Dicembre 2

Marijuana made in Italy field_506ffb1d3dbe2

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La cannabis ad uso terapeutico, in grado di curare e alleviare i sintomi di numerose malattie neurologiche come l’Alzheimer, il Parkinson e diversi tipi di sclerosi, viene principalmente  importata in Italia dall’estero facendo lievitare il prezzo di farmaci usati in campo oncologico. Dal 2015 la situazione potrebbe finalmente cambiare grazie alla statalizzazione della coltivazione di marijuana da parte dell’Esercito italiano presso l’Istituto farmaceutico militare di Firenze, in seguito ad un primo via libera dato dai ministeri della Difesa e della Salute. Per ora l’unico stabilimento autorizzato a produrla a scopo farmaceutico è Rovigo.

Nei Paesi Bassi, in Spagna, Canada e in  sedici stati degli Stati Uniti l’uso della cannabis a scopo medico è già consentito. In altri Paesi europei ed extraeuropei l’argomento è al centro di accesi dibattiti sia sul piano scientifico che su quello etico. Principale studioso e promotore dell’uso terapeutico della Cannabis e della sua decriminalizzazione è il professor Lester Grinspoon, psichiatra e professore emerito dell’Università di Harvard. In Italia, approfonditi studi in materia sono stati effettuati dal neuropsichiatra Gian Luigi Gessa e dal dott. Giancarlo Arnao.

“Siamo ancora in una fase troppo arretrata per poter stimare la potenzialità economica di questa scelta, sempre che di scelta si tratti visto che oggi siamo di fronte ad un annuncio” dichiara Franco Bordo, capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà presso la Camera dei deputati, per il quale si tratta di un annuncio importante “soprattutto per quelle decine di migliaia di pazienti che potranno, speriamo a breve, beneficiare di  farmaci cannabinoidi. Si parla comunque di un volume d’affari imponente, di diverse centinaia di milioni di euro”.

Per il parlamentare cremasco il ritardo italiano è più patologico che scientifico.

“Il fatto che la produzione di tali farmaci venga all’Istituto chimico farmaceutico militare la dice lunga di come tale scelta nel nostro Paese sia ancora viziata da forti pregiudizi culturali. Tali cautele non le prendiamo neanche quando si tratta di produrre armi vere e proprie. Penso che, dopo una fase sperimentale da parte dell’Esercito, si arriverà (spero il prima possibile) alla produzione da parte dell’industria farmaceutica e, oltre che a riflessi positivi in campo terapeutico, avremo anche un effetto calmierante dei prezzi dei farmaci oncologici. Senz’altro ci sarà l’obbligo della prescrizione medica”.

Il proibizionismo sulla cannabis ha un costo dato, in maniera approssimativa,  dalla somma della spesa pubblica destinata alle attività di repressione e del mancato introito fiscale sulla produzione e sulla vendita. Legalizzare questo mercato, che è il più vasto in termini di consumatori e il meno problematico in termini sociali e sanitari, imponendo una tassazione sufficientemente alta da non promuovere il consumo, ma non troppo da incentivare il ricorso al mercato illegale (come si fa per i tabacchi: circa i tre quarti del prezzo di vendita) vorrebbe dire per lo stato risparmiare sul fronte della repressione riscuotendo entrate oggi interamente assorbite dai profitti criminali. Grandezze molto importanti sia dal punto di vista economico e fiscale. Gli esempi non mancano. Per il piccolo Colorado (5 milioni di abitanti) la legalizzazione della marijuana avvenuta tra il  2012 e il 2013 ha rappresentato un business di quasi 1 miliardo di dollari sottratto all’economia criminale, con un potenziale di nuovi occupati di circa 10.000 unità (2000 dei quali già realizzatisi, secondo il Marijuana Industry Group statunitense).

Lo Stato americano ha ottenuto due milioni di dollari in imposte sulla marijuana acquistata a scopo ricreativo solo nel mese di gennaio, mostrando al mondo gli effetti benefici del business della cannabis; aggiungendo la vendita di quella per uso medico e i pagamenti dei commercianti per ottenere le licenze, si arriva a 3,5 milioni di dollari. Le imposte sulla marijuana sono state votate dagli elettori che hanno deciso che i primi 40 milioni saranno spesi per la scuola. A giugno 2014, dopo 6 mesi dalla legalizzazione della vendita al dettaglio e 18 mesi dalla decriminalizzazione, gli incidenti d’auto non sono aumentati e i reati sono persino diminuiti, secondo la polizia di Denver (non è stata necessariamente la legalizzazione a ridurre il crimine, ma di certo non ne ha prodotto un aumento). L’eliminazione delle pene detentive per i piccoli reati connessi alla marijuana ha fatto risparmiare tra i 12 e i 40 milioni di dollari all’anno, mentre il gettito fiscale della legalizzazione nei primi 6 mesi del 2014 è stato superiore ai 30 milioni di dollari (comprendendo la marijuana per uso medico).  Per volontà referendaria, le entrate fiscali saranno destinate al sistema scolastico e alla sensibilizzazione contro l’abuso di stupefacenti.

Per l’Italia, grande dodici volte il Colorado, avremmo  numeri maggiori e significativamente positivi per i conti pubblici. Il libro bianco ‘Il mercato delle droghe: dimensione, protagonisti, politiche’, a cura Guido M. Rey, Carla Rossi, Alberto Zuliani ha stimato il fatturato nel 2010 del narcotraffico in Italia in circa 24 miliardi di euro. Le analisi più recenti sul mercato dei soli derivati della cannabis portano a una stima di oltre 7 miliardi di euro annui.

“Sarebbe auspicabile che il mondo agricolo italiano potesse beneficiare di tale indirizzo, ma sinceramente è un futuro che vedo ancora lontano” continua Franco Bordo.

“Temo che quando ci arriveremo saremo già stati superati da altri Paesi che ne avranno intuito le potenzialità economiche e sociali con maggior prontezza”. Dello stesso avviso  Tiberio Rabboni, assessore all’agricoltura della regione Emilia Romagna a difesa delle legge regionale sulla canapa industriale:

 “La canapa, infatti, rappresenta la classica coltura da “rinnovo” in grado di migliorare, con ridotti input energetici e chimici, la struttura del terreno e di contrastare la diffusione di piante infestanti senza ricorrere all’utilizzo di erbicidi di sintesi”. Un vero e proprio “oro verde” che si coltiva anche in Calabria e in Puglia in centinaia di ettari di terreno sotto il controllo e l’autorizzazione delle forze dell’ordine. Ad investire sulla cannabis è stato anche Antonino Chiaramonte,  agricoltore di Mendicino in provincia di Cosenza che ha sostituito le foglie di marijuana al grano, ormai “non più conveniente per i prezzi troppo alti”. Dai mattoni della bioedilizia per costruire case ai vestiti, passando gli alimenti, gli olii e persino i cruscotti delle auto, la sua canapa viene destinata agli stabilimenti per la produzione di diversi oggetti e viene lavorata in uno stabilimento a Taranto. Servirà in un cantiere di Brindisi per costruire “la prima abitazione ‘a base di cannabis’ in Italia. La canapa è un ottimo investimento per tanti usi” spiega “rigenera i terreni, non necessita di diserbanti ed ha ottimi costi”.  Secondo i dati di “Assocanapa”, in Calabria gli agricoltori di cannabis sono già una decina ed in costante aumento in tutta Italia, con piantagioni in 400 ettari di terreni al nord e 450 al sud del Paese. 

 

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