lunedì, Ottobre 25

Marijuana legale

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L’onda di depenalizzazione e legalizzazione della marijuana che sta caratterizzando diverse aree del mondo, dalla California al Colorado, fino alla Spagna e al Portogallo, sta producendo effetti di carattere economico e sociale non trascurabili.

Tra i casi più interessanti vi è quello di Denver, la capitale del Colorado, dove è possibile acquistare marijuana anche solo a scopo ricreativo, dando vita alla creazione di una filiera, quella della cannabis, che sta diventando il settore economico più in crescita negli USA. A Denver la pianta incriminata viene utilizzata a scopo ricreativo non solo per fumare, ma anche per la produzione di cibi, bevande, creme, oli per il corpo e tanto altro. I produttori di piantagioni fanno fatica a stare dietro alle richieste del mercato e gli investitori si stanno mostrando di carattere positivo verso questa nuova filiera.

È diverso il caso dell’Uruguay, dove la legalizzazione dell’utilizzo e del possesso, ma non del commercio, ha dato vita alla così denominata ‘marijuana di Stato’. Sì, perché è proprio lo Stato a farsi carico della produzione, distribuzione e vendita della marijuana, che viene venduta ad 1 dollaro al grammo, strappando un mercato importante alla criminalità organizzata. Due casi (Denver e l’Uruguay) che in comune hanno l’acquisizione di un nuovo mercato, che viene strappato alle organizzazioni malavitose. Un mercato, quello del narcotraffico, che in Italia ha un valore che ammonta ad oltre 22 miliardi di euro.

La legalizzazione del fiore incriminato sta avvenendo in maniera diversa nei diversi Paesi nel mondo: in Spagna, ad esempio, è legale l’utilizzo (ma non in luoghi pubblici), il possesso e la coltivazione, ma non la vendita. Una situazione che ha determinato la nascita di migliaia di ‘Social Cannabis Club’, in cui si può liberamente comprare e consumare marijuana. Ma non si tratta di una liberalizzazione totale come quella del tabacco, dove è il mercato a gestire i consumatori; questo perché secondo la legge spagnola e i ‘Social Cannabis Club’ non si può affidare al mercato una sostanza che può causare dipendenza, ciò produrrebbe effetti negativi nel lungo termine simili a quelli del proibizionismo.

L’idea alla base delle politiche proibizioniste si basa sull’assunto che l’introduzione di leggi antiproibizioniste potrebbe indurre più persone all’utilizzo di droghe in genere. Ciò è probabile ma non è una conseguenza assoluta ed univoca: non ci sono dati che mostrano una riduzione dell’utilizzo della marijuana negli USA, ma il tasso di utilizzo in Iran (dove la coltivazione e il possesso sono legali ma non la vendita) si attesta intorno al 2%. Oppure il Portogallo che, in seguito alla depenalizzazione di tutte le droghe, ma non della loro commercializzazione, è diventato il Paese dove si consumano meno stupefacenti di tutta l’Europa. La depenalizzazione della sostanza non può essere considerata direttamente proporzionale all’incremento o alla diminuzione dell’utilizzo, dal momento che le variabili da considerare sono diverse, e che spesso un incremento di utilizzo della marijuana potrebbe anche riflettere una riduzione del mercato delle droghe sintetiche, più pericolose ma meno costose a parità di condizioni. La marijuana è, infatti, la droga più costosa perché è maggiormente individuabile, e quindi chi la produce e la commercializza si espone ad un rischio maggiore rispetto a chi fa affari con altre droghe, e un rischio maggiore comporta un prezzo maggiore. Questo perché il mercato della marijuana segue una linea simile a quella che seguono i mercati di beni legali, sebbene si tratti di un mercato nero.

Milton Friedman, premio Nobel nel 1976 e convinto sostenitore di leggi antiproibizioniste, opponeva a tale assunto l’esempio del proibizionismo americano nei confronti dell’alcol: negli anni in cui le leggi contro vendita e consumo di alcool furono in vigore, le morti per avvelenamento e consumo eccessivo di bevande ad alto contenuto alcolico aumentarono in maniera drammatica.

Jeffrey Miron, studioso di Harvard, è un fervente sostenitore della legalizzazione di tutte le droghe, in quanto il proibizionismo non farebbe altro che aumentare le morti per sostanze ‘tagliate’ male e scontri violenti, in un mercato che non può essere controllato dalle leggi dello Stato e che viene quindi lasciato allo sbando, producendo molti più costi per lo stato (come quelli sanitari). Ma i costi non sono solo indiretti, infatti Miron stima che una eventuale legalizzazione di tutte le droghe negli USA permetterebbe un risparmio di circa 90 miliardi all’anno alle casse dello Stato. Una situazione di liberalizzazione totale permetterebbe, inoltre, non solo allo Stato di gestire un mercato, mettendo le sostanze e chi la commercializza in una situazione di controllo e sicurezza.

Secondo gli studi di Miron, il governo americano con la legalizzazione della sola cannabis risparmierebbe 7,7 miliardi di dollari all’anno tra controlli e sanzioni. E, con la tassazione (la stessa che si applica all’alcol e al tabacco), incasserebbe fino a 6 miliardi; per un totale di oltre 13 miliardi di dollari all’anno solo di costi diretti. Dalla parte di Miron si sono schierati oltre 300 economisti, tra cui tre premi Nobel USA (Milton Friedman, George Akerlof e Vernon Smith) firmatari di una petizione inviata al presidente Barack Obama, al Congresso di Washington e ai governatori degli Stati federali.

Pierangelo De Pace, docente di economia al Pomona College, in un articolo del 2006, pubblicato sul sito Epistemes.org, fa una comparazione tra i costi economici e sociali della depenalizzazione della marijuana e quelli della linea proibizionistica. E sulla scia della tesi di Miron, conclude che la penalizzazione della marijuana non è conveniente a livello economico e sociale perché si tratta di una questione non oggettiva: “le politiche economiche ed i problemi in generale non si affrontano facendo guidare la propria azione da principi morali discutibili e sui quali non tutti sono d’accordo. Le soluzioni si ottengono trattando le questioni in maniera oggettiva, nel caso economico analizzando a fondo costi e benefici di strategie alternative”, scrive De Pace. Quello che forse non si aspettava, però, è l’entità dello sviluppo della filiera della marijuana, come sta accadendo in Colorado.

 

Nel 2006 si aspettava un tale sviluppo della filiera della marijuana come quella che sta prendendo piede in Colorado?

In realtà, molto dipende da come la legalizzazione è implementata. Se si legalizza solo il possesso, o il consumo privato, o la coltivazione privata della marijuana, come accade in alcuni Paesi, è difficile immaginare che si sviluppi poi un’industria specifica privata o pubblica di grosse dimensioni legata alla produzione e alla diffusione di questo tipo di droga. In Colorado è ora possibile, previa autorizzazione statale, aprire un punto di vendita di marijuana soggetto ad alcune limitazioni specifiche. Era inevitabile che ciò accadesse in poco tempo. Quello che sorprende, a distanza di poco più di 1 anno dall’entrata in vigore della legge di legalizzazione, è il limitato gettito fiscale (ben al di sotto delle aspettative) generato dalla vendita di questa sostanza. Ma non è questo il punto: i probabili benefici, non solo economici, della legalizzazione della marijuana prescindono dall’entità del gettito fiscale derivante dalla sua vendita.

Cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo prodotto di mercato? Continuerà a crescere? Oppure il mercato si attesterà su una stabilità media, uniformandosi a tutti gli altri mercati, soprattutto qualora altri paesi iniziassero a legalizzare la vendita di THC?

Per il momento, il mercato legale di queste sostanze crescerà nella misura in cui ciascuno Stato lo permetterà. Ad oggi, le attività economiche connesse alla marijuana sono ovunque fortemente regolamentate. L’innovazione in questa industria e la diffusione di nuovi prodotti che possano far crescere questo mercato sono limitati ovunque da un’ingombrante presenza statale. Non dobbiamo dimenticare che, per esempio anche negli USA, queste sperimentazioni sono osservate con sospetto e una certa dose di apprensione. Sempre negli USA esiste addirittura un chiaro conflitto, ancora irrisolto, tra leggi federali e leggi statali che di fatto frena uno sviluppo più vigoroso di questo mercato anche negli Stati in cui le attività legate alla produzione e alla distribuzione di alcune droghe leggere sono lecite. È quindi impossibile fare una previsione seria.

Difficile, comunque, immaginare che le cose cambino repentinamente nei prossimi anni, soprattutto se si pensa che il numero degli Stati o Paesi in cui la marijuana è stata resa legale è ancora molto ridotto. Solo se questo numero aumenterà in maniera significativa, si potrà pensare a sviluppi ulteriori. Prima di allora, mi sembra molto improbabile che accada qualcosa di significativo, che sia profondamente diverso da quanto sta già avvenendo. Non dimentichiamo che per questi cambiamenti, che sono innanzitutto culturali, occorrono largo consenso popolare e molto tempo. In America, per esempio, le proibizioni iniziali, che risalgono agli inizi del ‘900, hanno chiare motivazioni razziali. Fu solo nella seconda metà del secolo scorso, quando l’uso e il consumo di marijuana si diffuse anche in ambienti prevalentemente bianchi, che si cominciarono a verificare le prime fasi di legalizzazione.

Quale linea antiproibizionista crede sia migliore per premere sull’acceleratore della crescita economica di un paese: quella di tipo statunitense che permette la vendita e la nascita di una filiera industriale; oppure quella Uruguayana, dove è lo stato a gestire questo mercato; o quella spagnola dove non vi è un mercato ma una mera liberalizzazione di utilizzo e possesso?

Chiaramente, la risposta a questa domanda non può che essere la prima. Tra le tre opzioni, il modello americano è quello che permette nel lungo periodo la maggior crescita di questo mercato, nonostante le restrizioni statali.

La legge Fini-Giovanardi in Italia ha prodotto dei costi diretti e indiretti: dall’aumento dei controlli, all’aumento della vendita e del consumo di sostanze maggiormente pericolose, fino al sovraffollamento delle carceri, con tutti i costi legali per il consumo di cannabis. Tenendo conto anche della forte crisi economica che attanaglia il Paese, quale esempio dovrebbe seguire l’Italia, quello del Colorado, quello della Spagna o quello dell’Uruguay?

Se l’Italia volesse pensare seriamente alla legalizzazione delle droghe leggere, tra cui la marijuana, mi auguro che segua l’esempio statunitense e del Colorado in particolare. Non si tratta, comunque, di una mera questione economica. I problemi economici italiani sono di diversa natura e non sono risolvibili legalizzando un mercato attualmente proibito o soggetto a fortissime restrizioni. È, tuttavia, innanzitutto una questione di civiltà e libertà; per questo vale la pena insistere. Difficilmente, però, credo che le cose cambino nel nostro Paese, almeno nel futuro immediato. Non vedo come la soluzione americana possa essere quella adottata in Italia, nel caso in cui si decidesse di procedere con la legalizzazione di questo tipo di droghe. Molto più probabilmente, si assisterebbe gradualmente ad una depenalizzazione dei reati legati al possesso e al consumo, e solo nel lungo periodo (ma su questo punto sto speculando) ad un graduale sviluppo di un mercato legale completamente amministrato dallo Stato in regime di monopolio. Più verosimilmente, nulla di tutto ciò verrà fatto. La situazione difficile in cui versa il Paese non permette, oggettivamente, sviluppi futuri in questa direzione. È un peccato, ma occorre essere realisti e pragmatici, e per il momento ci sono altre priorità. Inoltre, le inclinazioni politiche del Paese non lasciano molti spiragli per sperare. Mi auguro solo che la voce di coloro che sono favorevoli alla legalizzazione delle droghe leggere continui a farsi sentire, magari in maniera più energetica. Potrebbe accadere l’improbabile.

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