martedì, Giugno 15

Marco Prato, quando il suicidio è annunciato

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Questo suicidio in carcere, per forza di cose, fa ‘notizia’. Non saranno pochi quelli che con una scrollata di spalle liquideranno la vicenda con: ‘Un farabutto di meno’. Quanto al fatto che si tratta di un farabutto, neppure a discuterne. Il detenuto in questione, Marco Prato, assieme a Manuel Foffo, è ritenuto il responsabile di un delitto particolarmente efferato, quello di Luca Varani: un ragazzo ucciso nel marzo del 2016, durante un festino a base di sesso e droga. Prato, detenuto nel carcere di Velletri, vicino Roma, si è tolto la vita alla vigilia dell’udienza del processo. Lo hanno trovato durante il giro di ispezione con un sacchetto di plastica in testa: asfissiato dal gas della bomboletta che aveva in dotazione. La procura di Velletri  procede ora per istigazione al suicidio. L’indagine contro ignoti deve verificare anche se lo stato di detenzione di Prato fosse compatibile con le sue condizioni psicofisiche.

Perché alla fine, è qui la carne del problema. Va molto al di là del singolo caso, di chi sia stato Prato, e cosa abbia commesso. Secondo lo psichiatra dell’Asl che lo aveva in cura, non c’era nessuna volontà suicida. Nella relazione inviata al Dipartimento per l’Amministrazione della Giustizia, si legge: «Visitato con regolarità dallo psichiatra dal 14 febbraio che ha effettuato le visite a cadenza settimanale non solo per il monitoraggio della terapia farmacologica in corso ma anche per colloqui di sostegno. Durante le valutazioni cliniche non sono state riferite intenzionalità anticonservative. Umore riferito come non depresso». L’ultima visita a cui Prato è stato sottoposto risale al 16 giugno scorso. La lettera che il suicida ha lasciato sembra dire altre cose: «Non ce la faccio a reggere l’assedio mediatico che ruota attorno a questa vicenda. Io sono innocente».

Chi scrive non è giudice. Non è mio, il compito di giudicare e di stabilire colpevolezza o innocenza. I fatti, però, sono fatti. Prato aveva già tentato il suicidio. Almeno altre tre volte. Il primo tentativo risale al 2011 quando torna da Parigi in Italia in concomitanza con la fine di una relazione. Un episodio simile si verifica qualche mese dopo, rientrato a Roma. Il terzo tentativo è del marzo 2016, qualche ora dopo l’omicidio di Luca Varani. Il Garante dei detenuti è esplicito: «Il rischio suicidario per Marco Prato nel carcere di Velletri era elevato ed era stato segnalato alle autorità competenti, ma senza risultati. E quindi oggi nessuna sorpresa per un suicidio per molti versi annunciato».

Già nello scorso anno il Garante nazionale era intervenuto perché Prato fosse  riportato nel carcere romano di Regina Coeli: alla luce del fatto, a tutti noto e in particolare all’Amministrazione penitenziaria, che la cosiddetta ‘Articolazione psichiatrica’ dell’Istituto di Velletri è inesistente, e che là una persona che già aveva nel passato tentato il suicidio avrebbe avuto minore assistenza di quella garantita nell’’Istituto romano.

«Nei mesi scorsi», si legge nel documento del Garante, «una sua legittima richiesta di poter essere trasferito a una sezione diversa al fine di svolgere attività è stata il pretesto per un suo nuovo invio da Regina Coeli a Velletri, avendo l’’amministrazione penitenziaria ritenuto che questa richiesta fosse indicativa del fatto che ‘la permanenza in questo Istituto (Regina Coeli) è ormai un fattore a favore del soggetto che gli permette di adattarsi e crearsi un ambiente favorevole’».

Il Garante segnala alla direzione del carcere e al Provveditore regionale dell’Amministrazione penitenziaria il paradosso di questa affermazione che, scrive «di ha di fatto penalizzato il processo di adattamento e di ambientazione all”interno dell’Istituto. Il positivo percorso trattamentale è stato usato come pretesto per il trasferimento in una situazione di peggiori condizioni. Al di là di rassicurazioni informali e generiche, nessuna di queste autorità responsabili ha voluto recedere dalla posizione presa, nonostante l”indicazione dell”inadeguatezza della collocazione a Velletri e del rischio suicidario ancora esistente…In ciò ignorando anche le indicazioni del ministro formulate proprio per ridurre il rischio di suicidio, nonché le indicazioni europee circa il dovere di consultazione del detenuto prima di procedere al suo trasferimento».

Al di là dello specifico caso, destinato inevitabilmente a fare polemica (per qualche giorno almeno), opportunamente il Garante nazionale «osserva con preoccupazione il fatto che si tratti del ventiduesimo suicidio nel 2017 e che le dinamiche di trasferimento da un Istituto all’’altro di persone detenute, spesso di
personalità complessa, continuano ad apparire dettate da mere considerazioni di gestione al di là dell”effettiva possibilità di assicurare continuità terapeutica e trattamentale».

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