Marchini consegna a Renzi la testa di Marino Politica: il punto

La cronistoria dell’ennesima giornata di passione per la Capitale e per il Pd comincia con la notizia, attesa e scontata, delle dimissioni del magistrato Alfonso Sabella dal ruolo di assessore alla Legalità, confermata da lui stesso di fronte alle telecamere di Sky Tg24. Sabella si è detto «avvilito» perché «dover interrompere un percorso di risanamento amministrativo così imponente come quello avviato in questi mesi, per me è una grande sconfitta». Negli stessi minuti dalla sede Dem del Nazareno facevano sapere che tra i due Matteo (Renzi segretario-premier e Orfini presidente-commissario romano) «c’è piena sintonia e unità di intenti su Roma», provando a smentire, senza riuscirci, le voci che danno Matteo 1 infuriato con il (non più) Giovane Turco, giudicato incapace di liberarsi della grana rappresentata da Ignazio Marino.

Nel calderone delle polemiche capitoline si getta anche il M5S con Carla Ruocco la quale non sembra nutrire dubbi sul fatto che «Marino, Renzi, Pd e Orfini su Roma hanno fallito». La Ruocco, insieme ad Alessandro Di Battista, ricorda che la mozione di sfiducia pentastellata contro il ‘marziano’ è pronta da mesi e che il voto dell’aula Giulio Cesare è l’unico mezzo democratico per giudicare l’operato del sindaco. Incurante di questo fuoco di fila -e della conferma dell’indagine per peculato aperta dalla procura di Roma nei suoi confronti- il primo cittadino questa mattina si trovava nel quartiere di Tor Vergata per inaugurare un parco intitolato a Salvador Allende, il presidente cileno che si tolse la vita nel palazzo della Moneda di Santiago durante il colpo di Stato guidato dal generale Augusto Pinochet. «Non mi sento un martire, sono un lottatore sociale che tiene fede al compito che il popolo gli ha dato», ha dichiarato Marino prendendo in prestito, dopo quelle di Che Guevara, le parole del leader cileno morto col Kalashnikov in pugno.

La notizia che Marino sia veramente indagato per la vicenda degli scontrini non lascia, invece, indifferente, il renzianissimo e dimissionario assessore capitolino ai Trasporti Stefano Esposito che, in maniera smaccatamente strumentale, dopo aver letto su ‘Repubblica’ la conferma dell’indagine su Marino, prende atto di aver dato la sua lealtà ad un bugiardo. «Amarezza e rabbia personale», frigna, o finge di farlo, il nemico numero uno dei No Tav, «io, come tutti, ci ho messo la faccia in questa cosa e ho ritenuto il sindaco una persona corretta. Devo prendere atto che siamo di fronte a un bugiardo e non me lo sarei aspettato». Nel caos romano ha gioco facile ad inserirsi a gamba tesa l’Armata Brancaleone rappresentata dalla minoranza Dem che, con Nico Stumpo, chiede a Renzi di convocare la direzione del Pd «per discutere e decidere sul caso Roma». «Vista la situazione di continuo stallo», attacca Stumpo, «serve una presa di posizione forte e autorevole da portare alla discussione degli organismi dirigenti».

In tarda mattinata, però, non meglio identificate fonti Pd fanno sapere che ‘a via del Tritone, nella sede dei gruppi consiliari del Campidoglio, 25 consiglieri capitolini depositeranno le proprie dimissioni contestuali a un notaio’. È questo l’atto, anche se non è un colpo di scena, che chiude ufficialmente l’esperienza mariniana in Campidoglio. Comune sciolto e sindaco decaduto. Oltre ai ‘marchiniani’, appongono la loro firma sulla condanna alla morte politica del chirurgo anche le altre (presunte) opposizioni di destra alfaniane e fittiane (3 consiglieri in tutto). La notizia raggiunge l’ancora sindaco all’Auditorium durante un impegno (l’ultimo?) istituzionale. Della sua reazione inebetita si è già detto.

La figuraccia mondiale a cui rischia di andare incontro il partitone renziano la riassume in modo esauriente il grillino Roberto Fico. «A cosa si è ridotto il Pd. Per sfiduciare un proprio sindaco si affannano in queste ore a convincere almeno sei consiglieri di altri schieramenti a rassegnare le dimissioni», dice il presidente M5S della Vigilanza Rai, «per lo scioglimento automatico del consiglio comunale servono infatti numeri che il partito di Renzi non ha. Ed è così iniziata la ricerca tra fittiani, esponenti di Ncd e del centro democratico. Tutto pur di non assumersi le proprie responsabilità passando per un confronto in Aula e pur di non firmare la mozione di sfiducia già depositata dal M5S. Sono alla frutta». E il suo collega pentastellato Luigi Di Maio parla di «Capitale in ostaggio delle faide interne al Pd», individua Renzi nelle vesti di presidente del Consiglio come «principale responsabile di questo disastro» e pretende una sua spiegazione in Parlamento. Più facile che rubare una caramella ad un bambino, a questo punto, anche per il berlusconiano Renato Brunetta condannare la «tragica farsa» e il «fallimento del Pd, di Renzi, di Orfini e di Marino».