domenica, Maggio 9

Maradona: il miracolo contemporaneo Maradona è una figura profondamente politica nella sua compassione. La compassione è sentirsi-con-l'altro, condividere la propria passione, è compagnia, parità, legame profondo. Un uomo il cui rapporto speciale con il divino ci ha permesso di essere contemporanei dei miracoli

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Buenos Aires, Argentina – Cosa si può dire? La verità è che ho resistito finché ho potuto al tentativo di tradurre in parole Diego Armando Maradona, di intellettualizzare la sua vita, la sua luce e la sua morte.
Infatti, quando ho saputo la notizia sono stata colta da un silenzio che è durato diverse ore, durante tutta la giornata lavorativa, e al ritorno a casa in bicicletta, attraversando il mio quartiere (Constitución, che è nella capitale, ma ha un’anima suburbana, un’anima napoletana ) in uno stato di ebollizione, festa furiosa di ‘lumpenaje’, vertice mondiale di travestiti, puttane, cartoneros, senzatetto, senza maglietta. Un amalgama di litigi, baci, cumbia, alcol, fuochi d’artificio, sudore e grida: ‘Vamo Diegooo’.
Dovevo andare al mercato, ma non avevo il coraggio di calpestare la strada, la sua strada, commettere eresia. Per loro, il lutto collettivo, incoraggiarsi a vicenda, scaricare. Per me, il divino, il mistero, la riverenza. Le due facce del sacro, fino in fondo.

Invece di uscire, quindi, mi sono dedicata a vagare attraverso la timeline di Twitter, incapace di dire nulla; incapace di sciogliermi finalmente. Mi piaceva quella cosa da strada di appendere poster -le foto preferite- e dire cose eleganti in 280 caratteri, come striscioni improvvisati. Potevo quasi sentire l’odore del choripan su quel viale virtuale.
Alcuni resoconti portavano le copertine dei giornali di tutto il mondo, altri portavano aneddoti, altri raccontavano quello che accadeva per le strade, nei diversi altari ad hoc: Segurola e L’Avana, gli stadi di calcio, la Plaza de Mayo, l’obelisco. Ma anche in India, in Irlanda, in Messico. Proposte cittadine per cambiare nome a viali, centri culturali, qualsiasi riferimento urbano. Ogni monolite era un potenziale monumento. Anche alcuni utenti che avevano lasciato Twitter sono tornati sulla piattaforma per sentirsi parte dell’abbraccio collettivo; per soffrire in compagnia, per sciogliersi nel magma dell’identità. Prima di sapere che eravamo orfani, ci siamo sentiti fratelli.

Diego Armando Maradona è stato un ottimo calciatore, ma soprattutto un’ottima persona. Generoso, solidale, sensibile, insolente e seducente, conosciamo tutti la sua storia dal villaggio alla celebrità, ma non tutti possono vedere il suo cuore gigantesco. E questo non per un ‘chiaroscuro’ o qualche stronzata moralizzante, ma perchéla nostra proiezione si riflette meglio sulle superfici lucide dei nostri idoli. In altre parole, quello che vedi in Diego è quello che neghi di te stesso, non giriamoci attorno!

Così come un Presidente europeo può approfittare dell’opportunità per sferrare un colpo demagogico gratuito, osando insultare le amicizie più preziose del nostro Diego, anche noi possiamo trarne vantaggio e costruirci uno sguardo più compassionevole attraverso il suo sguardo riflesso. Perché, in effetti, l’unica ‘consegna’ di Maradona era con la gente, con la palla, che è lo stesso; in quel mondo tondo entra l’infinità della sua passione. Si è consegnato all’amore popolare che ha imparato dai suoi genitori, poi ha lasciato in eredità alle sue figlie e ha camminato attraverso la vita. Se ci è stato offerto per rifletterci, non possiamo non onorarlo amandoci l’un l’altro e noi stessi.

La lezione di questo prescelto non differisce da quella degli altri prescelti nel corso della storia. E, come loro,Maradona è una figura profondamente politica. Salvare la compassione come valore e soppiantarla all’empatia neoliberista ha a che fare con l’eliminazione del suo significato volgare che implica una presunta asimmetria, una superiorità (la compassione non è la stessa cosa della misericordia o della magnanimità).
La compassione è sentirsi-con-l’altro, condividere la propria passione, è compagnia, parità, legame profondo. Non significa riflettere le sensazioni dell’altro come un automa, come un camaleonte emotivo (i più empatici sono gli psicopatici).

Lo sguardo compassionevole significa vedere noi stessi nell’altro, vedere l’altro in noi stessi, accogliere tutta la complessità di un essere umano alternativo e consentire la stessa operazione al contrario. Lasciarsi vedere.Accettarsi. Essere sinceri, senza giudicare o disapprovare, sapendo che tutti facciamo del nostro meglio. Facciamo solo del nostro meglio. Disprezzare questa fragilità significa trascurare la nostra stessa bellezza. Vedere solo i suoi difetti in Maradona presuppone uno sguardo crudele del Super-Io su se stessi.

Questa distinzione tra compassione ed empatia è anche una lezione politica, perché la politica non è fatta delle intenzioni o del contenuto morale dei militanti, ma della loro comune ideologia; la giustizia sociale non è un compendio dibrave persone’, ma di giusti, cioè di coloro che mantengono la rotta con il corpo, anche contro le tempeste della propria debolezza. In altre parole, essere dalla parte giusta della Storia non ti rende automaticamente una brava persona, e Maradona era un faro in questo, in piedi accanto a leader popolari, in piedi di fronte ai potenti, in piedi a tifare i suoi compagni di squadra, volare con la palla. In ginocchio, solo davanti ai bambini. Lafelicità del popolocome una bandiera, anche se ha lasciato i brandelli della sua vita sulla strada. E il ragazzo l’ha fatto.

Per questo l’ecumenismo dei clubes (camicie opposte sciolte dal dolore, cassetto ricoperto di tutti i colori) come foto politica è un miraggio o un’arma a doppio taglio. È dove si uniscono le voci del consenso e del dialogo che ci sentiamo più sfidati a difendere il conflitto, l’insolenza, lo stoicismo del non tacere, del non cedere, del non abbassare lo sguardo o le bandiere. La politica fiorisce nel conflitto, non nel suo annullamento. Diego non è una scorciatoia per colmare la polarizzazione, e, infatti, gli anti-peronisti più accaniti sono anti-maradoniani con la stessa intensità.

Questa lacuna è, anzitutto, estetica: apprezzare il suo corpo puro, ‘parente’ della danza (era un grande ballerino) e della poesia (aquilone cosmico) è concomitante con l’apprezzamento delle sue enormi qualità umane, della sua infallibile bussola intuitiva a favore degli umili, la trasparenza del suo sorriso in telecamera, la luminosità della sua lingua tagliente, la precisione e la gloria.
Non c’è niente di borghese in Diego Maradona, cioè, niente di volgare; e quel rigore estetico, la disciplina con cui si è dedicato a non voler appartenere alla classe che lo odia, a non adottarne i codici ai suoi gusti o alle sue forme, è una delle sue più alte conquiste.

Lo hanno chiamato semidio, eroe, leggenda: per me Diego è un santo popolare, con le sue immagini, i rituali, gli altari, le preghiere e gli amuleti. Un uomo il cui rapporto speciale con il divino ci ha permesso di essere contemporanei dei miracoli, di vederli con i nostri occhi e di lasciarci attraversare dall’ineffabile. 

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Sull'autore

Sociologa all'Università di Buenos Aires, professore di Scienze economiche e politiche della Facoltà di Design e Comunicazione dell'Università di Palermo (Buenos Aires), e analista politico collaboratrice di molte testate, tra le quali ‘Le Monde Diplomatique’ e ‘Clarín’

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