sabato, Aprile 17

Mar Nero, nostrum ma di chi? Russia e NATO in rotta di collisione, e comunque col rischio di provocarla anche incidentalmente, in un’area che vede la Turchia in bilico tra i due contendenti

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Capita non di rado di sentire rimpiangere il buon tempo antico. Quando, per dire, in Italia la scelta tra DC e PC non poneva particolari problemi e la lotta tra i due antagonisti, politicamente a coltello, si concluse senza morti né feriti e semmai col sostanziale decesso di entrambi, quasi sfiniti per la lunga fatica.

O quando, nel mondo o quanto meno in Europa, la ‘guerra fredda’ tra Est e Ovest minacciava di sfociare in esiti terrificanti che i contendenti, vinti e vincitori finali, ebbero però il merito di scongiurare, aiutati se si vuole da un po’ di fortuna, gestendo comunque l’epica prova con un minimo di ritegno e responsabilità.

E’ vero che a dividerli c’era la ‘cortina di ferro’, famigerata ma per un certo aspetto salutare, e che non copriva però l’intera fascia di contatto tra i due opposti campi o blocchi. Nel nord del vecchio continente e nell’entroterra dei Balcani la presenza di Stati neutrali o ‘non allineati’ per un verso complicava la situazione ma per un altro attutiva la contrapposizione.

Non così, invece, in un’area storicamente nevralgica e critica come il Mar Nero, per secoli al centro del confronto per lo più conflittuale tra Russia zarista e Impero ottomano, non senza il coinvolgimento di altre potenze più o meno grandi. Culminato, a metà dell’800, nella guerra di Crimea, che vide Inghilterra e Francia, con il non disinteressato apporto del piccolo Regno sabaudo, soccorrere la Turchia attaccando con successo la Russia per impedirle l’agognato accesso ai ‘mari caldi’, attraverso il Bosforo e i Dardanelli, nonché la penetrazione nei Balcani.

Il Mar Nero venne quindi neutralizzato e le sue coste smilitarizzate, e il libero accesso per tutti dal Mare Egeo rimase pacifico fino alla prima guerra mondiale, quando il problema si riacutizzò ma ritrovò poi un’ancor più duratura soluzione grazie alla nascita della nuova Turchia di Kemal Ataturk, laica e non più imperiale, e all’isolamento della Russia bolscevica nata dalla rivoluzione.

In base alla Convenzione di Montreux (1936), uno dei più importanti trattati di politica internazionale degli ultimi due secoli, il controllo esclusivo degli Stretti venne affidato alla stessa Turchia, obbligata a consentire il libero transito in entrambi i sensi delle navi mercantili di qualsiasi Paese e anche di quelle militari salvo che in tempo di guerra. E comunque incaricata di far rispettare alcuni limiti di numero, tonnellaggio e permanenza nel Mar Nero di navi non appartenenti ai Paesi suoi rivieraschi.

Ma toccò ben presto alla seconda guerra mondiale, con i suoi immediati seguiti, ricreare una situazione regionale oltremodo pericolosa. Sotto il dominio sovietico diretto o indiretto passarono tutte le coste salvo quella turca, mentre la multiforme pressione di Mosca su Ankara costituiva una delle cause principali dello scoppio della guerra fredda con conseguente inclusione della Turchia nell’Alleanza atlantica. Come membro di frontiera, certo, ma anche come uno dei maggiori pilastri della NATO innanzitutto sotto il profilo militare.

Ciò nonostante, e malgrado una certa instabilità interna, Ankara riuscì a conciliare un simile ruolo con un rapporto sostanzialmente di buon vicinato con Mosca, non privo di contenuti cooperativi, che naturalmente si consolidò con la fine della contesa Est-Ovest, la dissoluzione del ‘campo socialista’ e il crollo dell’URSS.

In compenso, l’assetto regionale divenne a questo punto più complesso e problematico a causa della compresenza sulle coste del Mar Nero di Stati (Romania e Bulgaria) non più ‘satelliti’ di Mosca bensì indipendenti non solo formalmente, e per di più ammessi col tempo nella NATO oltre che nella Comunità e poi Unione europea, nonché di tre repubbliche ex sovietiche (Moldavia, Ucraina e Georgia) in bilico tra i residui legami con Mosca e annessa aspirazione russa a conservarvi la propria influenza, da una parte, e l’attrazione delle associazioni occidentali dall’altra.

Proprio da quest’ultima componente del quadro sono scaturiti i sussulti che hanno trasformato l’antico Ponto eusino dei romani in un’area di crisi aperta, via via più aspra e con ripercussioni a largo raggio, al punto da riproporre l’immagine di una nuova ‘guerra fredda’ ormai in atto e con non pochi tratti in comune con quella archiviata trent’anni fa.

La prima a cimentarsi in un sia pur breve quanto impari scontro armato con la Russia è stata, nel 2008, la Georgia, costretta a rinviare a miglior tempo un’eventuale adesione rinuncia alla NATO. Ben più grave l’esplosione, nel 2013-14, della crisi ucraina, con l’appropriazione di forza della Crimea (che peraltro già ospitava contrattualmente una base navale russa a Sebastopoli, epicentro del vecchio conflitto sopra menzionato) da parte di Mosca in risposta alla rivoluzione antirussa a Kiev, e la sottrazione ancor più di forza all’Ucraina di due province orientali ad opera di ribelli appoggiati anche militarmente, in modo a malapena coperto, da Mosca.

Le sanzioni punitive inflitte alla Russia dallo schieramento occidentale hanno contribuito ad isolare e in qualche misura congelare il conflitto ‘ibrido’ comunque protrattosi per tutti questi anni nel cosiddetto Donbass, ma anche ad inasprire ed estendere le tensioni e varie forme anche inedite di ostilità tra gli stessi vecchi protagonisti della guerra fredda.

Il tutto, naturalmente, col concorso del fermo rifiuto occidentale, condiviso da una schiacciante maggioranza mondiale, Cina compresa, di riconoscere le due amputazioni territoriali dell’Ucraina. Scontratosi però con l’altrettanto fermo proposito russo di considerare non trattabile e definitiva quanto meno l’annessione della Crimea (abitata, va ricordato, da una maggioranza russa) con tutte le sue implicazioni e ripercussioni, decisamente pesanti per la situazione e lo stesso assetto del Mar Nero.  

Si presenta insolubile, innanzitutto, il problema delle acque territoriali. La loro ripartizione, già complessa a causa delle limitate dimensioni dell’intero bacino, viene resa ovviamente proibitiva dalla controversa modifica dei confini, lungo le coste ucraine e russe come del resto anche quella georgiana. Finora il problema è rimasto più che altro sulla carta non avendo sollevato particolari contrasti, ma esiste ed è potenzialmente preoccupante.

E’ invece già sul tappeto quello vitale della libera navigazione, reso allarmante da quanto è accaduto alla fine dello scorso novembre, allorchè guardiacoste russi hanno attaccato tre piccole unità della marina ucraina che tentavano di attraversare, senza chiedere permessi, lo stretto di Kerch che divide la Crimea dalla Russia meridionale e collega il Mar Nero al piccolo Mare di Azov, russo sul lato orientale e ucraino su quello settentrionale.

Le tre navi sono state sequestrate e i loro equipaggi incarcerati e processati dopo aver subito un paio di vittime, lasciando finora senza risposta le ripetute e più o meno perentorie richieste di Kiev e di altri governi occidentali di rilasciare gli uomini e restituire i battelli. In compenso Mosca assicura a tutti che l’accesso al Mare di Azov è libero purchè si rispettino le regole fissate unilateralmente dalle autorità russe e che Kiev, innanzitutto, respinge per motivi di principio.

A Mosca si sospetta, forse non senza qualche fondamento, che si sia in realtà trattato di una deliberata provocazione ucraina per mettere la Russia platealmente di fronte alle sue responsabilità e riscuotere la piena ed attiva solidarietà dei propri amici, ai fini, al limite, di una collettiva resa dei conti con il comune avversario. Sempre al Cremlino e dintorni non manca, d’altronde, neppure il timore di un attentato al grande ponte appena costruito, con altrettanto grandi spese, per collegare la Crimea alla terraferma russa attraversando proprio lo stretto di Kerch.

Kiev, dal canto suo, non mira verosimilmente soltanto a vincere, se possibile, l’intera partita con Mosca. Deve altresì difendere propri concreti interessi, meno ambiziosi ma resi pressanti dalle serie difficoltà economiche nazionali. La parziale chiusura del Mare di Azov, infatti, ha gravemente danneggiato i due porti ucraini di Mariupol e Berdjansk (già sotto la vicina minaccia militare dei filorussi del Donbass) che hanno visto crollare negli anni scorsi traffici e produzione con una perdita stimata in alcune decine di milioni di dollari.

E’ comunque l’intera partita con Mosca, coinvolgente lo schieramento occidentale nel suo complesso per quanto riguarda l’intera area del Mar Nero, che vede oggi l’Ucraina e i suoi amici gravemente indeboliti da una modifica di prima grandezza del quadro geopolitico in cui si svolge. Dalla spettacolare svolta, cioè, tra Turchia e Russia che rende la prima attualmente più vicina alla seconda, in termini non solo politici, che non ai vecchi alleati, con gli USA in testa, essenzialmente per effetto del fallito colpo di Stato contro Recep Tayyip Erdogan piuttosto che per motivi di politica estera, conflitto in Siria incluso.

Ankara rimane ancora, e chissà se per poco o per molto, membro della NATO, ma scatena le ire di Washington rifornendosi a Mosca di missili tra i più temibili oltre che di petrolio, gas naturale e assistenza per dotarsi di una centrale nucleare. In Siria e nel Medio Oriente in generale la Turchia collabora con Russia e Iran nella pur ardua gestione di un nuovo ordine regionale sostitutiva della funzione svolta fino a ieri dagli Stati Uniti, benché ciò sembri accadere con il beneplacito della Casa bianca.

Nel Mar Nero unità turche partecipano a manovre navali comuni con quelle russe, e ciò mentre Mosca inscena vistose esibizioni di forza sperimentando nuovi armamenti di ogni tipo. Il tutto, certo, in reazione alla crescente cooperazione militare della NATO con Ucraina e Georgia accompagnata dalla ribadita intenzione dei due governi di aderire all’alleanza occidentale. Ma comunque col risultato di prospettare per il Mar Nero un futuro condominio russo-turco, tale da rovesciare un plurisecolare modello storico.

Ne consegue l’obbligo per la NATO di controreagire a sua volta, se non altro per non screditare i concreti impegni assunti e portati avanti con Kiev e Tbilisi compresa la porta aperta ad una futura ammissione dei due Paesi nell’alleanza. Di qui la decisione dei ministri degli Esteri dell’alleanza, riuniti nei giorni scorsi a Washington anche per celebrare il suo settantesimo compleanno, di replicare a quella che il segretario generale Jens Stoltenberg ha definito il ‘comportamento aggressivo’ della Russia con un programma di rafforzamento della presenza e delle attività militari della NATO nel Mar Nero, in collaborazione naturalmente con Ucraina e Georgia e allo scopo di meglio proteggere entrambe dall’ostilità russa.

Si vedrà nei prossimi mesi che cosa comporterà più specificamente tale programma, sostenuto finora, tra l’altro, con particolare fervore dalla Romania e con minore slancio dalla Bulgaria, e se nell’escalation che si profila nella sfida con Mosca si sapranno evitare incidenti e imprevisti sempre dietro l’angolo in casi del genere anche in assenza di intenti provocatori. Che nella fattispecie, tuttavia, non si possono sfortunatamente escludere a priori da nessuna parte in causa.

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