domenica, Maggio 16

Mar Cinese, gli scontri politici minacciano la sicurezza Le dispute territoriali nel Mar cinese e le conseguenze sulla sicurezza marittima, ne parliamo con Francesco Tosato Analista Affari Militari del CESI

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Il controllo sulle rotte che attraversano il Mar Cinese Meridionale, ancor più dei giacimenti sotto i suoi fondali, è la vera fonte di potere in grado di garantire sicurezza, prosperità e stabilità interna alla Cina. Quanto però un basso livello di sicurezza nel Mare Cinese, può andare ad intaccare la stabilità interna del Paese?

Il fatto che la Cina stia rivendicando in maniera così forte la gran parte del Mar Cinese meridionale e stia procedendo a militarizzarlo, è dovuto alla necessità della Cina di uscire dalla percezione di un contenimento da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati, quindi soprattutto Giappone e Corea del Sud, all’interno della prima linea di isole che circonda la fascia costiera cinese. Quello che i cinesi stanno cercando di fare, è di mettere in sicurezza le proprie linee di comunicazione verso il Pacifico e poi ovviamente verso Malacca. Per cui è chiaro che attualmente è in corso da questo punto di vista una competizione soprattutto con gli Stati Uniti. Questo l’abbiamo visto non più tardi di tre settimane fa, quando un cacciatorpediniere americano, intorno alla metà di gennaio, si è avvicinato troppo ad uno degli atolli contesi del Mar Cinese meridionale e la Cina ha espresso una vibrante protesta per quella che considera una violazione della propria sovranità. Conseguentemente è chiaro che l’interesse cinese è quello di riuscire a guadagnare gli accessi allo stretto di Malacca e l’Oceano Pacifico, quindi uscire dalla prima e dalle seconda catena di isole che la circondano in assoluta tranquillità  e senza la possibilità che i Paesi limitrofi possano in qualche modo bloccare i traffici commerciali o i movimenti della flotta militare cinese. Conseguentemente la possibilità di ottenere questo risultato è in cima alla lista degli interessi cinesi.

In seguito all’episodio della petroliera iraniana, ci sono le condizioni affinché le autorità cinesi, il Ministero dei Trasporti di Cina, il Giappone e Corea del Sud convochino un incontro post-intervento su Sanchi, per discutere sulle lezioni apprese e su come prevenire una ripetizione dell’evento in futuro?

Da questo punto di vista le relazioni tra Corea del Sud, Giappone e Cina relativamente agli aspetti di safety e di security marittima, sono fortemente legati alle dispute territoriali, per cui non è pensabile adesso un miglioramento sostanziale di quelle che sono le condizioni di cooperazione tra questi Paesi, in particolare tra Giappone e Cina. Come si è visto nelle scorse settimane, il Mar Cinese meridionale sta ormai diventando una fortezza cinese.

Lo scontro politico nel Mar cinese tra Cina, Giappone e corea del sud, incide sulla mancanza di sicurezza? Come?

Incide per forza perché le autorità sia politiche e poi anche le autorità tecniche, quindi le guardie costiere piuttosto che marine, anziché essere mosse da uno spirito collaborativo, sono mosse da uno spirito competitivo. Conseguentemente tutto ciò comporta il rischio di incidenti dal punto di vista militare e anche genera delle tensioni relativamente a chi deve andare ad operare per garantire la sicurezza di aree specifiche. Pensiamo per esempio alle problematiche esistenti relative alle lotte di pescherecci cinesi che violano, secondo i vietnamiti le loro acque territoriali, e al fatto che le guardie costiere dei due Paesi si confrontino in maniera assolutamente non amichevole. Quindi è anche un intervento ipotizzabile in un contesto di safety, se fosse fatto da un’unità vietnamita a favore di un peschereccio cinese potrebbe essere male interpretato. Anche nel caso della sicurezza relativa al trasporto merci si può dire la stessa cosa. Un intervento di una nave della guardia costiera vietnamita rispetto ad un’avaria o difficoltà di una nave cinese nell’area può essere male interpretato, relativamente al fatto che la Cina potrebbe ritenere che quell’intervento debba essere fatto dalle unità della guardia costiera cinese.

Cosa oggi concretamente si dovrebbe fare per inalzare il livello di sicurezza e cosa si può fare di concreto ?

Può essere sicuramente studiato un meccanismo di deconfliction tra i vari attori operanti nell’area per garantire che in casi di emergenza, come una nave in condizioni di avaria o difficoltà, la possibilità di operare in maniera coordinata evitando l’emergere di tensioni legate alle rivendicazioni territoriali. Certo è che, dato che ormai le isole artificiali cinesi sono quasi operative, e li molto probabilmente saranno basate unità della marina e della guardia costiera cinese, la Cina cercherà di organizzare questi punti di ancoraggio proprio per allargare la sua influenza anche da un punto di vista della safety e quindi dell’area di ricerche soccorso. Anche questo è un modo per manifestare la propria sovranità nell’area. Conseguentemente tutto ciò permette ai cinesi di allargare la propria influenza  e di mettere in difficoltà gli altri Paesi nel poter esercitare un controllo o un supporto in missioni di soccorso. Quindi non è in questo momento facilmente prevedibile come possono essere creati dei meccanismi comuni di soccorso in quell’area, è più probabile che la Cina sia interessata a fornire in toto il sistema di soccorso proprio come forma di dimostrazione della sua sovranità.

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