venerdì, Ottobre 22

Manovra e dintorni Tra manovre e tfr, articolo 18, spot, tweet e assoli televisivi

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Renzi, come al solito, enfatizza. Nel suo mondo virtuale fatto di slide, spot, tweet e assoli televisivi definisce la manovra “impressionante anche per l’Europa” mentre per l’Italia rappresenta, “la più grande riduzione delle tasse mai vista”. Non ha dubbi, il premier e segretario del Partito democratico, nemmeno sul segno della legge di stabilità: “E’ di sinistra”, afferma rivolgendosi alla Cgil e alla minoranza del Pd che lo contestano. Poi disegna un paese che metterà fine al precariato e alla disoccupazione e dice a Confindustria, mai prima d’ora così entusiasta di un primo ministro e del governo: “Aboliamo l’articolo 18, vi togliamo l’Irap e vi diamo gli sgravi fiscali sui nuovi contratti. Ora non avete più alibi per non assumere”.

L’Italia è una Repubblica fondata… sull’impresa.

Benvenuti a Italialand. Il futuro vi appartiene. E’ “adesso”. “Passo dopo passo” stiamo “cambiando verso” al Paese. Mettiamo via vecchi arnesi della democrazia come le Province, il Senato, la rappresentanza parlamentare. Riscriviamo lo Statuto dei lavoratori. E già che ci siamo anche la Costituzione. Che già da oggi non è più una Repubblica fondata sul lavoro, come recitava l’articolo 1, ma sull’impresa.

Ma l’Italia reale forse non è ancora sufficientemente allineata col nuovo corso del premier e del suo nuovo partito pigliatutto: il PDR (Partito di Renzi). I famosi “mercati” non lo premiano. La Borsa torna a crollare e lo spread a impennarsi. E in Emilia-Romagna oggi, al primo sciopero regionale indetto dalla Cgil in vista della manifestazione nazionale del 25 ottobre, i lavoratori hanno riempito Piazza Maggiore a Bologna e fatto registrare percentuali di adesione nelle grandi fabbriche della regione come da tempo non accadeva.

Manovra da ultima spiaggia, soldi per tutti come con la Dc.

In generale la manovra da 36 miliardi disegnata da Renzi e forse da Padoan (gli altri ministri, poverini, fino all’ultimo non ne sapevano mezza) appare a prima vista come una sorta di ultima spiaggia: della serie “o la va o la spacca”. Nel merito, invece, l’impressione è che, come ai tempi d’oro della Dc, si sia voluto accontentare un po’ tutti. Soldi per le imprese e per i neo-assunti, per le famiglie e per la scuola, per le partite Iva e per i disoccupati, per Roma capitale e per la Milano dell’Expo.

Da una parte i “regali”, dall’altra lacrime e sangue

Ma nell’altra faccia della medaglia ci sono parecchie incognite: sulle risorse necessarie, la sostenibilità, i diritti. In particolare, 15 miliardi di minori spese per la spending review suonano non solo come un azzardo, ma come campane a morto per le Autonomie locali. Altri 6 miliardi di tagli ai bilanci di Regione, Comuni e Province (sì, anche le Province ci sono ancora, nonostante le slide di Renzi), già spolpati da 5 anni di minori trasferimenti, significano una stangata pazzesca ai servizi per i cittadini, al welfare e, forse, alla Sanità, che è la vera gallina dalle uova d’oro che si vuole spiumare. E significano anche, probabilmente, come lo stesso Padoan ha ammesso, un aumento consistente delle varie tasse e addizionali locali. Ergo, il governo farà pagare buona parte del famoso “bonus” da 80 euro per i redditi medio-bassi e dei “regali” alle imprese con i proventi del taglio dei servizi sostenuti da Regioni, Province e Comuni. O meglio, con i sacrifici e i soldi dei cittadini di quelle Autonomie locali.

L’abolizione dell’articolo 18? Un pretesto per liquidare la vecchia sinistra.

Due ultime considerazioni sui diritti. L’abolizione dell’articolo 18, come tutti ormai hanno capito, non c’entra niente con la crescita e con gli investimenti delle imprese straniere in Italia. L’americana Philips Morris ha deciso di costruisce una nuova fabbrica a Crespellano (Bologna) e di assumere 600 lavoratori con l’articolo 18 in vigore. Le tedesche Lamborghini e Ducati hanno continuato ad assumere a tempo indeterminato con l’articolo 18. La sua cancellazione, come ha giustamente osservato la Camusso, è “lo scalpo” che Renzi vuol portare all’Europa dei banchieri. Ma è anche, probabilmente, l’arma con cui Renzi vuole liberarsi proprio della Camusso e della vecchia sinistra “comunista” per fare del “suo” Pd il Partito della Nazione: ovvero un grande partito di centro pigliatutto, come lo fu la Dc dei tempi d’oro. Nel merito, abolire la norma che vieta i licenziamenti senza giusta causa significa rinunciare a una conquista di civiltà da parte dei lavoratori, per consentire ai moderni imprenditori di tornare a mettere, come ha scritto Eugenio Scalfari, “le belle braghe bianche” dei vecchi padroni che licenziavano come e quando volevano.

E dietro il Tfr in busta paga c’è la fregatura.

Infine il Tfr in busta paga. Fallito il tentativo di farlo passare come un altro regalo del premier ai lavoratori e stabilito che quello è “salario differito”, ovvero sono soldi loro, Renzi ha insistito per consentire ai lavoratori che lo vorranno di ricevere già nello stipendio di gennaio la quota mensile di Tfr. Ma se è sacrosanto e perciò condivisibile il principio della volontarietà della scelta, non si capisce perché a rimetterci devono comunque essere, anche in questo caso, i lavoratori. Sì, perché per non penalizzare le imprese (che già usano i soldi dei lavoratori per finanziarsi a costo zero), l’erogazione avverrà sotto forma di prestito a basso tasso delle banche garantito da uno stanziamento del governo a favore dell’Inps. Le imprese dunque continueranno a usare il Tfr per i loro investimenti, le banche si prenderanno la loro quota di interessi e lo Stato – buon per lui – incasserà un bel gruzzolo (si stima da 1,7 a 4-5 miliardi a seconda del numero di adesioni) dalla tassazione del Tfr in busta paga. I lavoratori, invece, per avere l’uovo in più oggi (circa 100 euro di Tfr in busta) dovranno pagare più tasse (l’anticipo sarà tassato con l’aliquota marginale Irpef, quindi sarà sconveniente rispetto all’11% agevolato attuale) e rinunciare alla gallina domani (la liquidazione). Con i tempi che corrono, non sembra proprio un grande affare. E men che meno un buon esempio.

 

 

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