sabato, Ottobre 23

Mango e Baudo: quando Sanremo era ancora bel canto Ricordando Mango, in attesa di Pippo Baudo a Sanremo nel 2017

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Il 7 dicembre 2014 è stato uno dei giorni più dolorosi della mia esistenza. L’Immacolata stava richiamando a sé uno dei suoi Figli più belli. Voleva un coro d’angeli in una voce sola, accanto per l’Eternità, a cominciare proprio dal giorno della Sua Festa. E sottrarre così quel canto delicato alla bruttezza sordida di un mondo in declino, per restituirlo a tutto il Bello che l’aveva partorito, elevandolo alla Gloria Celeste.
Se ne andava improvvisamente -fra lo sgomento di tutti- con il miglior addio possibile su questo pianeta per un musicista puro, quello sul palco, mentre intonava ‘Oro‘, il brano con cui ha inaugurato e concluso la sua straordinaria parabola artistica e umana, Pino Mango.

Policoro, in Basilicata (quella Basilicata che per lui è sempre stato ‘un sano principio’, come soleva spesso dire) la cornice della sua partenza per un mondo migliore, in cui dar vita infinita a quel suono melodioso e incessantemente, sempre teso a celebrare l’Immenso. A cantare, a suo modo, di Dio.
Con una religiosità che si fa comunicazione intima con la parte più profonda e delicata di sé: quel frammento di Universo in virtù del quale trovano compimento le parole delle Sacre Scritture. Siamo tutti, in fondo, fatti aImmagine e Somiglianza del Padre Eterno‘.

Mango l’ha capito. Anzi, o meglio, l’ha sempre saputo. E ha vissuto costantemente alla luce di tale, fondamentale consapevolezza. Quel timbro così particolare, ricercato e unico nella molteplicità infinita di possibilità espressive, dall’estensione sorprendente e i colori vivaci e delicati, quasi seta sul pentagramma, era infatti un dono che l’usignolo di Lagonegro  -il paese natìo, specchio della cultura delle radici che l’artista lucano ha sempre difeso con strenua coerenza- ha coltivato amorevolmente con cura certosina quotidiana. In ogni singolo istante del proprio percorso.

Una voce che è già di per sé poesia, musica, canzone senza confini. E che non è passata, seppur con mille difficoltà iniziali, inosservata al grande pubblico, grazie all’intuito dei capaci Alberto Salerno, Mara Maionchi e Giulio Rapetti, in arte Mogol.
Anche se ritengo -ed è credenza fondata, comune a molti- che Mango avrebbe certamente meritato di più, in termini di critica e pubblico.

Il mondo dei media, specie negli ultimi anni, ha mostrato un’attenzione non consona allo spessore di questo gigante dell’innovazione sonora, della sperimentazione di note e testi propriamente detta perché, secondo lui, ‘la parola è uno sposalizio con la musica’. E ha avuto ragione. La sua intera produzione discografica lo conferma in toto.

Ancora oggi, in Italia ma anche raramente all’estero, salvo fortuiti episodi, alcuno degli artisti viventi e degli emergenti degli ultimi periodi ha mostrato segni di una tal presa di coscienza in campo artistico, raggiungendo vette altrettanto inarrivabili di romanticismo e profumo d’emozione autentica, quali quelle centrate appieno dal caro Pino.

Tra pochi giorni sarà di nuovo Sanremo. E, in primis, mi dolgo di non poter avere il piacere di rivedere Pippo Baudo gran cerimoniere di quel palco ambito: in occasione dei suoi 80 anni il prossimo giugno, spero che la Rai abbia rispetto e riguardo di un professionista stimato e assoluto che più volte  -negli ultimi due anni- ha dichiarato apertamente a livello mediatico di non voler morire senza aver condotto ancora un’edizione del Festival. Bisogna arrivare a tanto, Dirigenti di Viale Mazzini, per avere considerazione da Voi? Affidategli Sanremo 2017, e avrete fatto la cosa migliore per tutti.

I farisei esistono ancora: hanno preso vita, dalle pagine antiche dei Vangeli, per incarnarsi malamente nella ‘modernità’ e arrivare sino a qui. Il Servizio Pubblico si vergogni di cotanta indifferenza verso chi, come Giuseppe Baudo, gli ha fatto da padre per oltre mezzo secolo, con programmi di successo e idee innovative che hanno scritto indelebilmente pagine fondamentali della storia della tv nostrana.

A Baudo va riconosciuto, musicalmente, un pregio: l’aver sempre voluto Pino Mango, per quanto tecnicamente possibile, protagonista dei suoi Festival. A tal fine, voglio ricordarne due: l’edizione del 1995, ove Pino cantò l’avvolgente ‘Dove Vai‘.

E, in particolar modo, il suo ultimo Festival, nel 2007. In quel frangente emozionò tutti con ‘Chissà se nevica‘, perla senza tempo, raffinata e ritmata dal sapore etnico e mediterraneo, nata ancora una volta dal suo osservatorio privilegiato in quel di Lagonegro  -lontano da sguardi indiscreti e dalle cose del mondo-, ma intensamente e continuamente vicino alla sua amata famiglia: Filippo e Angelina, rispettivamente primogenito e secondogenita. E soprattutto a Laura, compagna fedele di una vita e artista lei medesima.

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