martedì, Ottobre 26

Mandiamo in pace le sonde su Marte Ogni volta che guardiamo Marte, dobbiamo considerare che in questo momento tutte le Nazioni industrializzate auspicheranno non tanto l’obiettivo, quanto si utilizzerà il modo per arrivarci come uno strumento per presidiare la Terra

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La notte di San Lorenzo è passata da poco: il suo appuntamento è tradizionalmente considerato il momento migliore per osservare lo sciame dei residui della cometa 109/P Swift-Tuttle nella costellazione del Perseo -le lacrime del Santo- e anche tanti fenomeni pieni di fascino che ci riportano a guardare verso l’alto, con stupore e consapevolezza.

Ma qualche giorno prima, tra l’8 e il 9 agosto c’è stato anche un altro evento astronomico interessante: la Luna in congiunzione con Marte, un’icona emblematicamente propizia al futuro dei lanci spaziali dal pianeta Terra.

A tal proposito è da poco ricorso un anniversario importante al riguardo: il 20 agosto scorso ha marcato il quarantacinquesimo anno del lancio di Viking 1, il primo modulo spedito su Marte dopo un percorso di oltre 300 giorni.

Cosa è cambiato da allora? Si è placato il sogno terrestre di andare sul Pianeta Rosso?

Wernher von Braun, il padre del razzo Saturn che ha spinto la capsula Apollo verso la Luna, autore a sua volta di quella generazione di missili costruiti a Peenemünde, nel Baltico, pronti a distruggere tutta l’umanità che aveva il torto di non essere ariana, affermava che Marte è un’altra storia rispetto alla Luna. In un’intervista che lui rilasciò a Oriana Fallaci per ‘l’Europeo’ in gennaio 1969, lo scienziato nazista naturalizzato poi americano affermava: «La differenza principale tra un viaggio alla Luna e un viaggio su Marte è enorme. Recarsi su Marte non sarà un picnic di otto giorni come andare sulla Luna. Esigerà un equipaggiamento straordinario, una conoscenza centuplicata dello spazio: sappiamo così poco, ad esempio, delle radiazioni cosmiche. E poi bisognerà mandar molta gente, una vera e propria spedizione». Parole che nella lucidità straordinaria, visto che furono pronunciate prima di sbarcare sulla Luna, ancora non sono state mai smentite. E dunque, fino a che non si partirà da una stazione che non risenta delle forze gravitazionali, mandare donne e uomini sul nostro vicino di orbita è del tutto improbabile.

Un’altra domanda da porci poi è questa: Che motivo ha un equipaggio umano a recarsi su Marte? Nel 1950 in ‘Cronache Marziane’ lo scrittore americano Ray Brandbury affermava al riguardo di uno sbarco umano: «Non gli basta aver rovinato un pianeta perché ne vogliono rovinare un altro?».
Ma alla fine la verità sta nel mezzo.
Per quanto a molti possa apparire singolare, l’intera missione lunare umana, con tutti i suoi limiti legati alla forzatura del programma, è stata fondamentale per l’affermazione della tecnologia americana, piuttosto che per le risposte scientifiche che si sono avute dall’aver calpestato più parti del suolo di Luna con gli stivali di una dozzina di astronauti.

Alla Fallaci von Braun aveva detto che su Marte si sarebbe arrivati verso il 1985. Le cose poi sono andate in modo diverso: non c’è stato più un Kennedy capace di guidare gli Stati Uniti, la Guerra Fredda è venuta a mancare con tutte le sue competizioni e il mondo ha avuto la consapevolezza che dallo spazio si potevano ricavare cose diverse da quelle che ci si aspettava: telecomunicazioni, navigazione, osservazione della Terra. Ma come giustamente ha affermato qualcuno: ‘Chi arriva primo si guadagna gli applausi e la stima’. Da un punto di vista umano o politico non è banale. E dunque proseguiamo con questo obiettivo, almeno nello spirito di un ottimismo scientifico che è costretto a confrontarsi con una ragione economica piuttosto seria e di un confronto con un’altra potenza mondiale, la Cina, Paese a cui, secondo ‘Il Foglio’ di qualche giorno fa: «Una delle cose che manca per diventare una vera superpotenza, oltre a vincere una guerra mondiale, è l’egemonia culturale».

Possiamo far molto bene a progettare missioni marziane inviando sonde automatiche, satelliti da osservazione e tutto quanto possa aiutare a far comprendere l’origine dell’universo, o almeno del nostro sistema solare, cementando le collaborazioni internazionali assai utili sia per l’accrescimento delle conoscenze che per il consolidamento delle alleanze. Evitiamo però che risorse umane rischino la propria vita in vista di una pura esibizione di capacità.

Quello che invece deve farci pensare è la realtà più vicina a noi. Ovvero che solo lo spazio nell’immediata vicinanza della Terra può servire ad usi militari. E in un momento di forti tensioni, come è la storia di oggi, lo spazio è visto da tutte le grandi potenze come un presidio alla sicurezza di massimo peso.
Essere dentro a questo anello di conoscenze è indispensabile. Viverne i margini potrebbe costare molto caro a chi non ne coglie i significati.

Ogni volta che guardiamo Marte, pertanto, dobbiamo sempre considerare che in questo momento tutte le Nazioni industrializzate auspicheranno non tanto l’obiettivo, quanto si utilizzerà il modo per arrivarci come uno strumento per presidiare la Terra dal proprio punto di vista.
Un passaggio necessario e fondamentale non solo sul piano scientifico, quanto come piattaforma tecnologica e di garante della sicurezza nazionale e continentale.

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