domenica, Aprile 11

Mandela unisce Cuba e Usa field_506ffb1d3dbe2

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In processione, in 91 tra capi di Stato e di Governo stranieri. E poi artisti, star internazionali e parenti a celebrare, nello stadio di Soweto a Johannesburg, la vita del Presidente e leader anti apartheid Nelson Mandela, venuto a mancare il 5 dicembre scorso, a 95 anni.
Il programma ufficiale della commemorazione – quattro ore di saluti e interventi dalle 11 alle 15 (ora locale, dalle 10 alle 14 in Italia) – non prevedeva la stretta di mano, immortalata dai flash, tra il Presidente americano Barack Obama e il suo omologo cubano Raul Castro, fratello del lider maximo Fidel.
Entrambi invitati alle celebrazioni, i due arci-nemici si sono trovati vicino quando l’inquilino della Casa Bianca si è alzato, per raggiungere il podio. Dopo aver telefonato al Presidente iraniano Hassan Rohani, Obama ha fatto cadere anche un altro steccato, in un gesto di disgelo senza precedenti, tendendo la mano al leader cubano, che gli ha risposto, sorridendo cordiale.
Il primo Presidente nero degli Usa ha ricordato il suo «eroe personale» come «un gigante della storia, l’ultimo grande liberatore del Ventesimo secolo. Come Martin Luther King, una voce potente in difesa degli oppressi e a favore della necessità morale di giustizia».
Un discorso alto, tracciato con la mente e con il cuore da Obama, per non dimenticare il «sacrificio di innumerevoli persone, negli Stati Uniti e in Sud Africa per risolvere la questione del razzismo» e ottenere quei «diritti civili dei quali anche io e mia moglie Michelle abbiamo beneficiato». Eppure, un discorso a tratti anche duro, interrotto più volte e coronato dagli applausi: «Troppi leader nel mondo sono solidali con la lotta di Mandela per la libertà, ma non tollerano il dissenso dal proprio popolo», ha incalzato Obama.

Chiuso l’intervento, lo stadio di calcio di Soweto, affollato da decine di migliaia di sudafricani, ha iniziato a svuotarsi. Dopo di lui, l’unico altro lungo applauso lo ha strappato il Presidente cubano, ricordando il «legame affettivo tra Fidel e Mandela». Una prima acclamazione, Castro l’aveva già avuta al suo ingresso nell’arena, prima della sfilata dei leader.
Dopo l’inno nazionale e le preghiere, il primo omaggio al Nobel per la Pace è stato dell’amico Andrew Mlangeni, vicino di cella nella prigione Robben Island. Quindi il saluto della grande famiglia Mandela, infine i primi rappresentanti istituzionali: il Segretario dell’Onu Ban ki-moon e il Presidente dell’Unione africana Nkosazana Dlamini-Zuma.
Tra i leader di Stato stranieri, erano presenti anche la Presidente brasiliana Dilma Rousseff, il numero due cinese Li Yuanchao, il capo di Stato afghano Hamid Karzai, il leader palestinese Abu Mazen e il Presidente venezuelano Nicola Maduro.
Dall’Europa, tra gli altri, sono arrivati il Premier italiano Enrico Letta, il Primo ministro inglese David Cameron e il Presidente francese Francois Hollande.
Tra le star della musica e dello spettacolo, sotto la pioggia battente dello stadio, spiccavano l’attrice e modella Charlize Theron, sudafricana, il leader degli U2 Bono Vox, amico personale di Mandela, e la top model Naomi Campbell, nominata sua «nipote onoraria».

La commemorazione, trasmessa in diretta sugli schermi di tre altri stadi di Johannesburg e in 150 siti in tutto il Sudafrica, ha fatto il giro del mondo. «Nessuno era come Madiba, era unico. Mandela ha gettato le basi per costruire il Sudafrica dei nostri sogni», ha dichiarato il Presidente sudafricano Jacob Zuma, accolto da un coro di fischi, in chiusura di cerimonia.
Resterà nella storia la mano tra Obama e Castro, che il Presidente degli Usa ha deciso di porgere durante la celebrazione storica di un eroe nazionale, Mandela, vicino anche ai leader di molti Stati socialisti oltre che al Presidente degli Usa. Il gesto può segnare «l’inizio della fine dell’aggressione statunitense contro Cuba», ha postato l’erede di Fidel Castro sul sito ufficiale del Governo Cubadebate.cu.

In Ucraina, dove nel week-end altri simboli comunisti sono caduti, la tensione tra gli europeisti e il Governo resta alta: nella notte, la polizia ha sgomberato le barricate davanti ai palazzi del potere di Kiev, e si sono contati altri feriti. Altri scontri sono poi riesplosi, tra gli agenti e i militanti del partito ultranazionalista Svoboda, davanti al Tribunale amministrativo.
Pullman pieni di truppe sono stati inviati dal Ministero dell’Interno, per blindare la capitale. Due stazioni del metrò, nella zona calda del centro occupato sono state inoltre chiuse per un allarme bomba.
Il Capo della diplomazia Ue Catherine Ashton è preoccupata per i «seri rischi di un deragliamento della crisi». In giornata, il Presidente Viktor Ianukovich ha in agenda un incontro con Ashton e, secondo l’agenzia russa ‘Interfax‘ con il Sottosegretario agli Esteri americano Victoria Nuland.
Ma, pur dicendosi favorevole a proseguire l’integrazione con Bruxelles e a liberare i manifestanti arrestati, il Capo di Stato ucraino ha ribadito che le politiche economiche filorusse di Kiev non cambiano.

Nonostante le mediazioni in corso, la guerra in Siria si complica sempre di più.
Dopo gli attacchi ai quartieri cristiani e ai luoghi di culto, sfociati nel sequestro di religiosi, in un’intervista il vescovo siriano greco-ortodosso Luqa Khury ha invitato i giovani cristiani a prendere le armi per difendere «la patria» e la presenza cristiana in Siria: «In questa situazione», ha detto, «tutti i mezzi di autodifesa sono legittimi».
A Damasco, l’arresto della nota avvocatessa per i diritti umani Razan Zeitune, vincitrice del premio Anna Politovskaya e di quello Sakharov del Parlamento europeo, ha assestato un altro colpo al rispetto dei diritti umani da parte del Governo di Damasco.
Dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) è partito intanto un ponte aereo per la consegna di aiuti umanitari nel nord-est della Siria, dalle basi in Iraq. Le forze lealiste siriane bombardano pesantemente la periferia di Yabrud, ultimo bastione ribelle nella regione di Qalamun.
Combattimenti che rendono difficile il processo di disarmo chimico: l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) confida tuttavia che le operazioni di smantellamento degli arsenali «inizino entro la fine di gennaio».

In Iraq, altre 18 persone sono morte in attentati kamikaze a Baquba, contro la comunità sciita. E nuovi scontri sono esplosi, in Egitto, tra studenti sostenitori dell’ex Presidente Mohamed Morsi e le forze dell’ordine nelle università del Cairo e di al Azhar, nella capitale.
Nella Repubblica centrafricana, la Francia conta i primi morti della sua missione militare per stabilizzare il Paese: «Due soldati sono morti per salvare altre vite a Bangui», è il messaggio di cordoglio dell’Eliseo. Air France, dal 10 dicembre, ha sospeso i collegamenti da Parigi alla capitale centrafricana, «per motivi di sicurezza». Di ritorno dalle celebrazioni di Johannesburg, Hollande è atteso a Bangui in serata. «L’operazione», ha fatto sapere il Governo francese, «durerà qualche mese».
Dalla Cina, intanto, arrivano notizie allarmanti sulla fine di Jang Song-thaek, zio e tutore del giovane leader nord-coreano Kim Jong-un, esautorato dal nipote. Secondo l’organo del China Internet Information Center ‘China.org.cn’, portale ufficiale di informazioni dell’ufficio del Consiglio di Stato di Pechino, Jang, uomo d’apparato vicino a Pechino, sarebbe stato giustiziato.
La notizia della sua fucilazione e dell’instaurazione del «regno del terrore» è stata data rilanciata anche dalla Presidente sudcoreana Park Geun-hye.

 

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