domenica, Maggio 16

Mali: serve più dell’impegno militare

0
1 2


Sono stati liberati i 32 ostaggi che, nella giornata di domenica, sono stati coinvolti nell’attacco al residence turistico Kongaba, un complesso alberghiero di lusso frequentato principalmente da occidentali nella periferia di Bamako, la capitale del Mali. Le vittime dovrebbero essere tre, secondo il Ministero per la Sicurezza locale, mentre la polizia maliana parla di 3 morti. Secondo le fonti, i feriti dovrebbero essere 7 e la Farnesina al momento ha comunicato che non erano presenti cittadini italiani nel resort. La sparatoria ha avuto inizio domenica e Salif Traore, ministro per la sicurezza maliano, ha dichiarato a Radio France International che «si tratta senza dubbio di un attacco terroristico cinque terroristi sono stati uccisi».

Le forze speciali maliane sono subito intervenute con l’aiuto dei caschi blu di Minusma, la missione delle Nazioni Unite nel Paese. Ma la minaccia terroristica in Mali è solo una delle tante questioni che compromette la sicurezza del Paese. Il disordine politico, i conflitti etnici interni, la questione dei rifugiati e la corruzione sembrano destabilizzare ulteriormente un Paese alquanto fragile. La presenza di truppe francesi – oltre 1600 soldati dispiegati – indicano inoltre un alto interesse del nuovo premier, Emmanuel Macron, nel Paese. Basti pensare che la sua prima visita ufficiale al di fuori dall’Unione Europea, ha visto come meta proprio il Mali. L’impegno di Macron lo si può inoltre intuire dalla sua visita a Gao, la più importante base per l’Operazione Barkhane nel Sahel, nonché base dove si trova il più numeroso contingente militare operativo francese, dove ha rimarcato il suo sostegno alle truppe francesi, sottolineando il suo supporto alla lotta contro i gruppi terroristi nel Paese.

L’agenda del premier francese, secondo RFI, comprende tre principali obiettivi: incrementare la mobilitazione delle forze relative all’operazione Barkhane nel nord del Paese africano, accelerare gli sforzi per il compimento degli Accordi di pace di Algeri firmati lo scorso 2015 per stabilizzare il conflitto interno tra i ribelli Tuareg e il Governo maliano, e infine aumentare gli sforzi per supportare il G5 Sahel, Mauritania, Mali, Burkina Fasu, Niger e Chad.

Il ruolo francese nel Paese rimane comunque ambiguo, in quanto alcune correnti di analisti  e giornalisti che lavorano in Africa sostengono che la Francia sia il grande finanziatore di gruppi terroristici nel Paese, principalmente Boko Haram, e ritengono che rientri negli interessi francesi mantenere l’instabilità in Mali, così da poterne preservare il controllo.

Abbiamo intervistato Andrea Dessì, ricercatore per lo IAI-Istituto di Affari internazionali, sul Mediterraneo e Medio Oriente, per analizzare l’attuale situazione maliana in termini di sicurezza.

 

La frattura politica interna al Mali e la disputa tra i Tuareg e il Governo sembrano travalicare gli accordi di Pace firmati nel 2015. Come influisce questo fattore in termini di Sicurezza per il Paese e in che modo lo destabilizza? 

Gli accordi di pace firmati nel 2015 tra il Governo del Mali e il Coordination of Movements of Azawad (CMA), che rappresenta l’alleanza di diversi movimenti separatisti dei Tuareg, situati nel Nord del Paese, si reggevano sulla prospettiva di ampliare l’autonomia delle regioni del Nord del Paese, luogo dove sono scoppiate ripetute insurrezioni (ben quatto dalla data dell’indipendenza del Mali nel 1960, l’ultima nel 2012). Il movimento indipendentista dei Tuareg da anni protesta contro le Autorità centrali per la mancanza di fondi economici, di sviluppo, il riconoscimento delle tradizioni/lingue locali e la mancanza di impiego e sicurezza nelle regioni a nord del Paese. Il Mali è un Paese estremamente povero – molto arido e con pochissime risorse naturali – e le Autorità centrali hanno un enorme difficoltà nel rispondere alle necessità della popolazione. E si deve aggiungere l’impatto delle instabilità regionali (Libia 2011, e il Sahel più in generale), che hanno portato ad un aumento dei flussi migratori, della criminalità organizzata e il commercio di armi, e il continuo peggiorare della situazione umanitaria e di sviluppo a causa anche dell’aggravarsi del cambio climatico e la siccità nell’area. Le popolazioni dei Tuareg, da molto tempo discriminate dalle Autorità centrali, che hanno ripetutamente minacciato di chiedere l’indipendenza da Bamako. Il problema principale ruota intorno al fatto che i Tuareg sono una comunità di circa 1.2 milioni di persone sparse in almeno quattro Paesi del Sahel/Maghreb (Algeria, Mali, Libya, Niger, Burkina Faso). Questo implica che qualsiasi richiesta di autonomia per i Tuareg nel Mali non viene ben vista dai vicini, preoccupati di un eventuale effetto spill-over all’interno dei loro Paesi, dove i Tuareg sono in genere marginalizzati. Per questo, nel 2015, si era arrivati ad un accordo politico anche grazie all’intervento e il sostegno politico-diplomatico dei Paesi vicini (Algeria in primis) per un accordo politico tra Bamako e il Movimento dei Tuareg, eliminando quindi lo spettro dell’indipendenza.

Con l’accordo del 2015, però, non è la prima volta che il Governo centrale promette di ampliare l’autonomia delle regioni del nord, e la mancanza di miglioramenti in materia di sicurezza (vi sono ripetuti attacchi da parte di gruppi Jihadisti mischiati con elementi legati alla criminalità organizzata del commercio di armi, persone e sostanze stupefacenti), di sviluppo e politici hanno portato gradualmente ad un aumento delle tensioni. Il CMA stesso è composto da una serie di gruppi e movimenti dei Tuareg, e non è semplice mantenere un’unanimità di intento. Sebbene sia troppo presto parlare di un completo collasso degli accordi del 2015, il sovrapporsi di minacce di sicurezza, economiche, sociali e l’aggravarsi degli indicatori umanitari (3.8 milioni di persone a rischio di sicurezza alimentare su una popolazione di 14.8 milioni) non fanno ben sperare per il futuro. Oltre ai problemi di autonomia delle popolazioni Tuareg, il Governo centrale soffre di altissimi tassi di corruzione, le Istituzioni statali sono al collasso e vi è una mancanza di legittimità della classe politica e militare che aumenta il dissenso verso le Autorità centrali. Finché non si risolvono in maniera efficace i problemi di marginalizzazione dei Tuareg, di sicurezza correlati ai confini e gli sviluppi più ampi nella regione e il Sahel allargato, e si opera per migliorare la capacità delle Istituzioni centrali a rispondere alle necessità di base della popolazione, il Mali resterà un Paese altamente instabile, minacciato sia internamente che dall’estero.

La questione dei rifugiati maliani viene messa in secondo piano, quando invece sembra essere uno dei fattori principali in termini di sicurezza. Ci può spiegare in che modo influisce sulla sicurezza e come, secondo lei, sarebbe opportuno fronteggiare la questione rifugiati per il Mali? 

La questione dei migranti e i rifugiati – incluso le persone Internally Displaced – sono messe in secondo piano comparato alle questioni di sicurezza e le azioni anti-terrorismo svolte nel Paese. Vi sono oggi diverse missioni di peacekeeping in Mali (definito da più parti come la missione Onu più pericolosa in corso). La questione dei rifugiati e i flussi di migranti è però parte integrante del problema, non solo perché limitano le capacità del Governo e delle agenzie internazionali, ma perché rappresentano una fonte di ‘income’ importantissima per i vari gruppi armati-jihadisti e/o di criminalità organizzata-che sfruttano questi movimenti per il commercio di armi, stupefacenti e persone. Molti di questi stessi gruppi danno poi sostegno economico e logistico ai gruppi armati nell’area, creando quindi un nesso importante tra la questione dei migranti e quella della sicurezza più generale. Il problema riguarda in primo luogo la difficoltà pratica di controllare in maniera efficace i confini del Mali e dei Paesi vicini, e il fatto più ampio che molte di queste persone vengono attratte dalla malavita per via di una completa assenza di altre possibilità di impiego. Per fronteggiare la questione rifugiati in Mali non basta concentrarsi sul Paese, ma bisogna adoperare una visuale più ampia – di tutto il Sahel e il Maghreb in generale – a partire dalla Libia. Infine non esiste una risposta di sicurezza a questo problema, ma bensì solo una che mette lo sviluppo al centro della questione. Naturalmente per questo servono risorse, volere politico e una strategia a lungo-termine. Al momento non sembrano esserci questi presupposti, per questo ci si concentra solo e principalmente sulla questione di sicurezza e terrorismo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->