lunedì, Settembre 27

Mali: complicità francese con i terroristi islamici Il declino dell’Impero francese in Africa: i soldati francesi dell’operazione Barkhane sarebbero complici dei gruppi armati salafisti

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La nuova iniziativa francese G5 Sahel non registra i successi sperati. Viene immediatamente contrastata da Stati Uniti e ONU che considerano l’iniziativa come un cavallo di Troia di Parigi per assicurarsi il dominio della strategica regione dell’Africa Occidentale. L’iniziativa militare francese presto mostra tutte le sue lacune. I fondi sono insufficienti e si collezionano sconfitte su sconfitte. All’interno del Governo Macron si rafforza la corrente che considera l’avventura militare un disastro e vuole ritirare le truppe francesi. Nel frattempo i gruppi salafisti proliferano e riprendono a colpire.

Il 14 aprile l’aeroporto di Timbouctou, zona militarizzata che ospita il quartier generale della MINUSMA, viene attaccata da un nutrito commando terroristico che indossa uniformi dei caschi blu e dell’Esercito maliano, lo scontro a fuoco continua per oltre quattro ore. La MINUSMA lo definisce ‘un attacco senza precedenti’. Nelle ultime settimane di aprile scoppia, nel nord del Mali, una guerra tra i milizie tuareg e i gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda che si contendono le province maliane del nord.
Nonostante le esecuzioni extra-giudiziarie -attraverso attacchi con droni- di alcuni leader terroristi (tra cui vanno ricordati due quadri importati quali Abou Abdallah Ahmed al-Chinguiti e Haidar al-Maghribi), la galassia jihadista saheliana si sta rafforzando. In quadro è composto da una pletora di sigle raggruppate un anno fa sotto il cappello del Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (GSIM)  -formazione guidata dal terrorista maliano Iyad Ag Ghali che ha già rivendicato molti attacchi, anche quello di Timbouctou- e da un sodalizio di differenti gruppi armati e mafie del narcotraffico sotto l’egida di Al Qaeda nel Magreb Islamico (AQMI), indiscusso padrino del jihadismo africano. Da registrare anche la recente nascita, nella zona, di formazioni che si rifanno al cosiddetto Stato Islamico del Grande Sahara (vicino al Daesh), sigla nata nel 2015 che oggi gode dello spostamento di risorse, uomini e tecniche di guerriglia dai teatri di Siria e Iraq verso il Sahel, nuovo terreno di conquista dell’espansione jihadista globale.

Da tempo vari osservatori internazionali e africani hanno fatto sorgere il dubbio che le reali intenzioni della Francia nella regione non siano quelle di combattere il terrorismo, né di fermare i flussi migratori. Nel luglio 2017, vari quotidiani europei, a ‘La Repubblica’, denunciano la complicità di Parigi con i trafficanti di esseri umani. La guarnigione francese che sorveglia il corridoio libico in Niger è accusata di lasciar passare deliberatamente 300 mila clandestini diretti verso le coste italiane.

L’operazione Barkhane e il G5 Sahel sarebbero state ideate nel disperato tentativo di mantenere il controllo sulle colonie dell’Africa Occidentale che contribuiscono al 40% del PIL francese. L’uranio del Niger è, di fatto, proprietà della Francia, attraverso la multinazionale Areva. Niger è il quinto produttore di uranio al mondo e rappresenta il 32% della produzione elettrica francese prodotta dalle centrali nucleari e il 60% della produzione di uranio della Areva, che vende ai principali Paesi industrializzati che hanno legalizzato le centrali nucleari.

Il Ciad si sta ribellando. Il Presidente Idriss Debi Itno tenta di porsi come l’erede di Gheddafi, proponendo la fine della schiavitù economica dettata dal Franco CFA e cercando di convincere gli altri Paesi dell’Africa Occidentale a sostituirlo con una moneta unica africana, indipendente dalla Banca Centrale di Parigi. Il movimento contro il FCFA è divenuto talmente importante da costringere Parigi a promettere una radicale riforma del controllo finanziario sulle colonie africane. Il Burkina Faso ha liquidato il dittatore marionetta Blaise Compaoré, e sta tentando di strutturare una politica indipendente alla Francia. La risposta di Parigi starebbe nel sospetto che grava sulla Francia di essere di fatto la promotrice di una stagione di terrorismo islamico volta a indebolire il nuovo Governo democratico della Burkina Faso.
Tra il 2014 e il 2015 la Francia è sospettata di aver organizzato due colpi di Stato contro il governo burkinabè, entrambi falliti. Anche il monopolio delle multinazionali francese nelle colonie viene messo in discussione, come dimostrano le attuali gravi difficoltà della multinazionale logistica francese Ballorè. Varie prove convergono su una complicità francese nel colpo di Stato maliano, nella ribellione tuareg e la nascita dei gruppi terroristici nel nord, in quanto Parigi aveva deciso all’epoca di eliminare ‘ATT’ causa la sua politica nazionalista anti-francese.

 A rafforzare le accuse rivolte alla Francia di attività eversive nell’Africa Occidentale è il direttore del Groupement d’Intérêts Scientifiques des Statisticiens Economistes (GISSE), Sidiki Guindo. Il primo marzo Guindo presenta una dettagliata denuncia contro la Francia durante la cerimonia di presentazione dei risultati di un sondaggio d’opinione denominato ‘Mali-Métre’ -in un hotel della capitale maliana, Bamako. Secondo Guindo e l’opinione pubblica maliana, i soldati francesi dell’operazione Barkhane sono complici dei gruppi armati salafisti e stanno ostacolando gli accordi di pace e riconciliazione nazionale per mantenere il Mali in una situazione di caos favorevole agli interessi economici e politici di Parigi.
In un primo momento il Governo Macron ha ignorato queste pesanti accuse, forte della complicità dei media europei. La situazione, però, è degenerata durante gli ultimi scontri tra tuareg e milizie islamiche nella regione maliana del nord, Menaka, dove i civili appartenenti alle etnie Tuareg e Peul ora vengono sistematicamente trucidati. I soldati francesi della forza Barkhane sono accusati di supportare due gruppi terroristici salafisti: il MSA e il GATIA. I militari francesi non interverrebbero per difendere i civili e fornirebbero informazioni strategiche ai due gruppi salafisti sulle posizioni occupati dalle milizie di difesa tuareg che tentano di combatterli. Le nuove accuse hanno costretto il Governo Macron a difendersi.  «Queste accuse sono frutto di fantasia. Non esiste alcun legame tra l’operazione Barkhane e i gruppi jihadisti. I nostri soldati stanno facendo tutto il possibile per combatterli e difendere i civili»,  dichiarato il portavoce dello Stato Maggiore dell’Esercito francese. Di diverso parere l’opposizione maliana, che accusa apertamente la Francia di organizzare l’escalation di violenza terroristica nella regione di Menaca. Il partito di opposizione Parti pour la renaissance nationale () accusa il Presidente Boubacar Keïta di essere succube di Parigi e di permettere le azioni terroristiche francesi in Mali.

La maggioranza della popolazione maliana dal nord al sud del Paese sostiene le accuse lanciate da PARENA, e desidera una vera indipendenza da Parigi, individuata come primo responsabile dell’instabilità politica, della rovina economica e delle centinaia di migliaia di lutti. A parte qualche raro articolo sulla stampa francese, i media europei stanno coprendo la storia.

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