domenica, Settembre 19

Malawi: Banda, una fine senza gloria Le elezioni del 20 maggio sanciscono la fine della carriera politica della seconda donna presidente in Africa

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Joyce Banda

Kampala – Le elezioni del 20 maggio sanciscono la fine ingloriosa della carriera politica della seconda donna presidente in Africa, Joyce Banda. Nata a Mtila il 12 aprile 1950, Joyce Banda ha ricoperto le cariche di Ministro degli Esteri (2006 – 2009) e Vice Presidente dal maggio 2009 al aprile 2012, quando ottenne la presidenza a seguito della morte del presidente Bingu wa Mutharika, predecessore della politica di contenimento dell’Occidente varata recentemente dal presidente ugandese Yoweri Museveni. La carica presidenziale è stata ottenuta tramite un sotterfugio costituzionale che ha permesso alla Banda di ereditare il mandato del defunto Mutharika impedendo al popolo malawiano di esercitare il propri diritti democratici attraverso consultazione elettorale.  Per controbilanciare una scarsa popolarità nazionale, Banda in questi 3 anni alla presidenza ha tentato di presentarsi come una rinnovatrice morale e politica e come Capo di Stato affidabile per ricostruire le relazioni economiche e diplomatiche internazionali incrinate dalla politica nazionalista del suo predecessore. Banda assunse l’etichetta di un Presidente vicino al popolo ed impegnato nella promozione della donna, nella lotta alla corruzione e la cooperazione con le potenze occidentali per rafforzare lo sviluppo del Paese. Consigliata dalla presidente liberiana Ellen Johnson Sirleaf, Banda si assicurò i servizi di importanti ditte di marketing americane per promuovere l’immagine della seconda donna presidente in Africa, leader assieme alla Sirleaf della riscossa femminile nel Continente.

Nonostante tutti gli sforzi, Joyce Banda non ha retto alla sua prima prova elettorale. Le elezioni, che hanno riguardato i governi locali, il Parlamento e il presidente, si sono svolte in un caos organizzativo senza precedenti nella storia del Malawi e Joyce Banda, candidata del People’s Party -PP (Partito Popolare) sembra essere stata battuta da Peter Mutharika, capofila del Democratic Progressiste Party – DPP (Partito Democratico Progressista). Secondo i risultati riportati dai osservatori del partito presenti nei seggi il DPP avrebbe conquistato 76 seggi al parlamento conquistando la maggioranza e Peter Mutharika sarebbe in testa ai risultati parziali relativi alla presidenza. La commissione elettorale posiziona Mutharika al 42% delle preferenze mentre Banda avrebbe ricevuto un misero 23%. Questi risultati parziali scaturiscono dal 30% dei voti scrutinati. Visibili l’apprensione e la frustrazione dell’Occidente dinnanzia a questo esito. La BBC pateticamente ha tentato di rendere più onorevole la sconfitta di Banda alzando artificialmente le preferenze dal 23 al 30% senza alcun riscontro con i dati trasmessi fino ad ora trasmessi dalla commissione elettorale.

Alla sconfitta Banda ha reagito ordinando l’annullamento delle elezioni causa l’esistenza di numerose frodi, voti multipli e manipolazioni dei database elettronici. Banda ha ordinato di indire nuove elezioni tra novanta giorni. La commissione elettorale ha bloccato l’iniziativa dichiarando che il presidente non ha il potere di annullare le elezioni, conformemente a quanto è previsto dalla Costituzione. La commissione elettorale ammette solo errori nel conteggio elettronico dei volti, affermando però che le elezioni sono considerate valide ed annunciando che il conteggio continuerà fino alla certezza dei dati definitivi. Queste affermazioni sono state contraddette dalla stessa commissione elettorale che dopo quattro ore ha annunciato la sospensione dei risultati, ordinando di ripetere il conteggio fisico delle schede. Il presidente della commissione, Chimkwita Phiri, ha ammesso che il numero di schede elettorali votate supera il numero degli elettori.

Che le elezioni siano state caotiche sembra ormai un dato di fatto.  Il corrispondente della BBC conferma ritardi nella apertura dei seggi che hanno costretto vari elettori a votare due giorni dopo la data unica prevista per le elezioni. In alcuni seggi le cabine elettorali non sono mai arrivate costringendo le commissioni a offrire ai votanti l’obbligatoria privacy attraverso tende e coperte erette per sostituire le cabine elettorali mancanti. Veronique De Keyser, responsabile della Missione degli Osservatori dell’Unione Europea per le Elezioni in Malawi, gli osservatori della COMESA (Mercato Comune dell’Africa del Est e del Sud) e quelli del Commonwealth hanno espresso commenti più prudenti sulle elezioni che non supportano chiaramente le accuse del presidente Banda e la sua volontà di annullarle. «Nonostante la penuria di schede e alcuni incidenti isolati, la calma è prevalsa durante le votazioni», afferma De Keyser. «Il popolo Malawiano deve continuare ad essere tollerante e pazienti, continuando a contribuire al rafforzamento della democrazia nel Paese» dichiara l’Ambasciatore della COMESA Berhane Gherbay.

«Il gruppo degli osservatori è stato impressionato dalla capacità della Commissione Elettorale di informare regolarmente gli elettori sui risultati elettorali e sulle difficoltà riscontrare» recita il comunicato emesso dal Commonwealth.  Pur in assenza di dichiarazioni ufficiali da parte degli Stati Uniti e Unione Europea, gli interventi pronunciati dai vari gruppi di osservatori sembrano svelare la decisione di accettare i risultati elettorali che la commissione riuscirà a fornire. Il gruppo degli osservatori inviati dall’Unione Africana tagliano corto: «Nonostante alcune irregolarità, dobbiamo attendere e rispettare gli esiti che verranno resi pubblici dalla commissione elettorale». Il comunicato indirettamente da per scontato il raggiungimento dell’obiettivo dell’Unione Africana: sbarazzarsi di Joyce Banda, considerata come un presidente contrario alle politiche del continente e troppo succube delle potenze occidentali.

Il presidente Banda e il suo governo sarebbero gli unici responsabili del caos elettorale, secondo le denunce di Willy Kalonga presidente della Commissione Elettorale, Ollen Mwalubunju direttore esecutivo della potente Ong malawianaNational Initiative for Civic Education – NICE (Iniziativa Nazionale per l’Educazione Civica) e di due principali quotidiani nazionali: The Nation e il The Malawi Democrat. Nell’agosto 2013 la commissione elettorale aveva presentato un accurato budget per finanziare le elezioni per un totale di 3,1 miliardi di dollari, ricevendo dal governo solo 46 milioni di dollari. Come reazione la commissione elettorale propose di posticipare le elezioni nel luglio 2014 e di non mantenere la data unica delle elezioni amministrative, parlamentari e presidenziali attuandole separatamente. Le richieste furono categoricamente rifiutate dal governo che ordinò alla commissione di preparare al meglio le tre elezioni con il budget a disposizione. Secondo alcuni osservatori regionali, la ragione del rifiuto del presidente Banda è spiegabile nella sua esigenza di ottenere urgentemente il riconoscimento popolare al suo mandato fino allora ottenuto grazie a complicati cavilli legali.

«La decisione del governo compromette seriamente la possibilità di garantire un controllo qualitativo sul corretto funzionamento delle elezioni», si era tutelato il presidente della commissione Kalonga. «Vi è un evidente mancanza politica del governo. Non finanziando adeguatamente le attività della Commissione Elettorale, il governo mette sotto pressione quest’ultima e rischia di compromettere il normale svolgimento del voto. È triste constatare che la leadership del Malawi non sta prendendo seriamente l’organizzazione delle elezioni», avvertiva il direttore esecutivo della Ong NICE, Mwalubunju. Queste dichiarazioni fatte nel settembre 2013 e rese pubbliche dai media nazionali chiariscono che la Comunità Internazionale erano a conoscenza degli attuali problemi elettorali da almeno 8 mesi. Questo potrebbe spiegare le timide e prudenti dichiarazioni fatte dagli osservatori internazionali. «Considerando come sono state preparate le elezioni il Malawi si deve ritenere fortunato ad avere dei risultati elettorali. Nel futuro occorre seriamente gestire la fase preparatoria e aumentare il livello di qualità delle elezioni», sentenzia sabato 24 maggio Mwalubunju sul ‘The Malawi Democrat’.

Come ultimo tentativo il presidente Joyce Banda ha dichiarato di non partecipare alle future elezioni qualora fossero rese nulle e rifatte le attuali. «Voglio offrire ai Malawiani l’opportunità di scegliere un candidato di loro gusto in elezioni libere e trasparenti. Quando le elezioni saranno rifatte io non mi candiderò», aveva pronunciato alla nazione Banda venerdì 23 maggio 2014. 

La determinazione della commissione elettorale di considerare nulli gli ordini presidenziali e il supporto dell’opinione pubblica nazionale a tale decisione decretano la fine ignobile della seconda donna presidente africana. «Non basta cavalcare il femminismo, la lotta contro la corruzione, le libertà delle minoranze sessuali e l’integrazione all’interno della Comunità Internazionale per vincere le elezioni sopratutto se questi cavalli di battaglia non sembrano strettamente genuini ma utilizzati strumentalmente per acquisire una popolarità mai avuta all’interno del Malawi. Joyce Banda è stata punita per la sua gestione catastrofica del paese che ha rischiato una guerra territoriale contro la Tanzania, ha soppresso la comunità imprenditoriale cinese ed è sprofondata in incredibili scandali causati da eminenti figure del partito di Banda. Gli effetti di questa politica sono evidenti sul piano economico. L’inflazione è salita al 27,7% mentre la crescita economica si è attestata al 5%. Questo significa che l’Amministrazione Banda in questi tre anni ha offerto al popolo grandi ideali e pance vuote», commenta Gilbert Khadiagala, professore di scienze politiche presso l’Università della Makerere, Kampala, Uganda.

L’uscita di scena di Joyce Banda e l’ascesa di Peter Mutharika segnano la volontà del elettorato Malawiano di affidare le sorti del Paese al partito storico del presidente nazionalista Bingy wa Mutharika.  Consigliere personale  del defunto capo di stato dal 2009 fino all’avvenuto decesso nel 2012, Peter Mutharika è un mastino della politica nazionale orientato verso il nazionalismo Pan Africano. Pur avendo la doppia nazionalità (malawiana e statunitense) e apprezzato professore presso varie università americane e britanniche tra le quali la Rutgers University, la Washington University e la London School of Economics, Mutharika rappresenta un pericolo per gli interessi occidentali nella regione fin dal lontano agosto 2011 quando fu costretto a dimettersi dalla commissione del International Center for Settlement of Investement Disputes (Centro Internazionale di Arbitraggio Economico) per aver preso le difese del governo dello Zimbabwe contro alcuni investitori britannici. All’epoca fu accusato di conflitto di interesse essendo personale amico del Dinosauro Africano: Robert Mugabe. Mutharika dal 2011 al 2012 ha anche gestito le delicate relazioni tra Malawi e Gran Bretagna a seguito della controversia Chocrane-Dyet avvenuta nel aprile 2011 quando il quotidiano The Nation intercettò e pubblicò un messaggio cifrato del Ambasciatore inglese Cochrane-Dyet dove si accusava il Presidente Bingu wa Mutharika come un dittatore intollerante alle critiche. L’ambasciatore fu dichiarato persona non grata e alla Gran Bretagna ricordato che non possiede il diritto di criticare la politica interna di uno Stato sovrano solo sulla base di divergenze economiche tra i due Paesi.

Se Albert Perter Mutharika verrà confermato come nuovo presidente del Malawi, raggiungerà la lobby dei presidenti africani che intendono limitare l’influenza di Stati Uniti e Unione Europea nel continente per aprirsi a collaborazioni più paritarie e proficue con i Paesi del BRICS. Quello che non riesce ancora a comprendere l’Occidente è che ogni tentativo di imporre ai paesi africani capi di stato di loro preferenza, che siano essi uomini o donne, è destinato a correre grandi rischi di fallimento. Le popolazioni africane stanno ampiamente dimostrando di essere profondamente ancorate al diritto di scegliere la propria leadership sulla base della capacità di risolvere i problemi e garantire sviluppo e non sulle amicizie che il candidato gode a Washington, Bruxelles, Parigi e Bon. Questo è particolarmente evidente nei paesi africani anglosassoni che mai hanno partecipato alle riunioni farsa di Parigi né posato per la classica foto di gruppo che immortala il Gran Padrone Bianco e i suoi Servetti Negri”, commenta il professore universitario ugandese.

Durante i tre anni di gloria ed esaltazione del suo ruolo presso i media occidentali, Joyce Banda ha sognato il riconoscimento popolare senza comprendere la trappola tesa dal establishement politico e dalla popolazione Malawiana diffidenti non di una donna alla presidenza ma di una figura politica troppo succube delle vecchie ed anacronistiche potenze coloniali. 

 

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