sabato, Aprile 17

Maghreb tra cambiamento e continuità field_506ffb1d3dbe2

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Bahrainis protest in Manama

L’inizio del 2014 segna il terzo anniversario dell’avvio dell’ondata di trasformazioni che sconvolse il Nord Africa prima e il Medio Oriente poi, dando inizio a una stagione di speranze e sogni, in parte mantenuti in parte delusi. Le settimane trascorse tra l’inizio delle rivolte popolari in Tunisia nel dicembre del 2010 e la caduta del dittatore Zine Abidine Ben Ali il 14 gennaio 2011, sembrarono rappresentare il simbolico inizio di un cambiamento epocale, destinato a concludersi con il sovvertimento di regimi corrotti e repressivi con cui numerosi Paesi occidentali avevano per decenni intrattenuto rapporti politici ed economici. Gli albori di una nuova epoca di democrazia e giustizia sociale sembravano presentarsi per un’intera regione.

A distanza di tre anni, l’ottimismo nei confronti di quel cambiamento è sfumato di fronte alla realtà dei fatti. In Tunisia, la caduta del regime di Ben Ali ha portato una lunga fase di instabilità politica, economica e sociale che ancora non sembra giungere al termine. Il partito islamista Ennahda, giunto al potere dopo le elezioni dell’ottobre 2011, si è mostrato incapace di tenere in mano le redini del Paese; l’opposizione secolare non pare offrire alternative convincenti ed è profondamente frammentata; l’estremismo islamista è in crescita costante e sembra rappresentare una minaccia sempre più grande per la fragile democrazia tunisina.

Negli altri Paesi del Nord Africa, cambiamento e continuità hanno prodotto risultati di varia natura: in Egitto, la caduta di Mubarak nel gennaio 2011 ha portato al potere la Fratellanza Musulmana. L’operato del Presidente Mohamed Morsi è stato però divisivo e insoddisfacente, contribuendo alla polarizzazione e alla paralisi della società egiziana, culminata nelle enormi manifestazioni di piazza del 30 giugno 2013 che fornirono all’Esercito egiziano la spinta necessaria per esautorare Morsi e insediare un nuovo Governo. In Libia, la battaglia per far cadere il dittatore Gheddafi si è presto trasformata in una sanguinosa guerra civile che ha spezzato il Paese. La conclusione degli eccidi non ha concluso la fase di turbolenza: si sono moltiplicati i gruppi di interesse nel Paese e si è aggravata un’instabilità cui il primo Governo democraticamente eletto della storia libica non sembra in grado di porre rimedio. Diverso il discorso per quanto riguarda Algeria e Marocco, i cui vertici politici hanno individuato strategie utili per mantenersi al potere e contenere le pressioni per il cambiamento: una nuova Costituzione in Marocco e una combinazione di concessioni economiche e repressione in Algeria sono riuscite – per il momento – a ridurre le richieste di democratizzazione.

L’instabilità diffusa nella regione sta avendo un prevedibile impatto sulla tenuta delle economie dei Paesi coinvolti, frustrando le speranze dei vari Paesi di dar forma a una valida ripresa e produrre nuovo benessere per la cittadinanza. L’assenza di programmi economici ben definiti, in grado di affrontare prontamente gli squilibri strutturali di cui soffrono i Paesi coinvolti negli eventi delle Primavere arabe, si sta rivelando in tutta la sua gravità, ledendo gradualmente la tenuta sociale dei vari Paesi. Una cittadinanza confusa, parte della quale era convinta che fosse sufficiente sovvertire i regimi corrotti al potere nei rispettivi Stati per dar vita a un miglioramento della situazione, guarda allibita all’impoverimento e all’aumento della disoccupazione. L’assenza di stabilità e sicurezza nel Nordafrica stanno inoltre inaridendo il terreno per gli investimenti nazionali e internazionali, dissuadendo sempre più finanziatori esteri dall’impiegare il proprio capitale nel Nordafrica. In Marocco e in Algeria invece si esaurisce sempre più lo spazio per le manovre di welfare utilizzate dai Governi per ridurre le tensioni.

Non ci sono solo l’instabilità politica ed economica interna a complicare il quadro e a scoraggiare la ripresa nei vari Paesi, ma anche una nociva combinazione di fattori esterni. «Le economie della regione hanno anche avuto a che fare con le conseguenze di tre grandi shock negli anni recenti» era scritto nel paper  “Economies in Transition” pubblicato dall’istituto inglese Chatham House «ovvero un ambiente esterno che non ha offerto sostegno, soprattutto per quelle economie il cui commercio era legato con forza all’Eurozona in un momento di recessione per l’Unione Europea; prezzi dell’energia molto alti, che per gli importatori di energia hanno iniziato a scendere negli anni recenti, ma che rimangono al di sopra dei 100 dollari al barile per il petrolio; lo shock interno di instabilità politica seguito alle rivolte regionali del 2011, e al flusso di rifugiati dal conflitto siriano che sta colpendo sia i siriani che i suoi vicini».

Sono varie le prospettive che si presentano oggi per i Paesi coinvolti nel moto di cambiamento. La Tunisia, esempio maghrebino di economia diversificata seppur gravata da una serie di squilibri strutturali, è danneggiata da alti livelli di disoccupazione, dall’assenza di investimento pubblico e privato e da un sistema bancario debole. L’economia egiziana si trova da anni sull’orlo del collasso, appesantita da un’industria abulica e da un sistema di sussidi statali insostenibile sul breve termine: l’aggravamento del clima di instabilità sta peggiorando ulteriormente la situazione, portando il Paese a pochi passi dal baratro. Il denaro legato agli introiti petroliferi arricchisce Libia e Algeria, le cui sorti dell’economia sono però rispettivamente correlate all’instabilità interna e alla sostenibilità del sistema di spesa sociale messo insieme per reggere l’urto del malcontento popolare. Il Marocco ha un’economia che rivela negli ultimi anni un discreto livello di crescita e un debito pubblico contenuto: ciò nonostante la povertà è ancora alta nel Paese e gli squilibri regionali restano presenti.

L’aiuto internazionale proveniente soprattutto dalle grandi istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale – che impone però condizioni che generano divisioni all’interno della popolazione – e dai Paesi del Golfo garantiscono ai vari Stati di dar forma a una varietà di strategie che consentono di guardare il futuro. La consapevolezza che solo da una ripresa economica e da una maggiore diffusione del benessere potranno nascere nuove prospettive per il compimento del percorso iniziato nei giorni delle Primavere arabe è ormai diffusa nella regione.

 

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