venerdì, Aprile 16

Mafioso: da zanzara a eroe

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Quando parliamo del fenomeno mafioso, parliamo di persone, di mentalità, di un modello culturale e sociale, parliamo di luoghi, fatti e rapporti. E, perché no, parliamo anche di tutta una serie di giudizi etici e morali che ne colgono la struttura, il senso, i valori. Giudizi che si oppongono o che sostengono la mafia. Il fenomeno mafioso non è circoscritto a un campo prediletto, fertile, dove il seme della folle lucidità si sviluppa e cresce. E, quel che più conta, è che il fenomeno mafioso ci racconta una realtà, che ci piaccia o no. E noi questa realtà possiamo, a nostra volta, raccontarla a chi ci pare, nel modo in cui ci pare. Un racconto, si sa, dice quel che vuole: ci racconta di Cappuccetto Rosso e non del lupo, ci limita a mangiare solo una fetta della torta.
Ebbene, raccontare gli uomini d’onore significa impegnarsi in un racconto parziale, come ogni altro; riduttivo, come ogni altro. Di certo, ne vale la pena. Ma quando ascoltiamo una storia, perché questa conservi tutta la sua natura, vale altrettanto la pena ricordarsi che un racconto è pur sempre un racconto: l’espressione parziale di qualcosa di immenso, tremendamente immenso. E, allora: la mafia non è una serie tv, la mafia non è un romanzo, non è un’opera d’arte. E’ tutto questo e poi tutt’altro.
A dimostrarlo sono i tempi che cambiano, che ci raccontano tutto e niente. Tempi in cui raccontare la mafia significava raccontare di una zanzara fastidiosa da schiacciare e contro cui usare un repellente efficace e tempi in cui, oggi, invece, raccontare la mafia può voler dire inscenare le vicende di antichi eroi sanguinari, coraggiosi, che a suon di omertà sono capaci di raggiungere ogni obiettivo, per la famiglia, per ‘amore’. Nei racconti che ci parlano dell’uomo d’onore, il mafioso, da zanzara quale era, che nella sua piccolezza faceva la differenza, si è tramutato in eroe coraggioso che nella sua grandezza eroica fa la differenza. Cosa è accaduto? Dapprima un tabù, la mafia, in seguito, viene espressa per denunciare dei fatti, delle realtà. Oggi, paradossalmente, intrattiene come la migliore delle tragedie greche, dove l’eroe soffre, compie gesti folli, si vendica, combatte, ma resta pur sempre un eroe.
Da quando il nostro Paese esiste come unità, la mafia è stata la costituzione di una sorta di Stato nello Stato, attribuita alla leadership, al familismo amorale di un capo carismatico, paternalista, che proteggeva la sua comunità, contrariamente alle leggi, considerate una disgrazia per i suoi protetti. Questo è un passaggio storico importante e antico che cambia nel corso del tempo, fino ad arrivare ad oggi. Per secoli la mafia è un segreto degli uomini d’onore che proteggevano il loro clan, con un fondamento ‘etico’ morale e familistico per quella comunità. Questo implicava una sorta di segreto”, ci racconta Marina D’Amato, professoressa ordinaria di Sociologia presso la Facoltà di Scienze della Formazione di Roma Tre e autrice del libro ‘La mafia allo specchio. La trasformazione mediatica del mafioso‘.

Il segreto degli uomini d’onore poggia essenzialmente sul fatto che la mafia nasce per proteggere; e nessuno denuncerebbe mai il proprio salvatore, il proprio protettore. Non finché questo resta tale. Ma, come ci spiega Marina D’Amato, “Il fenomeno cambia quando nell’evoluzione dei costumi della mafia, nella convivenza non più contro uno Stato ma con un’istituzione da cui si può trarre vantaggi, cominciano a esistere nuovi legami più o meno espressi, più o meno combattuti, più o meno espliciti. Il fenomeno cambia quando la mafia si insedia per interessi e affari non più per motivi antropologicamente connotati da una comunità che pensava di essere protetta”. Il segreto, dunque, viene meno a un certo punto. E l’esigenza di denunciare è quasi spontanea: da tabù quale era, la mafia cade vittima del suo stesso gioco, un gioco per cui si fa prendere troppo la mano. E così la mafia diventa quella goffa, frettolosa realtà che straripa, che inonda, che non si può più ignorare. Non è più un segreto, perché nuoce, anche se protegge ancora. E’ proprio “l’interesse per gli affari che rende la mafia un fenomeno sociale evidente e l’evidenza di questo fenomeno arriva alla sua rappresentazione simbolica nei miti, nei romanzi, arriva al cinema come un grande elemento di denuncia”. Questa trasformazione urla forte e chiaro che la mafia non è più un segreto, è cosa di tutti, altro che Cosa nostra‘. Lo vediamo, per esempio “nei film degli anni ’50, ’60 e ’70: film in cui il mafioso veniva trattato con la sua comunità come un individuo perverso, molesto, gravemente nocivo alla comunità nel suo complesso”.

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