lunedì, Settembre 20

Mafia, gli appelli non bastano 40

0

 270_3

‘Vis unita fortior’, ‘La forza unita è più forte’. È il motto della Dia, la Direzione investigativa antimafia, un organismo istituito nel 1991 che svolge investigazioni preventive contro la criminalità organizzata e indagini di polizia giudiziaria su delitti di associazione mafiosa. Vi contribuiscono Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza, Polizia penitenziaria e Corpo forestale; ‘forza unita’, appunto. Si combina a quella della Dna, la Direzione nazionale antimafia, composta da pubblici ministeri e guidata dal Procuratore nazionale antimafia, e a quelle del governo e del Parlamento, che ha anche una Commissione bicamerale d’inchiesta sulle associazioni di tipo mafioso. L’intervento più recente delle Camere contro le mafie è stato l’approvazione delle nuove norme sul voto di scambio, il 17 aprile. A febbraio anche il Parlamento europeo era intervenuto contro la criminalità organizzata, approvando una direttiva su congelamento e confisca dei proventi di reato.

Tutti i poteri dello Stato sono coinvolti nella lotta alle mafie. La forza dello Stato, però, non è sufficiente per una vittoria definitiva, secondo gran parte degli studenti intervistati in una ricerca sulla percezione del fenomeno mafioso svolta dal Centro studi e iniziative culturali ‘Pio La Torre’ (dal nome del dirigente comunista e parlamentare impegnato nella lotta alla mafia e da questa ucciso nel 1982). Dall’indagine, alla quale hanno partecipato 1.126 ragazzi di 94 scuole di tutta Italia e gli allievi di alcune scuole tedesche, è emerso che agli occhi degli intervistati (un campione non rappresentativo di tutti gli studenti, “ma comunque indicativo”) “l’allarmante crescita della ‘corruttibilità’ della classe dirigente determina una sempre più stretta relazione tra le attività criminose e la politica, garantisce una maggiore forza della mafia rispetto allo Stato e rende la sua definitiva sconfitta sempre più lontana”.

La ricerca, giunta all’ottavo anno, è stata discussa il 17 aprile alla Camera dei Deputati. Per la presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, il dato “più impressionante” è che la mafia è percepita come più forte dello Stato (da oltre il 53% degli intervistati, mentre lo Stato è più forte per quasi il 12% e il resto non sa), “e questo è preoccupante perché potrebbe generare un senso di rassegnazione”. In questi anni tuttavia, ha proseguito Bindi, “sono stati raggiunti grandi risultati, e non è vero che tutti i capi della mafia sono stata sostituiti da altri capi più bravi di loro. È vero, la mafia non è stata sconfitta, ma non ha vinto”. Comunque la sfiducia degli intervistati verso la politica non scade nel qualunquismo, perché “i ragazzi hanno fiducia nella scuola, come via d’uscita, nella magistratura e nella famiglia”, ha precisato il presidente del Centro studi ‘Pio La Torre’, Vito Lo Monaco. Con lui abbiamo parlato di come lo Stato può lottare in modo più efficace contro le mafie.

Presidente Lo Monaco, le mafie sono aiutate dalla corruttibilità della classe dirigente. Quali interventi, anche legislativi, raccomanderebbe alle istituzioni per contrastarla?

Innanzitutto è necessaria una ferma volontà politica anticorruttiva, come chiedono il settore giudiziario e le associazioni antimafia: non basta un appello moralistico, servono comportamenti concreti. La corruzione è l’elemento base che consente la proliferazione delle mafie ed è molto diffusa, come emerge dalle ricerche al riguardo e dalla percezione popolare. Per contrastarla bisogna colpire i ‘reati spia’, che invece sono stati depenalizzati, reati gravi che consentono lo scambio politico-mafioso. Parliamo di reati finanziari come il falso in bilancio, il riciclaggio e l’auto-riciclaggio, quest’ultimo non regolamentato in Italia. Sarà necessario, inoltre, estendere queste normative al resto d’Europa, perché le mafie investono anche fuori dal nostro Paese laddove le leggi sono meno rigide e non ci sono né il reato di associazione di stampo mafioso né – visto che quei reati portano investimenti e ‘pecunia non olet’ – norme adeguate contro i reati finanziari.

Il semestre di presidenza dell’Unione europea potrà aiutare l’Italia in questo?

Sì, può aiutarci. Peraltro il Parlamento europeo uscente per la prima volta nella storia dell’istituzione ha approvato un documento d’indirizzo importante in materia (la direttiva su congelamento e confisca dei proventi di reato, nda), che si dovrà applicare trasformandolo in norme vincolanti per gli Stati membri. Non tutti i Paesi Ue hanno la stessa percezione della gravità del fenomeno mafioso, ad esempio la Spagna, i Paesi nordici e quelli ex socialisti; in questi ultimi proliferano anche mafie locali, come descritto dall’attuale letteratura economica e sociologica. Certo, siamo consapevoli delle difficoltà, ad esempio di tradurre i concetti di omertà e intimidazione in altre lingue e culture, ma interventi come il riconoscimento del reato di associazione di stampo mafioso anche fuori dall’Italia sono indispensabili. Si diceva che la mafia era un fenomeno del Sud e dopo 40 anni si è scoperta la sua esistenza anche nel Nord sviluppato, dove le mafie investono in virtù delle possibilità di arricchimento e cercano non solo d’infiltrarsi ma anche di riprodursi. Oggi è riconosciuto anche in ambito giudiziario che certi imprenditori cercano il braccio armato delle mafie per battere i concorrenti; sono grandi imprenditori che hanno poco interesse sia per la democrazia sia per le regole del libero mercato, e appartengono alla classe dirigente del Paese. Come riportava nel 1976 la relazione di minoranza della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia, documento di cui Pio La Torre fu primo firmatario, il fenomeno mafioso conduce alle classi dirigenti.

Quali interventi sono considerati più urgenti nell’ambiente delle associazioni antimafia?

In ambito nazionale si sollecita il superamento delle criticità evidenziate nell’ultimo codice antimafia (la legge approvata nel 2011 che ha raccolto e modificato le norme contro la criminalità organizzata, nda) e l’adozione di un testo unico antimafia che semplifichi le norme. Fra gli interventi considerati necessari c’è l’obbligatorietà, dove possibile, del riuso sociale dei beni sequestrati alla mafia e il reinvestimento nel settore delle risorse ottenute per facilitare il ritorno nel mercato legale delle imprese che hanno perso gli iniqui vantaggi del sostegno criminale. Si chiede anche di semplificare il rapporto con la pubblica amministrazione. Si sollecita inoltre a rendere effettiva l’incandidabilità derivante dal rinvio a giudizio per reati contro la pubblica amministrazione, di mafia e di corruzione. Se si è rinviati a giudizio per quegli atti illeciti si deve essere incandidabili e basta, per qualsiasi organismo, senza valutazioni di merito. Nelle ultime elezioni il codice etico varato dalla Commissione parlamentare antimafia (riguardante la formazione delle liste elettorali, contro le infiltrazioni mafiose tra i candidati, nda) non è stato rispettato, vedremo nelle prossime. Comprendiamo i problemi delicatissimi che si sollevano, ma il principio non si deve aggirare. In ambito europeo si chiede l’introduzione delle normative di cui parlavo prima, in merito all’associazione di stampo mafioso e ai reati finanziari come il riciclaggio e l’auto-riciclaggio.

Il 17 aprile il Parlamento ha approvato le nuove norme contro il voto di scambio politico-mafioso. Come giudica la nuova legge?

Il giudizio è positivo. Le nostre proposte sono state ascoltate, anche se purtroppo ci sono voluti 20 anni per arrivare a queste norme. La nuova legge non è esaustiva, come ha detto il procuratore nazionale antimafia, ma è un passo in più. Inoltre per la prima volta un intervento legislativo antimafia si è avuto in una situazione non di emergenza, cioè senza che il Parlamento fosse indotto a farlo dalla pressione dell’opinione pubblica dovuta a stragi provocate dalla mafia. In passato le Camere avevano legiferato in seguito alla prima e alla seconda guerra di mafia e poi alle stragi del 1992 e del 1993.

Il governo intende togliere il segreto alle stragi, da Piazza Fontana a Ustica. Potrà aiutare nella lotta alla mafia?

Sì, certamente. Potremmo scoprire, ad esempio, perché i servizi segreti sospesero il pedinamento di Pio La Torre, durato una vita, tre giorni prima che fosse ucciso. Magari informazioni al riguardo sono in qualche archivio dei servizi segreti, italiani o stranieri. Non si sa chi ordinò il suo omicidio al di sopra della cosiddetta cupola mafiosa, se c’erano motivi politici dell’assassinio non sono mai stati scoperti.

Dalla ricerca è emerso che poco più di un ragazzo intervistato su dieci considera lo Stato più forte della mafia. Questa percezione quanto si discosta dalla realtà?

Molto, secondo me. Dalla ricerca, tuttavia, è emerso anche che questi ragazzi non soffrono di un pessimismo qualunquista, quello del ‘sono tutti uguali’, non vogliono la mafia nel loro futuro e chiedono che sia privilegiato il merito. Quest’ultima richiesta è un segnale importante per la classe dirigente e i partiti, che dovrebbero organizzare la ricerca del consenso in base al merito e non all’appartenenza a correnti o gruppi di potere.

L’indagine è all’ottavo anno. Come sono evoluti i risultati nel tempo?

È cresciuto il ripudio della mafia, che oggi è quasi totale, ed è la cosa più importante. Probabilmente anche i media hanno un ruolo nello sviluppo della coscienza critica antimafiosa della società: l’informazione è molto più attenta al rapporto tra mafia e politica. Il luogo privilegiato di questo sviluppo, però, come emerso dalla ricerca, è la scuola.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->