lunedì, Agosto 15

Mafia che cambia per restare sempre la stessa Il Generale Carabinieri, Giuseppe Governale: «I cognomi sono sempre gli stessi, sono radicati nel territorio, lo gestiscono, fanno ricorso a volte a una sorta di welfare alternativo»

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Un migliaio, almeno, i libri pubblicati in questi anni sulla mafia. In questa vera e propria giungla, si distingue una recente pubblicazione: ‘Sapevamo già tutto’, dell’ex direttore della Direzione Investigativa Antimafia, il generale dei carabinieri Giuseppe Governale, pubblicato da Solferino. È un testo fondamentale: recupera il Rapporto Sangiorgi, i resoconti realizzati dal questore di Palermo Ermanno Sangiorgi e inviati al ministero dell`Interno; trentun rapporti (485 pagine manoscritte), stesi tra il novembre 1898 e il febbraio 1900. E’ il primo quadro completo della mafia siciliana; ed è anche il primo documento ufficiale che definisce la Cosa Nostra come organizzazione fondata e cementata su un giuramento, il cui scopo è lillecito arricchimento.  

  Laltro prezioso documento è il Rapporto dei 114, del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, quando, negli anni Settanta era comandante della legione dei carabinieri di Palermo assieme al fior fiore degli investigatori dellepoca, a cominciare dal vicequestore Boris Giuliano e il colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo (impegno che pagano con la vita: Russo ucciso il 20 agosto 1977; Giuliano il 21 luglio 1979; Dalla Chiesa il 3 settembre 1982).

  Quelle quasi 500 pagine raccontano-documentano oltre cento anni di storia. Già unaltra volta un carabiniere, Renato Candida, comandante del gruppo carabinieri di Agrigento, nel 1956, aveva affrontato il problema della mafia nella provincia sulla sua giurisdizione, ricavandone un volume: ‘Questa mafia’. Libro che favorevolmente colpisce Leonardo Sciascia: il famoso capitano Bellodi de ‘Il giorno della civetta è modellato su questo carabiniere. Chiedo al generale Governale come è mutata la Cosa Nostra in questi cento anni: «La mafia ha questa straordinaria capacità: cambiare, restando sempre se stessa». Se si scorre lelenco dei mafiosi citati si scopre che mutano i nomi di battesimo, ma i cognomi si ripetono: vere e proprie dinastie. Governale conferma: «I cognomi sono sempre gli stessi, sono radicati nel territorio, lo gestiscono, fanno ricorso a volte a una sorta di welfare alternativo». Già centanni fa, il questore Sangiorgi, con acribia descriveva struttura e organizzazione: i «mandamenti», le cosche, una radiografia completa: sfogli le pagine dei suoi rapporti e ti chiedi: ma avevamo bisogno di Tommaso Buscetta e degli altri «pentiti», per conoscere come era organizzata la Cosa Nostra? Sì, penalmente parlando sono stati utili, indispensabili. Ma dal punto di vista della conoscenza del fenomeno, bastava leggere le carte di quel funzionario coscienzioso e davvero «fedele servitore dello Stato». E poi, unaltra verità: mai esistita una Cosa Nostra simile ai Beati Paoli raccontati da Luigi Natoli, cavalleresca e con codici donore; proprio no: uccideva come ha sempre ucciso chiunque le si frappone, poco importa se donna, anziano, bambino. Una violenza spietata per il potere e per il denaro. Qual è la vera forza della Cosa Nostra, come combatterla? «La sua forza è la capacità di avere una “cultura”, di sentirsi parte integrante e nutrirsi di rapporti al limite della legalità; e nell`illegalità, con lo Stato. Quanto al contrasto, militarmente parlando, si fa tutto quello che si può fare. Ma occorre agire sul sociale: un ruolo fondamentale lo gioca la scuola». Più maestri di scuola, più libri, ammonivano Gesualdo Bufalino e Sciascia.

Governale cita quasi a memoria ‘Mafia di ieri, mafia di oggi’, un saggio degli storici Salvatore Lupo e Rosario Mangiameli: il passaggio dove si racconta della carriera di un capo storico della Cosa Nostra, Calogero Vizzini; tipo dimesso, a vederlo non gli avresti dato due soldi. Eppure, è stato il mammasantissima in Sicilia e anche fuori dall’isola: la sua parola, ancora prima di aprir bocca, legge indiscussa. “Uomo rispettato e sotto certi punti di vista rispettabile”, lo descrive Indro Montanelli in un articolo sul “Corriere della Sera” del novembre 1957: “nella mafia è stato ciò che Ford fu nell’industria automobilistica e Rockfeller in quella del petrolio”.

   Viveva a Villalba, vicino Caltanissetta, Vizzini. D’abitudine, il pomeriggio, si sedeva al circolo, una poltrona a lui riservata: e iniziava la “processione” sterminata di quanti gli rendono omaggio, baciavano la mano, e pratica visiva di sottomissione. Da lontano un giovane Sciascia osservava. Diventerà il modello del capomafia Mariano Arena ne “Il giorno della civetta”. 

   Una Cosa Nostra ancora agricola, di campagna. Qui, la citazione del generale Governale, spiazzante: “Cosa ci fa, nel 1922, Vizzini a Londra, così lontano da Villalba, assieme a finanzieri del calibro di Guido Donegani e Guido Jung, il primo creatore della Montecatini, l’altro fondatore dell’IRI e poi ministro delle finanze di Mussolini e Badoglio?”.

   Già: cosa ci fa? Raccontano Lupo e Mangiameli“La carriera di Vizzini si gioca in un quadro dinamico che non conferma l’immagine oleografica della mafia tradizionale, innanzitutto perché quella del latifondo era a suo modo una società dinamica, ben collegata alla grande storia e in questo caso alla mobilitazione politica popolare; poi perché la dimensione latifondistica e comunitaria non esauriva l’ambito di azione del celebre capo mafia, collocato all’incrocio tra gli interessi fondiari e quelli minerari. Vizzini appare un personaggio di ben diversa complessità, presente a Londra nell’ambito delle trattative per la costruzione di un cartello internazionale dello zolfo…è lui uno di quei «maffiosi ignoranti delle province di Girgenti e di Caltanissetta» accusati dall’altro finanziere tedesco-catanese Carlo Sarauw di essere i responsabili dell’arretratezza cronica dell’industria estrattiva. La «nuova mafia» dell’interno nel primo dopoguerra non dava la scalata alle grandi fortune, come quella del periodo postunitario, ma restava ad un livello sociale ed economico intermedio, compatibile con il quadro di mobilitazione collettiva che essa utilizzava e strumentalizzava…”.

   Coppola, lupara, vestito di fustagno, ma non solo, evidentemente. Sotto quella “divisa” già c’è altro. Che si ignora, non appare. Ecco perché diventa essenziale conoscere, studiare, capire.

  C’è un detto che ben riassume una tattica di sempre: “calati juncu ca passa la china”. Dopo la sanguinosa stagione dei Corleonesi segnata da delitti eccellenti e stragi, e le repressioni poliziesche che sono seguite, usciti di scena i corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, Cosa Nostra si è “calata”, ma non è certo scomparsa. Opera sotto traccia, discreta. In buona sostanza, quello che Governale ci dice è che per contrastare davvero la Cosa Nostra e le altre forme di mafie che opprimono il nostro paese, è importante, la risposta repressiva, giudiziaria, penale; ma tutto è vano, inutile, se non c’è, parallela, un’azione di riscatto civile, sociale e culturale. Muta, si trasforma, si adegua alle situazioni; al tempo stesso rimane sempre fedele a se stessa, alla sua natura: “Cambia vestito a seconda delle stagioni, il corpo resta sempre quello”. Soprattutto, da sempre, coltiva il rapporto organico con il Potere, indifferente al suo colore. Quello che conta è l’arricchimento, il denaro, e il potere che da esso ne deriva. 

   Dunque, sì: il radicamento nel territorio di origine; al tempo stesso ci si ramifica e infiltra là dove si produce, dove circola ricchezza; dove si può investire, moltiplicare e riciclare, ripulendoli, “i piccioli”.  E’ la metafora usata da Sciascia, quando in una sua poesia parla di una palma che ogni anno si sposta di cinquecento metri, verso il Nord. Una palma mafiosa, che troviamo nelle regioni del Nord Italia, e ha già varcato da tempo Chiasso. 

   L’episodio londinese di Vizzini in compagnia di Donegani e Jung la dice lunga.

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