giovedì, Dicembre 2

Mafia Capitale: terremoto politico

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L’inchiesta ‘mondo di mezzo’ che ha scoperchiato il cupolone della Mafia Capitale continua a scatenare sdegnate reazioni nei Palazzi romani. Ma nessuno tra i politici di lungo corso può dire che ‘non poteva non sapere’. Il M5S chiede lo scioglimento del Comune per mafia. Il governo mette la fiducia sul Jobs act in Senato mentre a Roma si scontrano manifestanti e polizia. I grillini presentano il ddl sul reddito di cittadinanza. Toto-Quirinale: Riccardo Muti smentisce le indiscrezioni. Andrea Guerra nominato consigliere personale di Renzi.

Massimo Carminati, Ama, Gianni Alemanno, Parentopoli, Riccardo Mancini, Atac, Franco Panzironi, Luca Odevaine, Salvatore Buzzi, Luca Gramazio, politici di destra e di sinistra. Per chi ha occhi per vedere, il marcio che covava nei Palazzi di Roma era già noto da tempo grazie alle inchieste giudiziarie e alla ‘vox populi’. Ma i politici nazionali di tutti i colori continuano a far finta di cascare dal pero. Sporcizia ovunque, trasporto pubblico al collasso, sfruttamento dell’immigrazione (vedi centro di accoglienza di Tor Sapienza aperto sotto Alemanno), soldi accumulati addirittura nella gestione dei campi rom (gli ‘zingari’ colpevoli di ogni male), vigili urbani e poliziotti corrotti, appalti pilotati. Ma anche il recente attacco concentrico scatenato contro l’ignaro (?) sindaco Ignazio Marino, definito un corpo estraneo (al malaffare?) dallo stesso Pd e processato pubblicamente per il caso, gonfiato ad arte dai media, della Panda rossa e per la ‘grave colpa’ di aver chiuso al traffico il centro della città (tra l’altro divenuto splendido e vivibile).

Primo cittadino che il grillino Alessandro Di Battista non solleva comunque dalle responsabilità. «Marino è solo una foglia di fico in un sistema complesso gestito dai criminali», dichiara il membro del direttorio a 5 stelle, «senza che magari se ne sia reso conto. Questo non significa che Marino sia coinvolto. Quindi per incapacità non è degno di fare il sindaco a Roma». Di Battista ne ha pure per ‘l’amazzone della destra’ Giorgia Meloni «fino a ieri pappa e ciccia con Alemanno», nel frattempo autosospesosi da Fd’I. Una delegazione del M5S incontra il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e chiede di sciogliere il Comune per mafia. Gli storici ‘capataz’ del Pd romano, Roberto Morassut e Walter Verini, si mostrano ‘vergini’ e chiedono di «azzerare tutto, il tesseramento e gli organismo assembleari» del partito nel Lazio. Goffredo Bettini, numero 2 di Rutelli e Veltroni, scarica invece tutta la responsabilità sulla giunta ‘fasciomafiosa’ di Alemanno. Ma nessuno gli crede.

La tragica situazione descritta dall’inchiesta Mafia Capitale (criminali divenuti ormai Stato e Istituzioni) viene commentata così questa mattina da Francesco Storace. «Leggo le cronache del merdaio e sono felice di chiamarmi Francesco Storace, condannato per una parola (vilipendio a Napolitano ndr)». Un ‘merdaio’ maleodorante il cui puzzo si sentiva a chilometri di distanza, ma che sembra aver scosso la politica che si finge ignara di tutto. Anna Maria Bernini (FI) e Irene Tinagli (Scelta Civica) ieri sera si stracciavano le vesti in tv giurando di essere ‘sconvolte’ e di sperare che sulla vicenda i politici coinvolti riescano presto a fare ‘chiarezza’. Alle due ladylike (copyright Alessandra Moretti) sarebbe bastato farsi un giro per la Capitale (con i mezzi pubblici come i comuni mortali) per rendersi conto del disastro. Roma fa schifo perché paga il prezzo di una infinita corruzione. Un disco rotto, quello dello ‘stupore benpensante’, riproposto anche dalla ‘regina dei radical chic’ Laura Boldrini. «Manifesto totale sdegno. Bisogna fare quanto prima chiarezza, chi ha responsabilità deve renderne conto quanto prima», ha ripetuto ‘a pappagallo’ la presidente della Camera. Anche l’uomo del momento, Matteo Salvini, non ha perso l’occasione per tenere la bocca chiusa dichiarando che «se non esistesse la mangiatoia de i campi rom non ci sarebbe chi ci guadagna». Meglio un bel forno crematorio che accolga ‘zingari’ e ‘tangentari’, vero Salvini? E Matteo Renzi, da par suo, durante il question time alla Camera propone la sua soluzione magica, quando però i buoi sono già scappati dal recinto: «Tagliare da 8000 a 1000 le aziende municipalizzate» perché rappresentano una «vergogna inaccettabile».

Jobs Act. Il governo, nella persona del ministro del Lavoro Giuliano Poletti (ritratto vicino a un capo del clan sinti-romano dei Casamonica in una foto pubblicata da ‘L’Espresso’), ha posto ufficialmente la questione di fiducia in Senato. Il voto scontato dell’aula è previsto in serata. Contemporaneamente, per le strade della Capitale si sono verificati scontri tra un corteo di studenti e precari che sfilavano contro le politiche renziane sul lavoro e le forze dell’ordine. «Per l’ennesima volta il governo Renzi si caratterizza per la repressione contro chi manifesta», accusa il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero che definisce Renzi «il manganellatore di Firenze». Intanto, destino da contrappasso quello che ha colpito Antonio Boccuzzi, il parlamentare Pd sopravvissuto al rogo della ThyssenKrupp del 2007. Boccuzzi ha avuto la bella idea di votare a favore dell’eliminazione dell’articolo 18. E così, sul profilo facebook del sedicente gruppo ‘Movimento per Beppe Grillo’ sono apparsi insulti e minacce del tipo «alla faccia dei colleghi di lavoro morti!! Li hai uccisi ancora», oppure «doveva morire lui al posto dei suoi colleghi». Immediata la solidarietà di rito espressa da ‘tutto l’arco costituzionale’, come si dice in questi casi, a cominciare dal compagno di partito Stefano Esposito (quello del ‘Si’ alla Tav poi divenuto ‘forse’). Condivisibile la condanna della violenza, ma un esame di coscienza a Boccuzzi non farebbe certo male.

Conferenza stampa in Senato dei grillini Alberto Airola, Nunzia Catalfo, Daniele Pesco e Luigi Di Maio per illustrare l’iter del ddl sul reddito di cittadinanza proposto dal M5S. Movimento in cui a tenere banco è però ancora la vicenda della telefonata fatta dal premier Renzi al neo espulso Massimo Artini (suo compagno di merende a scuola),‘rubata’ dalle telecamere di Piazzapulita. I fedelissimi di Grillo e Casaleggio hanno adesso gioco facile a puntare il dito contro dissidenti e fuoriusciti, sospettati di volersi vendere al nemico Pd.

Continua ad impazzare il toto-Quirinale. Ieri il ‘Fatto Quotidiano’ aveva pubblicato lo scoop della possibile candidatura del maestro Riccardo Muti, contattato direttamente da Renzi, confermata dalle parole del figlio Domenico. Dopo una serie di poco convincenti smentite, questa mattina è Muti in persona, intervistato da ‘Il Mattino’, ad affermare decisamente che «hanno distorto le parole dette da mio figlio, non ho mai sentito Renzi, questa storia che io sia candidato al Quirinale è una bufala inventata dai giornali». Ma i dubbi restano, così come il rischio per il maestro di venire ‘bruciato’. Più prudente smentire. Sul nome per il Colle a sorpresa è proprio Salvini ad aprire la porta a Renzi. La Lega è pronta ad appoggiare un candidato comune, ma solo se «positivo e non di parte». Luigi Di Maio conferma, invece, che il nome grillino salterà fuori dalle ‘Quirinarie’.

Per una casella ancora da riempire c’è, invece, una nuova poltrona che viene occupata. Secondo un’anticipazione del ‘Corriere della Sera’, l’ex Ad di Luxottica Andrea Guerra diventa consigliere personale del premier per occuparsi di Ilva, agenda digitale e sistema bancario. Il multimiliardario manager ufficialmente non riceverà alcun compenso, ma la domanda sorge spontanea: cosa riceverà in cambio? Onore e gloria?

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