sabato, ottobre 20

Maduro sempre più nel mirino degli Stati Uniti Cresce la pressione economica e militare sul governo di Caracas

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Nei giorni scorsi, Donald Trump ha firmato il documento che sancisce l’applicazione di nuove sanzioni nei confronti del Venezuela in conseguenza del referendum, indetto dal partito chavista e dal presidente Nicolas Maduro, che ha portato a una profonda riforma della carta costituzionale. Per gli Stati Uniti, il governo di Caracas avrebbe palesemente abusato dei propri poteri nell’organizzazione del referendum e compromesso il libero e regolare esercizio del diritto di voto. Nello specifico, le nuove misure adottate da Washington introducono il divieto a qualsiasi istituto finanziario di acquistare e/o vendere sia titoli di Stato venezuelani che azioni della compagnia statale Petroleos de Venezuela. L’importazione di petrolio venezuelano rimane invece esentata da qualsiasi provvedimento, perché il settore tocca direttamente gli interessi statunitensi.

Come ha dichiarato la portavoce della Casa Bianca Sarah H. Sanders, l’obiettivo delle sanzioni sarebbe quello di «impedire alla dittatura di Maduro di accedere ad una fonte di finanziamento fondamentale a permettergli di conservare il suo ruolo illegittimo, e proteggere allo stesso tempo il sistema finanziario statunitense dal qualsiasi pericolo di contagio portato dall’endemica corruzione venezuelana […]. Nel tentativo di preservare la propria posizione di privilegio, Maduro sovvenziona ed arricchisce i funzionari corrotti dell’apparato di sicurezza governativo, ipotecando il benessere delle future generazioni di venezuelani».

Parallelamente, gli Usa hanno notevolmente incrementato la pressione militare sul governo di Caracas, intensificando le operazioni dello Us Southern Command (Southcom). Va ricordato che, nella visione geopolitica del Pentagono,il mondo è ripartito in comandi, ciascuno dei quali abbraccia un’area geografica ben definita. Il Southcom ha giurisdizione sull’America latina e sui Caraibi, e dispone di forze terrestri, navali e aeree a cui vanno ad aggiungersi tre nuclei speciali con differenti specializzazioni: il primo, di stanza presso la base honduregna di Soto Cano, si occupa di tenere i contatti con le forze armate di gran parte dei Paesi latino-americani; il secondo, dislocato presso la prigione Usa di Guantanamo, è incaricato di mettere in pratica le più efficaci tecniche di interrogatorio in funzione anti-terrorismo; il terzo, con sede a Key West in Florida, ha il compito di gestire e coordinare le operazioni anti-droga in tutto il continente.

Nel corso delle ultime settimane, ciascuna di queste task force è stata mobilitata per tenere svariate operazioni congiunte con gli eserciti di numerosi Paesi latino-americani. Una divisione di marines coadiuvata da uno stormo di elicotteri è stata distaccata in Honduras per rafforzare il contingente già presente e partecipare a diverse operazioni della durata non inferiore ai sei mesi. Parallelamente, a Trinidad e Tobago si è tenuta l’esercitazione Tradewinds, che ha visto la partecipazione degli eserciti di decine di Stati dell’America centrale e meridionale. In Perù e Paraguay, le forze aeronavali di 20 diversi Paesi hanno tenuto una serie di manovre volte ad ottimizzare il livello di interoperabilità nel campo di battaglia. A cavallo tra luglio e agosto, sono state invece implementate l’operazione Panamax, finalizzata ad approntare una pronta risposta ad ipotetiche minacce contro il Canale di Panama, e la Mobility Guardian, cha ha visto la partecipazione – presso la base di Lewis-McChord di Washington – di alcune unità di fanteria statunitensi, francesi, britanniche, colombiane e brasiliane.

Come nota l’esperto Manlio Dinucci «lo ‘scenario realistico’ è quello di una grande operazione aerea, per trasportare rapidamente forze e armamenti nella zona di intervento. In altre parole, la prova dell’intervento militare in Venezuela minacciato da Trump. Base principale sarebbe la confinante Colombia, collegata alla Nato dal 2013 da un accordo di partnership. ‘Personale militare colombiano – documenta la Nato – ha preso parte a numerosi corsi all’Accademia di Oberammergau (Germania) e al Nato Defense College a Roma, partecipando anche a molte conferenze militari di alto livello’. Che esista già un piano di intervento militare in Venezuela è confermato dall’ammiraglio Kurt Tidd, comandante del Southcom: in una audizione al senato, il 6 aprile 2017, dichiarava che ‘la crescente crisi umanitaria in Venezuela potrebbe rendere necessaria una risposta regionale’».

Non è impossibile che l’amministrazione Trump cerchi di replicare nei confronti del Venezuela le tecniche messe a punto in Libia e Siria, dove il denaro fornito dagli Usa e dai loro subordinati regionali ha alimentato un afflusso costante di guerriglieri, i quali hanno a loro volta provocato scontri armati e invelenito il clima allo scopo deliberato di far precipitare la situazione e suscitare la dura reazione delle autorità locali. A quel punto, è scattata la mobilitazione militare da parte dello schieramento occidentale a guida Usa, con l’obiettivo di lanciare un ‘intervento umanitario’ e rovesciare il governo.

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