lunedì, Giugno 21

Maduro a Cuba prima di Obama per garanzie

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La risposta di Maduro in questi anni è stata un’aspra dialettica fatta di accuse nei confronti di una cospirazione dell’opposizione venezuelana caldeggiata dagli Stati Uniti e volta a sovvertire l’attuale Governo. Ma tale approccio estremamente difensivista, non ha fatto altro che portare il Venezuela ad un progressivo isolamento ideologico ed economico internazionale che di conseguenza ha permesso all’opposizione di giungere fino alla conquista elettorale dell’Assemblea Nazionale (7 dicembre 2015) ed al più recente veto (17 marzo) alla proroga del Decreto di Emergenza Economica emanato dal Governo.
Si assottigliano, quindi, gli strumenti utilizzabili da Maduro per tutelare il proprio progetto politico e ricucire il rapporto di fiducia con l’elettorato, mentre si avvicina minacciosa l’ora del confronto diretto con l’opposizione per trovare una soluzione alla crisi del Paese. Un confronto che non sarà di certo pacato e che molto probabilmente vedrà l’insistente richiesta da parte dell’Assemblea Nazionale (presieduta dall’antichavista Ramos Allup) di rimettere il destino del Paese nelle mani dell’elettorato.
Un Venezuela sempre più isolato, quindi, che finisce per trasformarsi da esempio per Cuba a suo allievo proprio nel momento in cui quest’ultima è sempre meno isola e più parte integrante della rete internazionale.

Alla luce di quanto sin qui esposto, è plausibile ritenere che Maduro nel suo incontro abbia chiesto a Raul Castro garanzie sulla difesa del progetto bolivarista regionale nell’interazione con il Presidente statunitense. Avrà, altresì,  avanzato la richiesta di intercedere con Obama per farlo desistere da una poco velata condivisione di scopo dell’opposizione venezuelana, ma soprattutto gli avrà suggerito di agire con molta cautela nell’interazione con Washington.

Raul Castro ha sottolineato che «il Governo e il popolo cubano ribadiscono la loro solidarietà incondizionata con il Governo, il popolo e l’unione civile-militare sotto la sua guida», rivolgendosi a Maduro, «e si affidano nelle mani della storia della rivoluzione bolivariana, chavista e antimperialista che condivideremo sempre».
Un messaggio chiaro, ma fortemente ideologico, che si scontra con l’atteggiamento oggi pragmatico della grande isola caraibica. Ieri (20 marzo) in tarda serata è giunto Obama a L’Avana con Penny Pritzker, Segretaria del Commercio Statunitense, ed una delegazione di imprenditori e senatori. Tra gli imprenditori ci sono i rappresentanti della Marriott International (catena di Hotels), Starwood Hotels, Xerox (servizi alle imprese), Resorts Worldwide, AT&T (telecomunicazioni) per i quali ci sono concrete opportunità di business da concordare con le istituzioni cubane. Incontro che durerà fino al 22 marzo e che servirà a Raul Castro per concordare le nuove tappe del disgelo nei rapporti tra i due Paesi. Rapporti che vedono nel concreto un embargo ultra sessantennale ancora in vigore, ma progressivamente ammorbidito e che vede l’isola caraibica pronta ad ossigenare la propria economia con l’accesso al più grande mercato mondiale fino ad oggi così vicino in termini geografici e paradossalmente irraggiungibile.
Le parole della Pritzker sono molto esplicite sulle intenzioni statunitensi. Infatti, giorni prima della partenza, ha affermato che «è chiaro che i nostri imprenditori chiedono di fare affari con Cuba, siamo stati in contatto con loro e questo interesse è molto alto», e nulla valgono le proteste dei repubblicani come quella di Paul Rya, Presidente della Camera dei Rappresentanti, che in riferimento a Cuba ha detto che «sino ad oggi, questo è un regime che da rifugio a terroristi e profughi» o le proteste degli anti castristi di Miami fortemente delusi dall’atteggiamento di Obama nei confronti del Governo isolano.

Il proseguo dell’interazione tra L’Avana e Washington passa, ovviamente, dalle elezioni presidenziali statunitensi del prossimo novembre, ma intanto si procede verso un pragmatismo d’insieme che pone Caracas sempre più ai margini geopolitici regionali, intrappolata dall’incapacità di rinnovamento nel proprio modello ideologico.

 

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