lunedì, Settembre 20

Maduro a Cuba prima di Obama per garanzie

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Nicolas Maduro, Presidente della Repubblica Bolivariana del Venenezuela, si è recato a L’Avana per incontrare il suo ‘alter ego’ cubano Raul Castro e lo ha fatto lo scorso venerdì, anticipando di due giorni la visita ufficiale a Cuba di Barack Obama, Presidente degli Stati Uniti. Un incontro che, quindi, sembra evadere le classiche discipline diplomatiche di interazione tra due Paesi amici, per addentrarsi in una dialettica fatta di strategie e garanzie.
Possiamo, pertanto, scindere l’incontro di venerdì 18 marzo in due parti: una ufficiale e l’altra ufficiosa.

Ufficialmente c’è stata la ratifica del piano annuale di cooperazione tra Venezuela e Cuba, piano che si articola in differenti capitoli sociali, economici, finanziari, energetici e culturali. In più è stata aggiunto un ulteriore progetto destinato alla lotta contro il virus Zika. Proprio Cuba, infatti, è tra i Paesi maggiormente impegnati nella ricerca scientifica per affrontare tale problematica, così come lo è stato per l’Ebola, potendo contare su un comparto medico-sanitario all’avanguardia.

Ufficiosamente non si va lontani dalla realtà se si pensa ad un colloquio riservato tra Maduro e Castro, dove il primo chiede cautela e garanzie sul prossimo incontro con il mandatario statunitense.
Una questione delicata per Caracas che vive un’evoluzione geopolitica diametralmente opposta a quella di L’Avana.
Il Venezuela di Chávez (1998-2013) si era tradotto in un modello socialista capace di ergersi a leader regionale ed in particolare capace di tradursi in guida per l’internazionalizzazione di Cuba. Un ruolo non di basso rilevo se contiamo che l’isola caraibica subisce da oltre 60 anni un embargo unilaterale da parte degli Stati Uniti e solo ad inizio XXI secolo, proprio grazie all’affiancamento di Caracas, il castrismo si è riaperto al mondo ricucendo rapporti commerciali con partner indispensabili come Cina e Russia.
Lo stesso Venezuela ha integrato Cuba all’interno della rete di relazioni regionali e ne ha tutelato il lento processo di apertura mediante barriere politiche (ad esempio il progetto AlbaAlianza bolivariana para América Latina y el Caribe) ed energetiche (Petrocaribe) utili soprattutto a rendere ininfluente il proseguo dell’embargo statunitense.
Ma non è tutto visto che Caracas ha sempre sostenuto l’appartenenza di Cuba al circuito economico-politico regionale dandone pieno appoggio all’ingresso nelle strutture di partenariato quali CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), Unasur (Unión de Naciones Suramericanas) fino alla riabilitazione della stessa (2009) all’interno dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) dalla quale era stata sospesa per volontà statunitense nel 1962.
Pertanto l’ultima decade ha visto un’esponenziale apertura del Governo cubano all’interazione con l’esterno sia in termini economici che politici, ovviamente con i dovuti accorgimenti.
Tuttavia, se da un lato possiamo immaginare una Cuba meno isolata, dall’altro si evince un processo di isolamento sul versante venezuelano.
Con la morte di Chávez (2013) il progetto politico del PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) ha subito un forte ridimensionamento sul piano nazionale, tanto che la stessa elezione di Maduro quale successore del caudillo scomparso, non è stata propriamente scontata (50,78% del favore popolare). Da questo punto in poi l’economia venezuelana ha subito molte battute d’arresto, causa soprattutto del forte impulso alle politiche assistenziali controbilanciate da un’economia cronicamente fondata sulla gestione nazionale delle ingenti risorse energetiche. Proprio queste sono state l’utile leva geopolitica nelle mani del Venezuela per acquisire una leadership nella regione Caraibica. Più nello specifico parliamo del progetto Alba (destinato alla condivisione ideologico-politica) all’interno del quale si muove il più pragmatico Petrocaribe, che veicola risorse petrolifere a buon prezzo creando una coesione ideologica commercialmente conveniente. L’altalenante andamento dei prezzi del petrolio, tuttavia, finisce con l’avere gravi ripercussioni su quei Paesi che fanno dello stesso la struttura portante dell’intera Nazione sia in termini politici che economici.
Ecco, quindi, come il Venezuela di Maduro finisce oggi con il ritrovarsi in una situazione di forte crisi economica che ovviamente ne contamina la stabilità sociale. A Caracas sin dall’inizio del 2014 si parla di instabilità politica dovuta all’assenza di un vero e proprio progetto del PSUV, ma a farla da padrona negli ultimi mesi è la crisi strutturale economica e finanziaria.
Il Fondo Monetario Internazionale prevede che Caracas registrerà nel 2016 un’inflazione del 720% con un calo del PIL dal 2015 al 2016 del 18%. Tenendo presente che nella bilancia commerciale venezuelana ha un gran peso l’esportazione petrolifera, è evidente che la caduta del prezzo a barile non fa altro che contrarre pericolosamente le entrate finanziarie venezuelane –Barclays, istituto bancario internazionale di matrice britannica, prevede che gli introiti del settore petrolifero nel 2015 ammonteranno a 37mila milioni di dollari contro i 75mila milioni di dollari del 2014– andando ad incidere negativamente sui valori del PIL.
Un Paese, quindi, sull’orlo di un crack economico finanziario, paradosso di chi detiene la più grande riserva mondiale petrolifera (falda dell’Orinoco). Ovviamente una tale situazione non fa che dare coraggio ad un’opposizione politica in forte espansione e che punta a rompere il legame sottile che oggi lega il popolo alla leadership governativa.

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