venerdì, Settembre 17

Macri vince ancora: il futuro dell’Argentina fra riforme e declino del peronismo L'analisi del Professor Francesco Davide Ragno dell'Università di Bologna sugli scenari aperti dalle elezioni argentine

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Come questa vittoria aiuterà Macri a realizzare compiutamente il suo programma di riforme economiche?

I passi che l’Argentina deve compiere in ambito economico sono ancora molto grandi, primo fra tutti risolvere il problema dell’inflazione che pende come una spada di Damocle sull’economia argentina. Sicuramente per il Governo avere un’ampia maggioranza in entrambe le Camere, ma soprattutto poter contare su uno schieramento parlamentare maggiormente omogeneo nel paese, rappresenta un fattore positivo. Se si guarda la cartina elettorale che viene fuori dalle ultime elezioni, ci si rende conto che, al di là di qualche provincia, la coalizione Cambiemos ha vinto un po’ ovunque, senza concentrarsi su alcuni luoghi a discapito di altri. Questo aspetto potrebbe aiutare ad avere una maggiore coerenza nelle riforme politiche ed economiche che il Governo è intenzionato ad attuare.

Qual è invece il futuro del fronte kirchnerista? La leadership della Cristina Kirchner è vicina alla fine?

Io non so dirle se siamo davvero di fronte al canto del cigno della ex Presidente. Certamente la sua leadership, dopo queste elezioni, si trova in gravi difficoltà, ma non va dimenticato come i movimenti populisti abbiano una particolare propensione ad accentrare il potere nelle mani di un solo leader facendo terra bruciata intorno al medesimo. Al momento non pare vi siano all’interno del movimento kirchnerista dei leader capaci di prendere il posto di Cristina. La sconfitta di Daniel Scioli nelle ultime elezioni presidenziali di due anni fa lo ha ampliamente dimostrato: il candidato kirchnerista non è sembrato capace di raccogliere tanti consensi quanto accaduto in precedenza. Le cosiddette ‘seconde linee’ del partito non sono al momento in grado di prendere il posto della ‘prima linea’, pur vivendo quest’ultima un periodo di forte crisi.

E’ probabile che i legislatori e i governatori peronisti ancora in carica appoggino alcune politiche di Macri allo scopo di mantenere il potere e sperare in una futura rielezione?

Si tratta di una tendenza in parte già in atto. Io preferisco analizzarla più in ottica di collaborazione che di mera convenienza politica. Negli ultimi anni, infatti, alcuni governatori kirchneristi hanno cominciato a dialogare con la Presidenza Macri, pertanto alcuni analisti hanno cominciato a parlare di un’evoluzione del peronismo-kirchnerismo in una sorta di governismo, ossia una costante volontà di collaborare con il Governo, andando oltre il colore politico. Credo che questo approccio tenderà ad incrementarsi, se poi sarà portato avanti in buona fede o per un mero calcolo politico è difficile a dirsi. Quello che sicuramente farà bene alla politica argentina sarà sotterrare ‘l’ascia di guerra’ dello scontro politico manicheo.

Dall’altra parte è probabile che il Presidente Macri cerchi l’appoggio dei peronisti maggiormente moderati per rafforzare l’attuazione del suo programma di riforme?

Vi è nel Paese la percezione di una sorta di sfaldamento del fronte kirchnerista. Di fronte a tale situazione, spero si assista ad un sano dialogo istituzionale fra gli schieramenti avversari. La collaborazione fra Governi locali e nazionali di opposti segni politici è sicuramente un segno di miglioramento e di buon funzionamento delle istituzioni argentine.

Quanto questa elezione influirà sugli Stati dell’America Latina, quali Cile Brasile e Messico, che sono chiamati alle urne l’anno prossimo?

Non penso che il voto di mid-term in Argentina sia in grado di esercitare un’influenza determinate sul resto dell’America Latina. Paesi come il Cile, il Brasile o il Messico sono caratterizzati da situazioni politiche molto diverse l’una dall’altra. Si pensi alla relazione con gli Stati Uniti di Donald Trump per quanto riguarda il caso messicano o ai recenti scandali di corruzione per quanto riguarda il Brasile. Vi sono condizionamenti interni ed esterni sicuramente in grado di esercitare un’influenza maggiore di quella derivante dalle elezioni argentine. Quello che sicuramente si può osservare è il radicamento sempre maggiore di una sorta di democrazia dell’alternanza: le opposizioni cominciano ad andare al Governo senza essere delegittimate troppo spesso era successo in passato.

Si può dire che questo voto si colloca in una generale tendenza al superamento del populismo in America Latina?

Il populismo è in un periodo di flessione in America Latina, a differenza di altre aree geografiche in cui sembra rafforzarsi. Dopo quindici anni in cui sembrava essere tornato nuovamente ai clamori delle cronache, oggi la tendenza in Latinoamerica sembra essersi invertita. Non credo tuttavia che si sia di fronte a un totale superamento del populismo, se si guarda con una prospettiva storica si può osservare quanto il populismo periodicamente sia capace di risorgere in momenti di particolare debolezza dei sistemi politici. Si pensi agli anni Ottanta in cui sembrava che la stessa parola populismo fosse diventata un vocabolo ormai bandito dai dizionari politici e accademici: nessuno allora avrebbe potuto immaginare un ritorno di fenomeni populisti che si sarebbero manifestati negli anni Novanta quale quello di Carlos Menem in Argentina, di Alberto Fujimori in Perù o addirittura il trionfo dei movimenti chavisti-kirchneristi nei primi anni Duemila. La realtà politica è spesso imprevedibile e sorprendente.

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