sabato, Settembre 18

Macri: strategia impopolare field_506ffbaa4a8d4

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Il favore popolare verso il presidente argentino Mauricio Macri dopo pochi mesi dall’inizio del suo mandato è già al ribasso. Recenti sondaggi infatti evidenziano un 53,3% di insoddisfazione nei confronti dell’operato governativo che tuttavia non sembra scalfito da una tale flessione. Macri prosegue nella sua ristrutturazione interna, rimanendo ben attento alle dinamiche internazionali regionali e non solo.

Dopo aver raggiunto un compromesso con i creditori esteri il presidente cerca di far fronte alla complessa situazione interna cercando di ripristinare l’appetibilità del paese per i flussi di investimento esteri. Quest’obiettivo non può prescindere da un risanamento delle finanze pubbliche che nel tempo hanno risentito della forte inflessione assistenziale data dal governo kirchnerista. Ma se da un lato alcuni aggiustamenti sono ben auspicabili, dall’altro lato un forte intervento in ambito pubblico finisce con il costituire un approccio impopolare soprattutto se si considera il contesto critico in termini economici e finanziari in cui versa il paese. L’atteggiamento del presidente sembra volgere ad una sempre più insistente politica neoliberale andando a coinvolgere tutto il comparto pubblico. Non a caso, il tentativo dell’opposizione di portare alla promulgazione di una legge di blocco alla disoccupazione per un periodo temporale ben definito non sembra preoccupare Macri che dal canto suo si è già dichiarato pronto ad utilizzare il proprio potere di veto. Un’azione impopolare che tuttavia appare ben coerente con la visione d’insieme del presidente che in ottemperanza al fine ultimo di attuare importanti tagli pubblici non può prescindere da un incremento della disoccupazione. Lo stesso Macri si prepara al veto con l’ausilio della stampa nazionale, portando l’attenzione sui numeri dell’impiego pubblico maturati dalla presidenza kirchnerista: 1.400.000 impiegati statali in 12 anni con un costo annuo di 480.000 milioni di pesos. Numeri che spingono a credere nella legittimità dell’utilizzo estremo del veto presidenziale, epilogo che tuttavia si cerca di evitare proprio per non spingere oltremodo verso il basso la popolarità del presidente ed ecco quindi la chiave di lettura del tentativo della compagine politica presidenziale (Propuesta Republicana) di volgere a proprio favore il voto dei 37 deputati appartenenti al Frente Renovador di Sergio Massa. Quest’ultimo uscito sconfitto alla prima tornata elettorale per la presidenza del paese, oggi rappresenta l’ago della bilancia per giungere ad un fallimento del progetto di legge all’interno della congresso. Tale soluzione potrebbe scaricare il governo da una responsabilità diretta per il mancato conseguimento di un accordo sul blocco dei licenziamenti, ma allo stesso tempo pretende il conseguimento di un accordo politico. Massa, figura pur sempre appartenente alla compagine politica di matrice peronista, sembra avere a cuore l’equilibrio sociale del paese e pertanto sembra propenso ad accompagnare l’approvazione della legge. Tuttavia il mandatario argentino non sembra rassegnato a tale visione e rilancia con una legge volta a favorire l’inserimento giovanile nel mondo del lavoro e l’eliminazione dal testo di legge della doppia indennità in caso di licenziamento. In poche parole Macri mette sul piatto maggiori incentivi all’impiego giovanile contro un taglio ai costi pubblici in caso di licenziamento, ovvero un’ulteriore sgravio economico per le casse pubbliche in prospettiva della ristrutturazione economica. Un approccio che non va lontano dalle politiche di flessibilità lavorativa attuate in Europa per rispondere alla crisi finanziaria, ma che tuttavia trova discordanza con l’esorbitante ampliamento del debito estero attuato per far fronte alle pretese dei crediti insoluti di fine anni ’90. In questo caso si potrebbe accomunare Buenos Aires ad Atene che ha ottenuto liquidità dall’Unione Europea per sanare debito e settore bancario senza alcun beneficio reale in termini economici e sociali. Infatti tali meccanismi non fanno altro che consolidare (se non accrescere) la posizione debitoria di un paese che di tutta risposta non può fare altro che ridurre al minimo la propria partecipazione nella vita economica del paese: vendere le imprese pubbliche e deregolamentare il mercato per creare liquidità immediata utile a far fronte agli interessi passivi e arginare la posizione debitoria. Macri crede fortemente nell’importanza di riabilitare il paese alla benevolenza del circuito finanziario internazionale e per certi versi, se pur contestabili i modi, non è affatto un fine sbagliato: acquisire credibilità internazionale vuol dire non trasmettere più la percezione di alto rischio d’investimento e ciò potrebbe riattivare un flusso monetario in entrata realmente utile alla crescita economica del paese. Tuttavia una condizione di equilibrio ideale vuole anche un controllo su tali flussi e sulla loro direzione in modo da non rendere l’economia nazionale uno strumento di dinamiche che vanno ben oltre i confini dello stesso paese e che finiscono per trasformare l’Argentina un mero serbatoio di risorse (umane e materiali) ed energie (umane e materiali) da sfruttare per la massimizzazione di un profitto da esportare una volta maturato. Questo il rischio che oggi trapela in un’accorta analisi delle politiche attuate dal governo Macri che ad oggi gioca d’astuzia cercando di legittimare il proprio operato come necessario intervento generato dalle asimmetrie negative scaturite dalle scarse informazioni tecniche ricevute dal precedente governo. Nello specifico il presidente accusa Cristina Kirchner di aver ostacolato ogni passaggio di consegna nel momento del cambio di governo e di non aver lasciato alcuna valutazione tecnica sullo stato economico e finanziario del paese. Una disinformazione, che a detta di Macri, ha reso necessario ogni impopolare azione governativa necessaria ad evitare il collasso del paese. A tal proposito lo stesso presidente è oggi al centro della promozione di una nuova legge indispensabile per regolare in modo dettagliato il passaggio di consegne da una presidenza all’altra. In questo va dato atto allo stesso presidente che cerca di colmare una lacuna poco funzionale alla gestione del paese e resa evidente dal palese atteggiamento ostruzionista di Cristina Kirchner nel momento del cambio governativo.

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